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Sommario 

Cinque diversi possibili scenari
per l'Europa del 2010

Dossier acqua -
 La grade sfida del XXI sec. - il diritto alla vita per tutti

Alpi e trasporti

 

 

L’Europa del 2010                      

L'Autore:

Il progetto

I cinque scenari: 
gli elementi costitutivi e il processo   

      I Mercari Trionfanti

      I Cento Fiori  

    Le Responsabilità Condivise

    Le Società Creative

    Le Vicinanze turbolente

Implementare gli scenari: 
20 domande per riflettere  

 

Galleria di riflessioni: 
il ruolo delle realtà locali
    

  Robert Louvin        

  Luciano Violante    

  Vannino Chiti 

  Enrico Letta 

  Carmelo Messina

 

                

Cinque diversi
possibili scenari 
per l'Europa del 2010

documenti ed elaborazioni tratte dal Convegno 
L’Europe de demain: regard sur l’avenir” svoltosi a Saint-Vincent il 29-30/4/99

a cura di Luisa Aureli Bergomi ed Eligio Milano

 

L’Europa del 2010

L'Autore: Il “Nucleo di Valutazioni Prospettiche” della Commissione Europea

Il progetto: "Scenari Europa 2010"

I cinque scenari: gli elementi costitutivi e il processo   

  I Mercari Trionfanti 

  I Cento Fiori  

  Le Responsablità Condivise

  Le Società Creative

  Le Vicinanze turbolente

 

Implementare gli scenari: 20 domande per riflettere  

 

Galleria di riflessioni: il ruolo delle realtà locali    

  Robert Louvin (Presidente del Consiglio regionale della V.d.A.)        

  Luciano Violante (presidente della Camera dei Deputati)     

  Vannino Chiti (presidente della Conferenza delle Regioni)     

  Enrico Letta (Ministro per le politiche comunitarie)   

  Carmelo Messina (Capo Div. dip.Politica reg. e Coesione della Comm. Europea)

 

 

 

 

 

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L’Europa del 2010                     

L'Autore:

Il progetto

I cinque scenari: 
gli elementi costitutivi e il processo   

      I Mercari Trionfanti

      I Cento Fiori  

    Le Responsabilità Condivise

    Le Società Creative

    Le Vicinanze turbolente

Implementare gli scenari: 
20 domande per riflettere  

 

Galleria di riflessioni: 
il ruolo delle realtà locali
    

  Robert Louvin        

  Luciano Violante    

  Vannino Chiti 

  Enrico Letta 

  Carmelo Messina

 

 

L’Europa del 2010                             

Quella di cercare di capire cosa riserva l’avvenire
può essere definita una inclinazione naturale dell’Uomo

 

"Più è rapida un’automobile, più lontano e più a largo raggio devono guardare i fari, per evitare i pericoli": è con questa affermazione, così semplice e contemporaneamente così efficace, che negli anni ‘50, i primi studiosi che si occupavano della materia, cercavano di spiegare che cosa significasse proporre una ricerca prospettica.

Una metodologia di analisi della realtà e dei suoi possibili sviluppi, che si basa sulla proposizione di scenari plausibili, il cui scopo è sostanzialmente quello di provocare una discussione significativa al fine di produrre un più alto livello di consapevolezza sulle dinamiche in atto.

Gli scenari prospettici sono, oggi come oggi, un importante strumento di lavoro per quelle che con un termine forse un po’ desueto venivano definite le classi dirigenti di una comunità, e che attualmente sono indentificate con il termine, forse più tecnico di decisori.

È in questa definizione contestuale che, il 29 ed il 30 aprile 1999, a Saint-Vincent, la Presidenza del Consiglio regionale della Valle d’Aosta, assieme al Nucleo di Valutazioni Prospettiche della Commissione Europea e in collaborazione con il Comune del paese valdostano, hanno organizzato il convegno L’Europe de demain: regard sur l’avenir, una iniziativa voluta per presentare ufficialmente e sostanzialmente per la prima volta i risultati del progetto Scenari Europa 2010.

"Nella complessa e, come noi tutti sentiamo, drammatica attuale congiuntura - ha detto il presidente del Consiglio Regionale della Valle d’Aosta - aprire una parentesi di riflessione e di approfondimento sugli scenari futuri in cui si innesta il nostro agire, il nostro capire, il nostro decidere quotidiano, non é un lusso ma credo una necessità. L’incontro tra la ricerca prospettica di medio e lungo periodo e la nostra necessità di conoscenza, di chiarezza (di cui siamo tutti portatori come istituzioni regionali, come soggetti attivi nei rispettivi ambiti locali), ha generato questo incontro. Si tratta di un incontro non solo per pochi intimi, per pochi intellettuali e non vuole essere neppure una passerella di vanità alla ricerca di un po’ di visibilità, come si dice oggi rispetto al mondo dell’informazione. Ci troviamo qui insieme per parlare, ascoltare, interrogarci sui percorsi che riteniamo quanto mai difficili e ricchi di insidie. Siamo infatti tutti alla ricerca di un quadro più preciso, più rassicurante in cui costruire politiche nuove che guardino con attenzione all’impatto che avrà su ciascuno di noi il veloce trasformarsi della società che é intorno a noi. Siamo convinti, in quanto portatori di bisogni e aspirazioni comuni, che il futuro non dipenderà solo dal caso né solo da grandi forze che ci sovrastano, ma anche in larga misura dal concorso intelligente e operoso che sapremo dare noi stessi alla costruzione di questo avvenire. Come ci ricordava Denis de Rougemont in una delle sue opere più profetiche, "l’avenir c’est notre affaire", e questi due giorni di lavoro vorrebbero essere per noi tutti uno strumento prezioso nella sua costruzione."

Ma perché guardare al futuro?

Perché questo è doveroso per coloro che hanno il compito di decidere, quale che sia il loro livello decisionale, regionale, nazionale o sovranazionale?

Risposte semplici e dirette a queste e ad altre domande le troviamo nell’intervento proposto dalla dott. Barbieri Masini dell’Università Gregoriana, nell’ambito dei lavori: "Sentiamo continuamente parlare della rapidità dei mutamenti e della loro accelerazione - ha affermato - Ma non solo; essi sono fra loro correlati, in quanto si influenzano gli uni con gli altri, siano essi tecnologici, politici, sociali o culturali. Nell’influenzarsi, i mutamenti diventano ancora più rapidi. Quindi sono anche correlati e globali. Viviamo ogni giorno l' influenza degli eventi accaduti o delle decisioni prese in una parte del mondo sulle altre parti del mondo stesso. Quindi i mutamenti hanno tre caratteristiche: rapidità, interrelazione, globalità. Tutto questo porta alla necessità di guardare al futuro. Diceva Bertrand de Jouvenel: "il passato può essere interpretato, il presente può essere letto, ma l’unico spazio di azione effettiva dell’essere umano, e quindi del decisore, è il futuro"."

E a proposito della metodologia prospettivista: " La prospettiva è composta da vari elementi: ha la necessità di conoscere il passato, per lo meno nelle sue grandi tendenze e quella di analizzare il presente, per poter, con conoscenza e consapevolezza, scegliere nel presente, tra i diversi possibili futuri. Quindi la prospettiva aiuta a conoscere la realtà del presente sulla base del passato, in modo da poter scegliere, in maniera più corretta, o piuttosto evitare, o cosa ancora più importante, abbassare il livello di incertezza in cui soprattutto i decisori si trovano oggi ad operare. Viviamo infatti in una società complessa ad alto livello di incertezza; maggiore la complessità, più elevata è l’incertezza. La prospettiva, quindi, tende ad abbassare il livello di incertezza, attraverso la chiarifica del passato, la lettura più corretta possibile del presente, e quindi ad indicare le possibili scelte alternative per il futuro. È proprio l’individuazione delle diverse possibili scelte e quindi dei possibili futuri alternativi, che distingue fondamentalmente la prospettiva da altri approcci al futuro, e ve ne sono molti. È anche importante sottolineare che le diverse scelte tra le diverse possibilità di futuro vengono prese in funzione di obiettivi chiari; si può quindi dire che la prospettiva è uno strumento valido per chiarificare gli obiettivi del decisore a qualsiasi livello egli si trovi.

La prospettiva di conseguenza sottolinea l'importanza degli obiettivi ed emerge la normatività, vale a dire emergono i valori, o sistemi di valori, in quanto il futuro fa sempre emergere ciò che si teme e ciò che si desidera. Se non si comprende il concetto della prospettiva come costruzione del futuro, essa non ha ragione di esistere"

Ma cosa sono e come si costruiscono e come si usano degli scenari: "Gli scenari - continua la dott. Masini nel suo intervento - sono descrizioni di futuri possibili, probabili e desiderabili, l’Unité de Prospective ha scelto di non indicare le probabilità, scelta anche comprensibile; ma rimangono comunque i futuri alternativi. Il futuro che si realizzerà è certamente uno solo, ma quelli fra cui si sceglie sono vari, ecco perché si parla di scenari al plurale. Non si tratta di predizioni, di proiezioni, di previsioni, ma di descrizioni fra loro alternative tra le quali poter scegliere. Gli scenari servono a meglio decidere. Non sono un esercizio astruso e divertente; ma strumenti di decisione, per chi deve decidere a lungo termine ed in un contesto concreto. Una altra funzione degli scenari, è quella di educare a guardare al futuro. È difficile guardare al futuro; questa capacità non emerge così facilmente. Lo scenario aiuta a guardare avanti, perché si descrivono le conseguenze delle scelte prese oggi, buone o cattive che siano; ha quindi una funzione pedagogica. Una ulteriore funzione degli scenari, che io ritengo molto importante, è quella di far conoscere meglio l'oggetto in discussione. Nella mia lunga esperienza di costruzione di scenari in diversi contesti sia in paesi industrializzati che in via di sviluppo, nella fase di valutazione la conoscenza dell'oggetto degli scenari é sempre emersa chiaramente, aiutando quindi a fare meno errori nelle eventuali scelte. Si usano come schema di riferimento per meglio operare, per individuare le conseguenze negative e positive di una determinata scelta, quindi per cercare di diminuire il margine di errore. In ognuno degli scenari vi sono rischi, benefici e prezzi da pagare. La conoscenza di tutto ciò aiuta il decisore. Inoltre bisogna aggiungere che gli scenari, infatti, non si fanno una volta per tutte, ma devono essere continuamente aggiornati e adattati sia per quanto riguarda l'oggetto che per quanto riguarda i cambiamenti dell'oggetto, dei contesti e degli attori. A questo punto emerge il discorso degli attori. Negli scenari è importante la partecipazione degli attori, di coloro che effettivamente porranno in essere o meno questi scenari. Ecco perché l' esercizio presentato in questo convegno é molto importante, perché ha posto di fronte ai decisori presenti la possibile serie di alternative sulle quali dare il proprio giudizio. Io sostengo sempre che essi non si possano creare solo a tavolino ma si debbano costruire con chi li porrà in essere."

 

 

 

 

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L’Europa del 2010                    

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Il progetto

I cinque scenari: 
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L'Autore:                                            

il "Nucleo di Valutazioni Prospettiche"

della Commissione Europea

Dall’intervento di Jean-Claude Thebault, direttore del "Nucleo di Valutazioni Prospettiche" della Commissione Europea

[...] La Cellule de perspective a vu le jour en 1989 à l’initiative du Président Delors et elle a été, et reste d’ailleurs toujours placée sous l’autorité directe du Président de la Commission, ce qui est à la fois un gage d’indépendance, de neutralité et aussi de légitimation de ses interventions vis à vis des différentes directions générales de la Commission. En créant la Cellule de perspective, la Commission avait voulu se doter d’un instrument qui lui permette de suivre, et surtout d’anticiper le mouvement de l’intégration européenne.

Tout au long de ces dix premières années d’existence, la Cellule s’est donc employée à apporter un éclairage prospectif sur les grands enjeux européens, en proposant une vue permanente des priorités et des champs d’initiatives possibles. Dans un contexte européen et international caractérisé par une complexité croissante et qui restera fortement et durablement dominé par l’incertitude, cette démarche perspective reste plus nécessaire que jamais. C’est particulièrement vrai pour une institution comme la Commission européenne, qui doit à la fois être en mesure de porter les préoccupations du moyen et du long terme et d’ouvrir des perspectives d’avenir, et aussi d’être en mesure de s’adapter à des situations en changement rapide et permanent. Le long terme est donc un horizon nécessaire pour la Commission face à la tyrannie du court terme et à la diversité des dynamiques européennes à appréhender.

L’action de la Cellule se matérialise à travers quatre types de fonctions que j’énumère très rapidement: le conseil, la veille perspective, l’animation et la recherche.

Part ses conseils au Président de la Commission, la Cellule s’efforce de nourrir sa réflexion et son action est d’enrichir aussi la vision d’ensemble de tous les acteurs intervenant dans le processus décisionnel au sein de la Commission.

La veille, qui est inhérente à toutes démarches perspectives, consiste en un travail de détection, d’observation et d’analyse des faits comme l’on dit porteurs de sens, des tendances révélatrices, d’évolutions possibles à moyen et long terme, mais aussi des mutations qui sont déjà à l’œuvre dans la société. L’animation de réflexion: la Cellule s’efforce d’être un catalyseur de la réflexion, un médiateur entre des réseaux de correspondants multiples. Cela va des milieux académiques universitaires, aux instituts de recherche publiques ou privé. Au sein de la Commission elle-même nous nous efforçons de promouvoir la réflexion collective sur l’intégration européenne, et d’être une sorte de point de rencontre et un lieu d’échange pour les différents services. Et enfin quatrième fonction, la Cellule possède une capacité de recherche perspective, autonome et réalise chaque année un certain nombre d’études, directement ou en coopération avec des partenaires variés sur des thèmes qui intéressent la problématique générale de l’intégration européenne. Nos travaux se concentrent autour de trois pôles d’activités. Premier pôle c’est ce que l’on appelle la gouvernance, le système politique et la citoyenneté européenne. Le deuxième pôle concerne l’innovation technique, sociale et économique, et le troisième et dernier pôle, nous l’avons intitulé l’Europe dans le monde et politiques des voisinages.

Je n’entre pas dans le détail de ces différents pôles, simplement, je dirai que c’est dans le cadre de cette recherche perspective que se situe le scénario Europe 2010 que nous allons vous présenter et qui embrasse, bien entendu l’ensemble des thématiques que je viens de citer.

Mais, quelle est l’utilité de tels scénarios? Un élément de réponse, peut être certes trouvé dans l’inclinaison naturelle qu’ont les hommes depuis tout temps à chercher à savoir ce que l’avenir leur réserve. Alors, soit pour tirer les bons numéros du loto, si j’ose dire, soit pour éviter les mauvaises rencontres au coin de la rue. - plus sérieusement - ce besoin d’anticiper l’avenir s'enracine dans le sentiment très répandu aujourd’hui que nos sociétés traversent une période de profonds changements, changements qui ne manqueront pas d’influencer notre mode de vie et notre perception même du monde. Dans un monde en mutation constante, les individus sont en quête de certitudes, de réponses aux questions de plus en plus complexes qui se posent et ils cherchent de nouveaux cadres de références pour comprendre et se préparer à ces changements. En cherchant à construire des visions de l’avenir, à dessiner des futurs possibles souhaitables, ce que sont les scénarios, et donc à aider les décideurs publiques et privés à appréhender les enjeux collectifs de demain, nous pensons que ces scénarios sont peut-être un moyen de surmonter la résistance, je dirais quasi innée, de tout être humain aux changements.

Les scénarios peuvent en effet nous aider à ouvrir notre horizon mental et à nous projeter dans l’avenir et en définitive peut-être à le façonner. Ils peuvent tout aussi bien nous permettre de saisir les opportunités qui sont devant nous que d’éviter les effets indésirables d’une action mal conçue ou mal réfléchie. Alors à la lumière des défis auxquels l’Europe est confrontée à l’aube du XXIème siècle - je n’énumérerais pas ces nombreux défis - mais la Cellule de perspective a entrepris en 1997 ce projet qui présente pour caractéristiques d’être tout d’abord inclusif en ce sens qu’il repose sur l’expertise conjuguée d’un grand nombre de directions générales de la Commission; d’être ensuite créatif ou pédagogique dans la mesure où il initie un processus d’apprentissage interne à la Commission entre les différents services qui la composent, et enfin d'être un exercice ouvert car il a pour but d’encourager un débat qui ne soit pas normatif donc libre sur l’avenir de l’intégration européenne.

Fondamentalement le but de ces scénarios Europe de 2010 est bien de stimuler un débat à l’intérieur comme à l’extérieur de la Commission sur les prochaines étapes du processus d’intégration européenne et aussi de fournir un outil qui permette tout à la fois de mettre les politiques communautaires en perspective et de contribuer à leur amélioration.

Dans le contexte actuel, caractérisé comme vous le savez, par de fortes interrogations sur l’avenir et le sens de la construction européenne, nous pouvons je crois mesurer tout l’intérêt de cet exercice. [...]

Je voudrais appeler votre attention sur le caractère je ne dirai pas officieux mais encore provisoire de ces scénarios. [...]

 

 

 

 

 

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Il progetto:                                    
"Scenari Europa 2010"

Alle soglie del 21% secolo, molti interrogativi ammantano il futuro dell'Europa.

Da un lato, il continente si inserisce nel più ampio moto di globalizzazione che influisce sul forgiarsi delle società europee e della vita quotidiana dei cittadini europei. Dall'altro lato, l'Europa è impegnata in un processo autogeno di integrazione economica, sociale e politica che propone nuovi schemi di riferimento per l'azione pubblica all'interno di strutture politiche ed amministrative in evoluzione.

Oggi, i cittadini europei interpellano in misura crescente i dati sociali, economici e politici e chiedono maggiore coinvolgimento al fine di modellare il futuro del continente.

Un ampio dibattito pubblico, basato su una più chiara comprensione delle poste in gioco, è vitale per preparare le società europee a venire incontro ai bisogni e alle aspirazioni future dei suoi cittadini.

Il progetto Scenari Europa 2010 è stato lanciato dal Nucleo Valutazioni Prospettiche della Commissione Europea allo scopo di stimolare un dibattito aperto sull'avvenire dell'Europa, sia all'interno delle istituzioni sia tra la gente

Gli Scenari mirano a provocare una discussione significativa cui contribuire attraverso fotografie del futuro che siano plausibili, coerenti e qualitativamente diverse.

Gli Scenari Europa 2010 prendono le mosse dall'esperienza e dalla competenza professionale di molteplici servizi della Commissione europea e, in quanto tali, sono volti allo scopo di produrre una compiuta comprensione delle principali sfide che si pongono davanti a noi e delle opzioni politiche che vi corrispondono.

Gli scenari non vanno confusi con delle proiezioni.

Essi non sono, nè possono essere, predizioni circa il futuro.

Ad essi non è legata alcuna probabilità.

Spetta ai lettori formarsi una valutazione sulla base delle proprie esperienze, convinzioni ed aspettative circa quali di essi, o quale combinazione di essi, possa corrispondere meglio al proprio modo di pensare l'Europa del 2010.

Nessuno degli scenari è interamente negativo o interamente positivo; aspetti differenti sono presenti in ciascuno di essi in modo da presentare una immagine articolata, contrastata del futuro.

Un futuro che potrebbe modificarsi in un senso piuttosto che in un altro, a seconda che alcuni elementi positivi o negativi prendano il sopravvento, o perché, tra l’oggi e il 2010, potrebbero prendere corpo elementi attualmente sottovalutati o verificarsi eventi imprevedibili; e ancora, un futuro che potrebbe presentarsi con caratteristiche differenti, non omogenee su tutto il continente.

La metodologia di lavoro

La ricerca è iniziata nel 1997 dando vita a cinque gruppi di lavoro. È stato necessario circa un anno per arrivare ad una prima definizione dei contesti prospettici sui quali operare, e quindi ancora un altro anno per costruire gli scenari globali; dopo il primo anno erano stati individuati circa 25 scenari differenti, che, attraverso particolari metodologie, sono quindi stati raggruppati in quadri. La costruzione di questi scenari è il prodotto dell’applicazione di una complesso meccanismo che ha coinvolto l’intera commissione ed in particolare i direttori di diversi settori, il che ha significato la valutazione di una notevole quantità di fattori e di variabili e in ciò sta la ragione della lunghezza dei tempi.

È stato infatti necessario molto tempo per fermarsi a riflettere ed elaborare una notevole quantità di elementi articolati, fino ad arrivare tra l’altro a definire la scelta di una analisi prospettica sull’Europa e non solo sull’Unione Europea, da collocarsi in un futuro (il 2010) sufficientemente distante da poter essere teatro di profonde trasformazioni e nello stesso tempo sufficientemente prossimo da poterne riconoscere le radici esistenti nel nostro presente.

 

 

 

 

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L’Europa del 2010                    

L'Autore:

Il progetto

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I cinque scenari                            

Per ciascuno dei cinque scenari il processo si articola in tre momenti: il primo pone gli elementi che già oggi ne annunciano la realizzazione e che lo rendono più probabile di altri; un secondo momento descrive i processi attraverso i quali se ne è sviluppata la realizzazione ed infine un terzo che definisce l’immagine dell’Europa del 2010 legata al singolo scenario.

Il meccanismo prospettico richiede quindi di collocarsi mentalmente già nel 2010 e di osservare la realtà per ciò che è in questo futuro, per il quale l’attualità del 1999 è il punto di partenza.

 

 

I Mercati Trionfanti

Il primo scenario è stato denominato Mercati Trionfanti ed è uno dei più prevedibili e dei più semplici da immaginare come evoluzione della realtà attuale.

Descrive un avvenire i cui sviluppi sono tratti da avanzate tecnologie e dalla globalizzazione economica.

L'Europa vi appare entrante nella terza rivoluzione industriale seguendo l'esempio degli Stati Uniti d'America, con una crescita economica sostenuta, ma con diseguaglianze economiche e sociali via via più gravi. Il processo di globalizzazione economica è imperante e completato e l’Europa vi è completamente immersa.

 

Gli elementi costitutivi

• Cresce la competizione in interdipendenza

• Gli Usa sono in piena 3% rivoluzione industriale

• È fallito il modello economico e sociale europeo

• Si è completata la privatizzazione del settore pubblico ed è praticamente finita l’epoca del Welfare

• Dal punto di vista occupazionale, la realtà è quella di un basso costo del lavoro e di una forte flessibilità

• Il mercato è totalmente mondializzato e libero

• L’UE procede con un rapido allargamento e nel 2010 arriva a 30 stati

• Vi è alta prosperità, bassa disoccupazione ma forte esclusione sociale

• frammentazione e passività politica

• Lo Stato è ridotto al minimo e si fonda su una realtà di democrazia formale

• Sono abbandonati i grandi progetti politici in particolare di politica estera

 

Il processo

 

A partire dagli anni ‘80-‘90 ci sono almeno due elementi che si cominciano ad esprimere chiaramente; da un lato la crescente competizione mondiale, la sempre più forte interdipendenza dei mercati (in particolare quelli del mondo sviluppato), e la difficoltà di promuovere e perseguire strategie europee alternative a quelle in atto nel resto del mondo; dall’altro proprio alla fine del XX sec. si sono materializzati i segni di quella che potremmo definire la terza rivoluzione industriale, caratterizzata da una crescita negli Stati Uniti più forte che nel resto del mondo sviluppato e una tendenza generale alla espansione delle tecnologie della comunicazione.

Da un punto di vista analitico, intorno all’anno 2000 non è ancora possibile definire con chiarezza se si tratti di una realtà congiunturale o effettivamente dell’annuncio di uno vero e proprio boom economico americano, ma già nei primi anni del terzo millennio si deve prendere atto di come i segnali statunitensi siano ormai da considerarsi nettamente affermati, e contemporaneamente, di come le altre logiche politiche (quali il modello sociale europeo o i cosiddetti valori asiatici) siano in declino.

Intorno al 2005 un po’ ovunque in Europa si registra l’arrivo al potere di una nuova generazione di classe politica, nel complesso tesa ad una forte riduzione della presenza dello Stato, in particolare nel campo previdenziale e assistenziale, il che significa cambiamenti, riforme, trasformazioni del mercato del lavoro, nonchè restringimenti nel campo della protezione sociale. Nel complesso quindi il settore pubblico è fortemente ridotto e comunque fortemente decentralizzato o privatizzato.

A questi cambiamenti l’economia reagisce in modo decisamente positivo, sia per la maggiore accessibilità complessiva dei servizi, che per l’abbassamento del costo del lavoro, in particolare quello non qualificato, nonchè per la maggiore flessibilità.

Oggi, dunque, nel 2010, si può dire che la globalizazzione ha subito una tale accelerazione da poter parlare, per il 2025, di un’area mondiale di libero scambio, una sorta di libero mercato planetario unico, mentre, da parte sua, l’Unione Europea si è evoluta verso una struttura prevalentemente economica; si potrebbe insomma parlare di una europeizzazione o estensione dell’Unione europea; concretamente l’Unione si identifica con la sua politica economica, mentre altri elementi come la politica estera o agricola o le politiche regionali sono lasciati ai margini o si sono largamente ridotti a partire dal 2005.

A partire da questo scenario l’UE si è allargata molto rapidamente ed ha in progetto di espandersi oltre l’Europa verso paesi come Israele o il Libano.

L’Europa del 2010 è economicamente prospera, a bassa disoccupazione, che si può quasi dire sia stata praticamente vinta, ma al prezzo di un forte aumento di quelli che gli americani chiamano i working-poor, cioè di quei lavoratori che vivono al di sotto della soglia di povertà; si vedono crescere le ineguaglianze regionali e quelle di rendita e, in senso generale, si può dire che, in questa Europa crescono l’esclusione sociale e la povertà.

Le società sono piuttosto frammentate e individualiste e si può dire che i valori degli europei sono concentrati nel cercare di godere il più possibile di tutte le opportunità del consumismo e del loro benessere materiale che aumenta almeno per la classe media o comunque per una sua parte; si registrano una certa passività e disinteresse nei confronti della politica, che è vista come qualcosa che non richiede una grande attenzione.

Lo Stato è ridotto al minimo ed il suo fine principale è prossimo a quello dello Stato guardiano del XIX sec.; uno Stato di diritto, di regole democratiche formali, molto limitato come ruolo economico e sociale; l’Unione sta per aggregare il suo trentesimo stato membro perché è stato abbandonato il progetto politico di cooperazione, in cambio di un interesse unicamente economico.

Per quanto riguarda il resto del mondo è caratterizzato da una buona cooperazione economica tra paesi industrializzati, sulle questioni commerciali e monetarie; la triade Stati uniti, Asia sviluppata e Unione europea si intendono piuttosto bene, ma al contrario vi sono aspetti come le differenze di ricchezza sempre più ampie ed altri elementi che sono stati abbandonati come la ripartizione delle risorse naturali.

 

 

 

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L’Europa del 2010                     

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I Cento Fiori                                   

Nei Cento Fiori, il secondo scenario, la situazione europea è caratterizzata da frammentazione politica e sociale, causata dallo sgretolarsi dei vecchi Stati-Nazione e dall’erosione delle strutture ai livelli sia europeo che nazionale. Gli Europei cercano benessere nelle identità locali e in attività di scala minore, e sono al tempo stesso partecipi di reti globali grazie all’uso crescente di tecnologie informatiche.

Gli elementi costitutivi

  • Lo sviluppo delle nuove tecnologie favorisce la realtà di piccole organizzazioni formali e informali e matura una diffusa volontà e capacità di iniziative locali

  • Le società sono in rapido cambiamento come reazione ad una burocrazia molto più pesante e ad una forte crisi di fiducia nella politica e nell’autorità; rispetto alle istituzioni c’è un generale atteggiamento di passività accompagnata da un crescente astensionismo

  • Fioriscono invece le attività locali, secondo la filosofia del fai da te, che fa maturare una realtà di diffusa solidarietà nel vicino

  • L’economia sommersa rappresenta il 50% delle dinamiche complessive e imperano la criminalità e la corruzione

  • All’interno dell’UE si registrano contrasti fra gli Stati membri e nel complesso poca iniziativa; l’Europa è frammentata, i riferimenti sono individuabili appunto nel vicino (regioni, città, comunità locali), e si spaccano gli Stati

  • L’Economia è democratizzata

  • L’UE sempre più disomogenea si confronta con minacce non militari; l’Euro sopravvive (così come il mercato) ma è molto debole

  • La cooperazione mondiale è a livelli bassissimi

 

Il processo

Per questo scenario bisogna riuscire ad immaginare un profondo cambiamento delle società europee nel senso di un allontanamento dal modello delle società industrializzate di solo qualche decennio prima; un cambiamento al quale però non prestano attenzione le élite politiche, le strutture dell’establishment politico, le differenti burocrazie europee, per cui oggi, nel 2010, esse sono molto ma molto distanti dalle società.

Un processo che avviene contro l’andamento economico delle imprese europee che riducono progressivamente i loro staff nel nome della globalizzazione; la reazione a ciò è la maturazione di un diffuso sentimento di disagio.

Nello stesso tempo vi è però un forte dinamismo di base; le comunità utilizzano al massimo livello possibile le tecnologie informatiche e sono fortemente connesse al loro interno e con il resto del mondo, così da non poter parlare di nuovo medioevo ma di una realtà moderna o forse post-moderna, che comunque può usufruire di un buon accesso alle informazioni.

Possiamo insomma immaginare un forte stato di crisi di fiducia che non è però organizzato; è diffuso tra la gente un radicato distacco dalle strutture, un senso di diffidenza verso l’autorità, di sfiducia nei confronti dei politici, che però si manifesta in sostanza con una generalizzata passività in questo senso; le azioni dirette, in termini di manifestazioni o azioni, riguardano al massimo qualche gruppo di interesse come gli animalisti o organizzazioni informali.

La maggior parte degli europei, in questo scenario, sta abbastanza bene, ma l’attenzione della gente è rivolta prevalentemente verso il livello locale e si cerca di fare quanto più possibile da soli; prevale la filosofia del fai-da-te che può contare su una diffusa solidarietà nel vicino (anche finanziaria), a livello locale e regionale.

L’azione politica a livello europeo o nazionale è sempre meno credibile e di conseguenza anche le strutture perdono di autorevolezza; il controllo della legalità è in calo e ciò rallenta sempre di più l’applicazione di molte leggi; ci sono zone nelle quali fino al 50% dell’intera attività economica si esplica nell’area del sommerso.

Possiamo immaginare uno scenario nel quale la perdita di funzione e di efficienza dei livelli nazionali si riproduce a livello delle istituzioni e delle strutture europee.

Aumentano i motivi di contenzioso fra gli stati membri dell’Unione, mentre diminuisce l’impegno in iniziative unitarie, soprattutto in materia di politiche di sicurezza comune o anche di politica interna, che vengono progressivamente abbandonate.

L’immagine è insomma quella di una Europa molto pragmatica, in cui i territori sono fortemente frammentati nelle forme più diverse, quali distretti economici, città stato, comunità locali; come istituzioni essi risultano più validi degli Stati nazione nei confronti delle comunità e di fatto agiscono come fossero nazioni.

Da un lato aumenta l’efficacia per quel che riguarda i servizi (istruzione, servizi sociali e via dicendo) ma dall’altro dilagano il crimine organizzato e la corruzione.

L’economia ripercorre un modello che è riconducibile a quello di Internet del 1999; si muove ad un livello internazionale grazie alle nuove tecnologie di facile accesso e fortemente diffuse ma in una dinamica di forte deregolamentazione.

Nell’Europa del 2010 crescono le diseguaglianze tra le diverse aree territoriali, cala l’attenzione per la cooperazione internazionale e, quelli che potremmo definire gli Stati del Nord, si muovono lungo la filosofia del "meglio da soli"; sulla carta l’UE esiste ancora ma la stabilità è sempre più legata ad una autoreferenzialità burocratica.

Anche le democrazie interne sopravvivono ma solo sulla carta perché le loro regole non sono di fatto applicate e non c’è praticamente alcun interesse per ciò che accade ai livelli centrali.

Il basso grado di sicurezza delle frontiere ha prodotto l’accumularsi diffuso di contrasti etnici, crimine organizzato, immigrazione clandestina e via dicendo.

Dobbiamo anche immaginare che, probabilmente a causa della sfiducia e dell’inefficienza, l’UE non è in grado di governare le evoluzioni della situazione economica e sociale nelle aree di frontiera e questo favorisce un espandersi dei fenomeni; a partire dal mare del Nord ci sarebbe la possibilità di un’apertura per l’espansione ai paesi del centro-est Europa; ma la depressione interna non rende possibile un reale ampliamento dell’UE, anche perché non esiste più un sistema commerciale adeguato per supportare l’ingresso di nuovi membri.

Cosa che è fattore di ulteriore instabilità nella zona che va dall’area centro-orientale e quella sud orientale dell’Europa, Russia compresa.

A livello mondiale possiamo immaginare una sorta di globalizzazione specialmente in campo economico, ma un governo planetario è molto distante e le organizzazioni internazionali incontrano molte difficoltà a gestire gli accordi e le nuove regole, addirittura nei paesi più sviluppati.

Il clima politico mondiale in questo scenario non è insomma positivo e dobbiamo anche immaginare che la divaricazione tra i livelli socio-economici delle varie aree del pianeta aggravi la situazione.

 

 

 

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Questo scenario potrebbe essere definito "un sogno social-democratico"; in questo 2010 gli europei hanno appreso come governare in seno ad uno schema politico comune a più livelli, basato su ideali condivisi di solidarietà e di responsabilità individuali.

Nel complesso il modello europeo di Capitalismo regolato riesce a re-inventarsi anche se differenze importanti persistono nei risultati delle politiche nazionali.

Gli elementi costitutivi

  • Grande sviluppo delle tecnologie e in particolare di quelle dell’informazione
  • Forte attenzione per i valori della solidarietà e dell’ambientalismo
  • Contro una politica tecnocratica, si sviluppa l’attività promossa dal modello delle ONG ed in generale si ha una società civile molto positiva e attiva
  • È compiuta una radicale riforma del settore pubblico, nel quale lo Stato diviene più attivatore che normatore, sulla base dell’elaborazione di un consenso che viene dal basso.
  • È compiuta anche la riforma della protezione sociale che raggiunge un forte ed omogeneo livello
  • Maturano nuove forme di collaborazione
  • Si è proceduto ad una riforma dell’UE per fare fronte all’aumento degli stati membri (che sono 28 e si avviano a diventare 40), ed in questo contesto è incentivata la partecipazione popolare
  • I valori comuni sono quelli della fiducia, della solidarietà e della responsabilità, in un ruolo crescente della società civile
  • Il mondo è raggruppato in aree regionali con qualche problema di rapporto tra loro

Il processo

Già dagli anni ‘90 era visibile come il modo di pensare delle società europee rendeva difficile l’appropiarsi delle nuove tecnologie dell’informazione, e ciò limitava la crescita economica; queste arrivavano dagli Stati Uniti, secondo una logica che era basata sulla società americana per cui gli europei non erano ancora riusciti ad appropiarsi realmente di tali strumenti, ad utilizzarli appieno in rapporto all’organizzazione delle loro società.

Un secondo aspetto sta nel fatto che sempre tra gli anni ‘80 e gli anni ‘90 si può registrare un forte attaccamento ai valori della solidarietà, una crescente sensibilità verso la questione sociale e i temi dell’ambientalismo, e una sempre maggiore attenzione per l’esigenza di un progetto politico più strutturato.

Terzo elemento (che si manifesta molto bene verso la fine del XX sec., con la moltiplicazione degli scandali, degli scontri polemici ecc.) è l’insoddisfazione per un certo modo di fare politica, un certa saldatura fra politica e tecnocrazia, che se aveva dato dei frutti nella seconda metà del secolo, era però entrato in contrasto con le aspirazioni delle popolazioni di una maggiore responsabilizzazione diffusa.

Nuovi attori, come la piccola e media impresa, la società civile, le istituzioni locali, si sentono e si scoprono capaci di giocare un ruolo nuovo nella vita politica; a tutti i livelli, locale, regionale ... anche planetario, come dimostrato dalla realtà di alcune ONG internazionali.

Per cui, all’inizio del terzo millennio, i governanti hanno preso l’iniziativa di una profonda e radicale riforma all’interno della quale è diventato possibile tenere insieme tutti questi livelli.

Si tratta di riforme costruite su principi nuovi ma che erano già presenti in tutti i discorsi dei politici già a partire dagli anni ‘80; principi di decentramento, di responsabilizzazione, di sempre maggiore trasparenza dell’azione pubblica.

Il pubblico insomma si rifonda e lo Stato accetta di diventare meno normatore, produttore di leggi, e più attivatore di opportunità, facilitatore, creatore di occasioni e animatore, che agisce facendo incontrare gli attori e che con loro cerca le soluzioni ai problemi che si pongono.

È in ciò che trova origine la fioritura, sovente per iniziativa degli Stati membri, di continui forum attraverso i quali creare consenso, relazioni e contatti, reti un po’ sul modello di quelle della Banca del Tempo; momenti attraverso i quali i diversi attori e i diversi interessi dialoghino al fine di individuare soluzioni soddisfacenti per tutti.

Uno degli ambiti nei quali si realizzano le potenzialità di questo modo di fare è quello della protezione sociale, per cui vengono recuperati l’equità e il dialogo fra le generazioni, arrivando ad un sistema pensionistico che consente di limitare gli squilibri degli anni a cavallo tra la fine del secondo millennio e l’inizio del terzo.

Matura ed emerge anche una nuova capacità dei poteri pubblici di confrontarsi col mondo dell’impresa, del sindacato e in generale della società civile.

E con l’aiuto dell’impresa, gli Stati hanno messo in atto politiche industriali nuove per promuovere l’apprendimento delle nuove teconologie, per consentire agli europei di appropiarsi di questi strumenti, di adattarli alle proprie esigenze ed di poterle così utilizzare appieno.

Anche l’allargamento dell’Unione Europea a 20-25 Stati, viene accompagnato da una riforma delle sue istituzioni, sia per poter funzionare in queste nuove dimensioni, sia per dare uno spazio sempre maggiore alla partecipazione popolare; non solo vengono attribuiti nuovi poteri al Parlamento Europeo e ai rappresentanti popolari, ma si realizzano anche sistemi di consultazione e di scambi più ampi e più sistematici. In senso generale possiamo dire che questi risultati sono il frutto di una revisione del progetto europeo, ma anche di una ridefinizione di ciò che gli europei aspirano a fare insieme. Quella del 2010 è insomma un’Europa che ha dei valori comuni, che riesce a parlare a un europeo che viva a Lisbona come ad uno di Helsinki o di Dublino o di Bucarest; che crede nei valori della fiducia, della solidarietà, della responsabilità e nei quali si riconosce; non c’è chiaramente un consenso totale ma l’adesione è tale da poter dire che si tratta di valori condivisi. È un’Europa che ha profondamente riformato i meccanismi di politica sociale, mantenendo però in questo ambito un alto livello di protezione, di sistemi contributivi e pensionistici, di assistenza medica piuttosto generoso in rapporto al resto del mondo; anche se non mancano diseguaglianze tra le diverse regioni o tra i differenti strati sociali, disparità che comunque sono in calo nonostante ci fosse stato un forte aumento nei primi anni del millennio. L’Europa è diventata tutt’a un tempo un mercato, un’Europa sociale, un’Europa verde, un’Europa dello sviluppo, di valori che hanno ripreso corpo.

L’Unione è arrivata a 28 membri e così com’è, è forse un po’ troppo ben riuscita e si trova a dover affrontare il nodo di almeno una dozzina di paesi che premono per farne parte; una situazione per certi versi simile a quella degli ultimi anni del XX sec. e aprendo i giornali del 2010 vi si possono trovare articoli molto simili, in cui le cifre dimostrano come sia già abbastanza difficile far funzionare un’unione di 28 membri e che esprimono perplessità su un possibile allargamento a 40.

Un altro aspetto importante di questo scenario è legato al rinnovamento dei progetti europei, a seguito dei solidi accordi di partenariato conclusi con le maggiori realtà vicine nel primo decennio del secolo; si parla di impegni comuni sottoscritti con la Russia per la lotta al crimine organizzato ed in genere di attivare azioni che, ogni qualvolta si presenti una minaccia ai margini dell’Europa, tendano ad affrontare i problemi alla radice piuttosto che erigere barriere contro le penetrazioni pericolose.

In questa linea, per esempio, risulta più semplice lavorare per aiutare la Russia a costruire un sistema giudiziario efficace, che avere dei confini che siano realmente impermeabili alle infiltrazioni mafiose che potessero presentarsi sotto le spoglie di uomini d’affari difficili da bloccare ad una frontiera.

Il mondo è suddiviso in raggruppamenti regionali; non si tratta tanto di blocchi, quanto piuttosto di strutture del tipo di quella europea, cioé complessi di 15-20-25 Stati che danno vita ad un livello regionale nuovo nel campo della politica estera, la quale diviene sempre più importante per governare il mondo in questo scenario.

In generale però anche in questo scenario la cooperazione internazionale non è sufficiente anche se è un po’ più avanzata che negli altri casi, ma necessita ancora di molti sforzi per essere capace di regolare e governare insieme i problemi della ripartizione delle risorse naturali e della povertà, che nel mondo continuano ad esistere.

 

 

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In questo scenario l’Europa assume tratti veramente post-moderni, dopo una riforma profonda delle fondamenta della società industriale; si basa su un’impostazione radicalmente differente riguardo al benessere, alla produzione e all’organizzazione.

A seguito di un periodo di rivoluzione introspettiva durante il quale le prossimità vengono trascurate, le società europee risultano meno benestanti ma più dinamiche.

Gli elementi costitutivi

  • Cresce il risentimento per l’aumento delle diseguaglianze e matura l’aspirazione all’armonia sociale
  • È accentuata la disparità di valutazione tra i valori e bisogni
  • Sono forti i problemi per fare le riforme sociali da cui prende corpo un profondo disagio sociale che sfocia in una forte crescita dei movimenti ecologisti e ambientalisti
  • Al centro dell’attenzione vi sono le questioni della riforma fiscale e della previdenza sociale, ma anche tutto ciò che nasce dai problemi dell’inquinamento
  • Vi è una reazione contro la globalizzazione
  • La società civile è molto vivace ed il 15% degli occupati è impegnato in campo sociale
  • Dopo questa rivoluzione culturale matura un nuovo atteggiamento verso la ricchezza per cui si persegue una crescita più lenta ma più sostenibile
  • La struttura dell’UE è decentrata, vi è una forte attenzione alla politica estera e anche l’allargamento dell’Unione prosegue ma lentamente
  • Prevale la regionalizzazione dell’ordine mondiale per cui vi è poca collaborazione sui problemi globali.

Il processo

È probabilmente lo scenario più distante dal mondo conosciuto nel 1999 e prende corpo da un periodo di rivoluzione culturale che attraversa l’Europa.

Presenta la realtà di una società post-moderna che si realizza a partire da dinamiche sotterranee che sfuggono ad ogni controllo; essa lavora nel profondo e spinge ad una progressiva sfiducia e disincentivazione verso i depositi bancari ed il risparmio.

Accade che gli europei subiscono una sorta di esaurimento nervoso collettivo non essendo abituati a reggere una così forte pressione quotidiana di tale natura.

La percezione di questo dato di fondo è generale ma è una percezione particolarmente forte in alcune élites politiche che prendono coscienza che l’organizzazione socio-economica non può più reggere a lungo l’impatto con la realtà quotidiana.

Realtà che è fatta di forte pressione fiscale, congestionamento delle città, aumento dell’inquinamento a fronte di investimenti pubblici inefficaci e mancanza di una politica progettuale.

In questo scenario i vertici europei spostano verso il millennio entrante la riforma dello stato sociale ma questo produce un peggioramento della situazione; si possono immaginare dimostrazioni in diverse capitali dell’Europa che danno fuoco alle polveri, in un contesto sociale sempre più pronto a dare in escandescenza.

Sono fenomeni abbastanza forti da spaventare i poteri centrali che tentano di governare la situazione cercando di canalizzare la rabbia popolare verso un’azione riformatrice.

Per esempio viene modificato il sistema fiscale che tende ad imperniarsi sulle imposte ecologiche, cercando di incentivare così le società a riconoscere in tutto ciò degli investimenti e non dei costi, anche attraverso una fiscalità di contro più leggera sul lavoro e sui consumi.

In questo scenario vengono insomma tassati proprio quei capitali che alla fine del secondo millennio non erano tassati.

Matura un senso completamente nuovo del lavoro e della vita; chi dedica parte della sua vita alla famiglia, agli anziani, alla realizzazione di progetti creativi non è penalizzato in termini di pensione e di sicurezza sociale; dobbiamo anche immaginare una società in cui la gente accetta che parte della propria retribuzione sia sotto forma di incentivi ai consumi culturali, quali la lettura, il turismo e così via.

È così che l’Europa occidentale si avvicina a questa, diciamo, crisi post-moderna, crisi che nelle aree del centro e dell’est del continente viene osservata con passività e profondo disagio, avendo quelle popolazioni appena operato una trasformazione sociale verso modelli occidentali che ora paiono rinnegati o quantomeno abbandonati.

Dobbiamo immaginare un’Europa caratterizzata da una fase introspettiva durante questo rivoluzionario periodo di riforme, e che in questi primi anni del terzo millennio non riesce a tenere in piedi dei partenariati internazionali, a svolgere un ruolo nelle organizzazioni internazionali.

Così si arriva ad una Europa profondamente diversa da quella che conosciamo, nella quale il 15% della popolazione è impegnata in qualche attività sociale, e, anche se la gente nel complesso è meno ricca ed è diminuito il potere d’acquisto individuale, cresce la capacità di apprezzare un nuovo gusto della vita, per esempio legato a un maggior tempo a disposizione per il privato.

È comunque un modello socialmente contrastato, perché è un modello che per svilupparsi chiede alla società nel suo complesso di pagarne i costi.

Ma passato il momento rivoluzionario ci troviamo di fronte ad una società in cui la creatività liberata produce un nuovo dinamismo complessivo; le grandi multinazionali, che nella prima metà di questo periodo tendevano ad abbandonare l’Europa, oggi ritornano sotto forma di realtà più piccole, per utilizzare la nuova creatività emergente degli europei, che si riversa anche in alcuni campi delle nuove tecnologie.

A livello di Unione dobbiamo immaginare che resistano le antiche istituzioni, ma d’altro canto c’è una élite che ritiene che la maggior parte dei problemi che l’Europa si trova a fronteggiare può esser risolta solo con iniziative e politiche comuni; si spinge per una nuova e più forte rappresentatività dei cittadini per cui dopo un momento di stabilizzazione del sistema dell’Euro si realizza una apertura alle idee democratiche.

In questo contesto l’allargamento dell’Europa prosegue ma rallenta perché, come abbiamo visto, c’è una certa passività da parte delle realtà centro orientali del continente, le quali, tra l’altro, non sono in grado di stare dietro alla pressione della fiscalità sulle attività inquinanti ed all’organizzazione del sistema di protezione sociale.

Ma anche perché i paesi dell’Europa centro orientale guardano con una certa perplessità ai nuovi valori dell’Europa occidentale; il che, unito alla tendenza introspettiva complessiva non rende disponibili molte risorse per impegnarsi, in un primo tempo, concretamente, per un allargamento dell’Europa; anche se in un secondo tempo il percorso di ampliamento dell’Unione riprende vigore.

Intorno al 2010 si assiste anche ad un rilancio dell’integrazione politica, compreso in quei settori come la giustizia, la politica interna, l’immigrazione, che diventeranno più forti e svilupperanno sia la sicurezza interna dell’Europa che quella estera, al punto di poter immaginare che dopo il 2010 si arrivi ad una difesa comune.

A livello mondiale il nuovo modello di sviluppo europeo non incontra i favori degli USA, che non la considerano un partner affidabile nelle diverse organizzazioni internazionali; l’Europa ha una visione di concertazione e privilegia i temi della tutela ambientale, della riduzione delle diseguaglianze nel mondo, ma in questa fase non riesce ad avere un reale impatto nel livello internazionale

 

 

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  Le Vicinanze turbolente                   

L’ultimo scenario è stato chiamato Vicinanze Turbolente ed è caratterizzato dal forte desiderio di erigere nuove muraglie ai confini dell’Europa, allo scopo di proteggerla dagli effetti di instabilità politica e militare e di criminalità organizzata presenti nelle immediate vicinanze.

Dopo una manifestazione di forza da parte degli stati europei più grandi, al fine di restaurare l’ordine nei territori vicini, torna sulla scena lo Stato-Nazione, corredato da una rinnovata fiducia popolare nel modello tradizionale della democrazia parlamentare.

Gli elementi costitutivi

  • Aumentano le tensioni internazionali, particolarmente in materia di controllo delle risorse naturali
  • Aumentano le paure legate alla pressione dell’immigrazione e dei fenomeni di violenza interni
  • Matura una generale tendenza alla chiusura ed all’isolamento
  • Crescono le minacce legate al terrorismo ambientale e alla criminalità internazionale
  • Anche gli USA tendono a non impegnarsi fuori dei confini nazionali
  • Esplode un conflitto armato alle frontiere dell’Unione che rischia di estendersi all’interno
  • Vi è una reazione di successo dell’UE
  • Anche in tema di politica interna e di ordine pubblico si adotta una linea di forte controllo e vigilanza
  • Progressivamente viene abbandonato il sistema del Welfare e anche in campo economico aumentano gli squilibri e le diseguaglianze
  • Si arresta il processo di globalizzazione
  • Gli Stati Nazione registrano un periodo di rinnovata legittimazione
  • Le società sono sostanzialmente passive e c’è un clima di consenso nei confronti di governi forti e repressivi
  • L’economia è in crisi
  • L’UE si allarga ma lentamente
  • Il mondo è diviso in blocchi e si registra il primato della politica sull’economia

Il processo

Sin dalla fine della Guerra fredda, negli ultimi decenni del XX sec. si è assistito ad un crescente proliferare di tensione in diverse parti del mondo; tensioni di tipo nuovo, piccoli conflitti locali tra piccole potenze, che non era più possibile canalizzare, controllare, entro la logica dei blocchi contrapposti.

Tensioni che si legano anche al controllo delle risorse naturali; le questioni ambientali, la spartizione delle acque, delle aree fertili, solo per fare alcuni esempi.

In relazione a ciò, intorno agli anni ‘90, la tentazione dell’opinione pubblica europea è quella di isolarsi più o meno dal resto del mondo; di tenere il più lontano possibile dalle frontiere europee questi problemi, nella convinzione che tanto non sia possibile fare molto per trovare delle soluzioni, e non valga la pena di impegnarsi in iniziative in questo ambito.

Ma le minacce vanno accumulandosi un po’ dappertutto nell’Unione Europea, per cui in questo scenario nei primi anni del terzo millennio, troviamo che la situazione della Russia si è sempre più deteriorata, che quella del Mediterraneo è sempre più gravida di minacce, e l’Europa comincia a pensare a se stessa come ad un’isola, un’oasi di pace che bisogna a tutti i costi difendere, rinforzando il più possibile le frontiere per chiudersi alle infliltrazioni non desiderate.

Da parte loro gli USA sono sempre meno propensi ad un coinvolgimento militare fuori dai propri confini, e comunque quando ciò avviene, dimostrano di avere sempre più difficoltà e si mostrano sempre meno disposti a un pieno coinvolgimento in questo senso.

Accade quindi che proprio alle porte dell’Europa si assista all’insorgere di un conflitto armato che si manifesta, agli esordi, come un atto terroristico; potremmo immaginare un’azione di terrorismo ambientale, quale potrebbe essere l’inquinamento volontario di corsi d’acqua, che degenera perché, per esempio, esistono all’interno dell’Unione forze che tentano di far espandere il conflitto all’interno della stessa Europa.

Si tratta comunque di una seria minaccia per la stabilità dell’Unione, alla quale questa deve rispondere con le sole sue forze; reazione che avviene sotto la spinta e con un atto di forza degli Stati membri, che costituiscono una specie di Consiglio di sicurezza europea, mettendo le realtà più piccole davanti al fatto compiuto.

Intorno al 2005 l’Europa ha dunque messo in atto un’azione piuttosto ambiziosa di ripristino della pace (di peace and forcement come si dice nel gergo della politica estera) che più o meno dà dei risultati, e che viene portata a buon fine in solitudine.

Parallelamente, in tema di minacce terroristiche, viene messo in piedi una specie di progetto che potremmo chiamare Eurovigile, grazie al quale, attraverso una massiccia presenza sul territorio di forze armate e di forze dell’ordine, si dà agli europei il senso di un’Unione che vigila sulla loro sicurezza; questo ha anche un effetto psicologico sugli europei, i quali maturano la convinzione che talvolta è necessario accettare un certo tipo di politica interna da stato di polizia per poter vedere garantita la propria sicurezza.

È uno scenario nel quale l’Europa ha poco tempo da dedicare a certi squilibri interni e al rilancio di una vera riforma della protezione sociale; si potrebbe dire che in generale il sistema del Welfare continua lentamente ad andare alla deriva, e si interviene soltanto per fare in maniera che la situazione non precipiti; in questo quadro la competitività dell’Europa è in continuo calo.

In questo scenario, anche il processo di globalizzazione subisce dei colpi, ed è il solo scenario in cui questo avviene su spinta dei governi; infatti, la crescente instabilità di varie regioni del pianeta, fa sì che da parte del mondo dell’impresa non ci sia più interesse a spingere in questo senso e comunque non certo verso i cosiddetti paesi in via di sviluppo che sono molto instabili.

Si assiste quindi ad una crescita del mondo già sviluppato (che diviene, magari anche lentamente, una sorta di mercato unico), ma anche ad una evidente negligenza nei confronti di quella fetta di mondo nella quale l’instabilità è troppo alta per sperare veramente di avere dei ritorni commerciali e una reale possibilità di funzionare.

Quella del 2010 è insomma un’Europa i cui stati membri (o stati nazione) sono riusciti a conquistarsi una nuova legittimazione circa la loro azione di rafforzamento della pace; si può dire che sia un’Europa molto inter gouvernementale, che funziona essenzialmente sulla base di rapporti tra le capitali, fra i Ministri degli esteri e che comunque esiste prevalentemente in ragione delle decisioni in materia di politica estera e di difesa.

In questo scenario le società sono piuttosto passive, hanno ritrovato fiducia nella democrazia rappresentativa lungo quella dinamica che i sociologi chiamarono "effetto Malvinas" (quando dopo l’Intervento Inglese in Argentina, si registrò un recupero di popolarità, di credibilità, di legittimità da parte delle istituzioni, alle quali si riconosceva la capacità di difendere le proprie comunità nei momenti difficili).

In senso generale vengono accettate politiche sempre più dure e più repressive in materia di affari interni, quali possono essere intensi controlli di identità e violazioni sempre più gravi dello Stato di diritto; gli europei si ritrovano a ridefinire diversi principi come per esempio quelli sull’asilo politico e via dicendo.

Dal punto di vista economico la situazione è abbastanza soddisfacente; le istituzioni europee continuano a funzionare per forza di inerzia; resistono anche l’Unione monetaria e il mercato unico, eccetto che nel campo di alcune tecnologie militari, relativamente alle quali ogni nazione mantiene i propri segreti.

L’allargamento continua ma lentamente e più per sottrarre ad una mancanza di controllo e dunque di stabilità determinati territori strategici.

Quanto al mondo, in uno scenario nel quale l’opzione militare e le conseguenti politiche diventano prevalenti, è abbastanza naturale che sia un mondo sostanzialmente diviso in blocchi, in sfere di influenza dove le alleanze politiche contano assai più che negli anni ‘90, quando invece era l’economia che indirizzava gli accordi fra i diversi Stati.

 

 

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20 domande per riflettere

"Gli scenari non finiscono mai" ha affermato la prof. Masini nel corso del convegno di Saint-Vincent, perché essi si costruiscono (o anche solo si approfondiscono) a partire dalla partecipazione degli stessi attori che ne possono, seppur in modi e misure diverse, determinare o meno la realizzazione; "Negli scenari è importante la partecipazione degli attori, di coloro che effettivamente porranno in essere o meno questi scenari. - ha sottolineato ancora - Ecco perché è importante che si presenti ai decisori la possibile serie di alternative sulle quali dare il proprio giudizio."

E ha aggiunto, in proposito, il ministro Letta: "Io consiglio di propagandare una riflessione su questi scenari, perché credo che manchi la visione di questa accelerazione di velocità, che oggi ci impone, ci obbliga direi, ad affrontare non solamente l’emergenza."

"Siamo infatti tutti alla ricerca di un quadro più preciso, più rassicurante - ha anche dichiarato il Presidente del Consiglio regionale della V.d.A, Robert Louvin - in cui costruire politiche nuove che guardino con attenzione all’impatto che avrà su ciascuno di noi il veloce trasformarsi della società che é intorno a noi. Siamo convinti in quanto portatori di bisogni e aspirazioni comuni che il futuro non dipenderà solo dal caso né solo da grandi forze che ci sovrastano, ma anche in larga misura dal concorso intelligente e operoso che sapremo dare noi stessi alla costruzione di questo avvenire"

Nel corso del convegno di Saint-Vincent i partecipanti sono stati chiamati a riflettere e ad esprimersi sulle immagini presentate della possibile Europa del 2010, attraverso un questionario proposto in sala con il meccanismo del televoto, per cui, in real time, era possibile elaborare le risposte in termini percentuali e ottenere nuovi dati di analisi, nochè elementi sulle direzioni, sulle aspettative, sulle convinzioni del campione di decisori presenti all’iniziativa.

Come rivista non potevamo certo essere in grado di attivare una dinamica simile a quella di un televoto, ma abbiamo ritenuto importante proporre anche ai nostri lettori quel questionario, non foss’altro come traccia da utilizzare, nei contesti che fossero ritenuti opportuni, per avviare una riflessione collettiva e rispondere a quell’esigenza di maggiore consapevolezza generale che da più parti è stata richiamata.

 

Mercati Trionfanti

 

1) Qual è la vostra impressione a proposito della globalizzazione economica e allo sviluppo futuro delle nuove tecnologie?

A) Ne ho una visione chiara e sono ottimista.

B) Ne ho una visione poco chiara ma sono ottimista

C) Ne ho una visione chiara e sono pessimista

D) Ne ho una visione poco chiara e sono pessimista

E) Non lo so

2) Gli Europei pensano spesso che ciò che accade negli Stati Uniti si verifica in Europa qualche anno più tardi. Pensate che quest'affermazione sia valida anche per il futuro?

A) Si

B) No

C) Forse

3) Pensate che l'Europa potrà conoscere una crescita economica sostenuta da qui al 2010?

A) Sì, per tutti gli Stati membri

B) Sì, solo per gli Stati che aderiscono all'Euro

C) Sì, solamente per le regioni più sviluppate

D) No

E) Non ho idea

4) La crescita economica in Europa sembra creare diseguaglianze economiche e sociali sempre più grandi. A tale proposito quale di queste affermazioni vi sembra la più giusta?

A) L'Europa cercherà di affrontare il problema ma non lo risolverà

B) L'Europa affronterà il problema risolvendolo

C) L'Europa non cercherà di risolvere il problema

 

I CENTO FIORI

 

5) Questo scenario mette in evidenza uno sgretolamento dei vecchi Stati Nazione e una frammentazione politica e sociale dell'Europa. A vostro parere, quali sarebbero le conseguenze sull'integrazione europea di un'evoluzione in questo senso?

A) Ho paura che questa situazione faccia regredire il processo di integrazione europea

B) Questa situazione permetterebbe di stabilire dei nuovi equilibri politici e sociali e avrebbe a lungo termine delle conseguenze positive sul futuro dell’Europa e l'integrazione del continente

6) Negli ultimi anni gli Europei hanno investito, tendenzialmente, le loro energie nelle iniziative locali ed in attività di scala ridotta; perché secondo voi?

A) È una facile soluzione

B) La gente non vede altri modi di partecipare alla vita pubblica

C) La gente sa che esistono altre possibilità ma non riesce a coglierle

D) La gente pensa che la partecipazione a livello locale è la sola manieradi cambiare il futuro e di contribuire allo sviluppo economico

7) Gli Europei utilizzano sempre più sovente le nuove tecnologie informatiche e le reti globali come Internet. Quale delle affermazioni seguenti condividete?

A) È un uso inefficace del loro tempo

B) È il modo migliore per diffondere le idee e le culture locali

C) È una tendenza che destabilizza gli Stati Nazione

D) È un'opportunità disperata di operare con il resto del mondo

E) È una tendenza che diluirà e cancellerà le identità locali

 

RESPONSABILITÀ CONDIVISE

 

8) In quale posizione si colloca la solidarietà nei valori comuni degli Europei?

A) È fondamentale

B) È molto importante

C) È abbastanza importante

D) È poco importante

E) Non è per niente importante

9) In quale posizione si colloca la responsabilità individuale nei valori comuni degli Europei?

A) È fondamentale

B) È molto importante

C) È abbastanza importante

D) È poco importante

E) Non è per niente importante

10) Quale di queste affermazioni vi sembra la più giusta?

A) Per costruire un modello europeo di società, le politiche economiche degli Stati membri devono essere identiche

B) Gli Europei devono avere l'ambizione di costruire un modello comune di società ma gli Stati membri devono conservare ciascuno la propria modalità di approccio

C) Gli Stati membri devono perseguire le loro esperienze a rischio di abbandonare l'idea di un modello europeo di società

 

SOCIETÀ CREATIVE

 

11) Il concetto di benessere, di produzione e di organizzazione cambia lentamente in Europa. Secondo voi il benessere materiale come evolverà in futuro?

A) Gli Europei continueranno ad arricchirsi

B) Una minoranza di Europei continuerà ad arricchirsi

C) Gli Europei del 2010 saranno meno ricchi di quelli di oggi

12) Come evolverà la qualità della vita in Europa negli anni a venire?

A) La qualità della vita migliorerà per tutti gli Europei

B) La qualità della vita migliorerà per una minoranza di Europei

C) La qualità della vita nel 2010 sarà peggiore di quella odierna

13) Pensate che gli Europei siano pronti a guadagnare meno, ma a gioire di una migliore qualità della vita (natura, tempo libero, comfort)?

B) Sì, ma solo tra qualche anno

C) No, non faranno mai questo tipo di scelta

D) È comunque un passaggio obbligato

14) In questo Scenario, l'investimento sul tempo libero, l'ambiente, la qualità della vita e la creatività diventa un vantaggio rispetto al resto del mondo. Secondo voi è:

A) Impossibile

B) Difficilmente prevedibile

C) Possibile

D) La sola via possibile

E) La via migliore per l'Europa

 

LE VICINANZE TURBOLENTE

15) Dopo la fine della Guerra fredda come giudicate l'influenza dell'Unione europea e dei paesi membri sulla stabilità dei vicinato?

A) Molto positiva

B) Positiva ma avrebbe potuto essere più forte

C) Negativa

D) Non ho idea

16) Secondo voi qual è il miglior modo dell'Unione europea di proteggersi dall'instabilità del vicinato?

A) Edificare frontiere sempre più invalicabili (Fortezza Europa)

B) Realizzare partnerariati politici ed economici di grande apertura con i Paesi vicini

C) Sviluppare la sua potenza militare e giocare un ruolo di “gendarme regionale”

D) Assicurare la propria difesa appoggiandosi alla NATO ed agli Stati Uniti

E) Non ho idea

17) Qual è secondo voi la minaccia più grave alla sicurezza dell'unione europea

A) Il rischio di un attacco militare diretto da parte di una potenza esterna

B) La criminalità internazionale

C) I rischi ambientali (incidenti nucleari, inquinamento massiccio, ecc...)

D) Il terrorismo

E) Non ho idea

 

A PROPOSITO DEI Cinque SCENARI EUROPA 2010

 

18) Quale Scenario vi sembra il più possibile per la vostra regione?

A) Mercati Trionfanti

B) I Cento Fiori

C) Responsabilità condivise

D) Società creative

E) Vicinanze turbolente

19) Quale Scenario vi sembra il più possibile per il vostro Paese?

A) Mercati Trionfanti

B) I Cento Fiori

C) Responsabilità condivise

D) Società creative

E) Vicinanze turbolente

20) Quale Scenario vi sembra il più possibile per l'Europa?

A) Mercati Trionfanti

B) I Cento Fiori

C) Responsabilità condivise

D) Società creative

E) Vicinanze turbolente

 

 

 

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  Robert Louvin        

  Luciano Violante    

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  Enrico Letta 

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Galleria di riflessioni:                  
il ruolo delle realtà locali

Robert Louvin

(Presidente del Consiglio regionale della V.d.A.)dall’intervento introduttivo al convegno

"[...] Puisque les états nationaux ne peuvent plus assurer, à eux seuls, la solution des conflits qui éclatent à tout niveau, dans une Europe socialement et politiquement fragmentée, force nous est d’imaginer un projet articulé de coexistence des identités locales, en particulier pour ce qui a trait aux petites collectivités et aux petites communautés régionales, de coexistence des niveaux institutionnels différents, de la communication et des marchés globaux. Force nous est aussi de réaffirmer l’urgence de garantir à tous et ensemble les droits individuels et collectifs que depuis deux siècles nous n’avons cessé d’affirmer et de mieux définir.

Deux brillants mathématiciens de ce siècle, John Von Neumann et John Nash, qui sont à l’origine de la Théorie des jeux, nous ont fourni d’excellents moyens d’interprétation de l’économie en tant que jeu, où plusieurs concurrents s’affrontent à la recherche de la solution la meilleure.

Comme nous le prouvent leurs analyses, il existe toujours une solution optimale, un point d’équilibre où chacun des joueurs peut tirer le meilleur profit de son jeu à une condition, et c’est que le jeu ne soit pas purement compétitif mais qu’il soit coopératif et qu’il tienne donc compte de toutes les retombées, dans notre cas surtout sur les générations à venir, de la partie à laquelle on s’est livré. [...]"

Luciano Violante

(presidente della Camera dei Deputati)dal messaggio di saluto letto nel convegno

"[...]Il processo di costruzione europea ha raggiunto fino ad ora alcuni risultati fondamentali. Si tratta di successi prevalentemente di tipo economico-finanziario cui devono seguire altrettanti risultati anche sul piano politico, sociale e culturale. Il principale problema che la classe dirigente dovrà affrontare é il governo della complessità dell’attuale società europea; complessità destinata a crescere ulteriormente nei prossimi anni. A questo scopo chi ha responsabilità politiche si dovrà dotare di adeguati strumenti di conoscenza che possano facilitare e sostenere le sue decisioni. [...] Ritengo significativo che il Consiglio della Regione Valle d’Aosta si sia fatto promotore di questa importante iniziativa, nella convinzione che il rinnovamento delle istituzioni europee farà emergere ulteriormente il ruolo delle assemblee rappresentative regionali nella costruzione del rapporto Europa-cittadini. Il Consiglio regionale della Valle d’Aosta conferma con questa iniziativa la sua profonda vocazione europea e la tradizionale capacità di affrontare la questione della modernizzazione delle istituzioni e della società."

 

 

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Vannino Chiti                                              

(presidente della Conferenza delle Regioni) - dall’intervento al convegno di St. Vincent

"A me sembra che questa iniziativa del Consiglio regionale della Valle d’Aosta sia davvero molto importante perché mette insieme esperienze diverse, che si confrontano sul ruolo del nostro Paese oggi rispetto all’Unione europea, su questi scenari di lunga prospettiva e non sulla negoziazione di breve periodo. Credo sarebbe opportuno che questa iniziativa fosse ripresa da altre regioni, da altri Consigli regionali, perché questi temi riguardano l’insieme della vita di una regione e servono a diffondere la coscienza e la cittadinanza europea."

Perchè una riflessione

"[...]Il primo aspetto che voglio sottolineare è l’importanza e l’opportunità di avviare oggi una riflessione sulle prospettive a medio termine dell’evoluzione dell’Europa. Direi che già l’esistenza di questi scenari, è un segno nuovo, perché per molti anni le prospettive strategiche dell’Europa sono rimaste in secondo piano rispetto alle scelte che venivano fatte. Questa discussione non si presentava né urgente, né prioritaria, perché l’Europa non era ancora un’unione politica, e forse quest’obiettivo non era sentito neppure con la forza e con la convinzione che oggi si è invece diffusa. La questione è se l’Unione Europea comincia a sentirsi e se vuole presentarsi come un’Unione politica democratica sovranazionale. Altrimenti restano soltanto le tendenze dei mercati, ma sono statistiche, sono altri scenari. Un’Europa forte, un’Europa coesa almeno dal punto di vista della solidarietà al suo interno, capace di negoziare i suoi dissidi interni e i suoi rapporti commerciali all’esterno. Ogni passo, anche semplicemente ogni mezzo passo delle politiche europee, in fondo confermava questo scenario, e sarebbe apparso inutile impegnarsi ad elaborarne altri. Invece oggi non solo l’Europa si sente e si vuole sentire un’Unione nella cultura, nelle classi dirigenti della politica, ma anche gli scenari globali sono mutati. C’è più incertezza, più indeterminazione sul futuro. Per questo è importante discuterne, cercare di definire i cammini, i passi che vogliamo compiere domani. Per questo ritengo anche la vostra iniziativa già un segno positivo, utile e importante."

L’ampliamento dell’Unione

"[...]I motivi che ci impongono di riflettere sul futuro dell’Europa, sullo scenario europeo a medio periodo, sono questi: il primo è la decisione ormai definitiva, presa al vertice di Berlino, di procedere all’ampliamento del numero dei Paesi membri entro il 2002, con l’integrazione del primo gruppo di candidati. L’orientamento politico appariva chiaro anche prima, ma quando nelle prospettive finanziarie dell’Unione fino al 2006, si sono tenute ferme tutte le poste concernenti programmi di pre-adesione e di post-adesione, mentre sono state ridotte tutte le altre, mi pare che il segnale sia evidente e che l’allargamento si farà. Il secondo aspetto è l’introduzione dell’Euro che sappiamo comporterà conseguenze rilevanti sulla distribuzione interna dell’Unione e sui suoi processi di sviluppo. Non sappiamo tuttavia, e non vi sono certamente teorie unanimi o del tutto convincenti su questo, quali modifiche nella distribuzione dello sviluppo europeo comporterà la moneta unica. C’è una scuola di cultura americana, che ci dice che cresceranno ancora le disparità economiche e sociali tra le regioni d’Europa, perché l’Euro favorirebbe le aree oggi più sviluppate. C’è una scuola culturale londinese che ci dice che le zone meno sviluppate invece si gioveranno meglio di un mercato a moneta unica, potendo sfruttare alcuni loro minori costi. La Commissione europea oggi non dice nulla, non si pronuncia, credo anche perché sposare in astratto la prima teoria, rischierebbe di suscitare le politiche di coesione, e sposare la seconda rappresenterebbe probabilmente un rischio grande, in presenza di grandi e al momento non riducibili disparità che pure esistono. Tuttavia, io penso che l’Europa abbia compiuto un errore serio. Forse l’abbiamo compiuto tutti noi, nel senso che non abbiamo saputo, anche se ci siamo battuti per questo, determinare un cambiamento. Non lo abbiamo fatto quando sono stati reiterati per altri 7 anni dei modelli di aiuti strutturali che sono stati pensati prima della metà degli anni ottanta in previsione dell’ingresso di Spagna e di Portogallo. Questi modelli certamente non possono che essere da aggiornare, rispetto alle novità che ci sono in Europa e nel mondo. Io ritengo che quelle politiche non possano più dare grandi risultati: non sono politiche comunitarie, ma politiche complementari a quelle degli stati nazionali. Io temo che tra sette anni avremo un’Europa con qualche problema in più, non in meno. Temo questo, se non interverranno le politiche comunitarie, le iniziative comunitarie, il partenariato.

Quanto poi al rapporto tra Euro e politiche strutturali, mi chiedo cosa potrebbe succedere nel caso che è ipotizzato da questi studiosi di scuola americana, cioè se effettivamente vi fossero effetti importanti di quelle spinte asimmetriche che accrescerebbero in modo quantitativamente non irrilevante, ma fortemente rilevante, le disparità di sviluppo tra le regioni. Con una programmazione rigida, per un periodo non certo breve, perché sette anni sono molti, per un’economia che si globalizza, non vi sarebbero molti margini per adeguati aggiustamenti in corso d’opera. Se questo davvero accadesse, noi ci troveremmo di fronte ad un problema enorme di tenuta dell’Unione Europea, che credo che dobbiamo mettere tra gli scenari possibili."

Crisi delle Istituzioni europee

"[...]Altro elemento è quello di una crisi delle istituzioni europee, invece di un loro pieno funzionamento. [Le difficoltà del più o meno recente passato] non sono soltanto un segno di malessere e di inadeguatezza.

Accanto a questo c’è un decollo non pieno del Comitato delle regioni. Dopo una fase di slancio dal 1994 al 1998, oggi siamo in una fase di basso profilo, di rischio di normalizzazione.

[...] Anche le stesse incertezze sul ruolo del Parlamento provano il profondo malessere delle istituzioni comunitarie.

Le minacce

"[...] Per ultima, ma sicuramente molto rilevante, c’è la questione della guerra in Europa, della guerra combattuta vicino a noi, dei suoi possibili sbocchi e delle conseguenze che essa comporterà per l’Unione e per i paesi membri, e dei focolai di guerra nel mondo, molti dei quali si addensano vicino all’Europa e nel Mediterraneo, quindi vicino ad un paese come l’Italia. L’Unione europea sarà impegnata in un’opera di soccorso, di reinserimento dei profughi, di ricostruzione della Jugoslavia e dei Balcani. Di ricostruzione che dobbiamo fare noi, perché non possiamo pensare che altri la facciano per noi. Altrimenti questo già di per sé limiterebbe il ruolo e la prospettiva politica dell’Unione europea. Si tratta ovviamente di un evento assolutamente non previsto, ancora da quantificare in termini di ricostruzione, di aiuto ai profughi, di reinserimento e quindi anche finanziari.

Ecco i motivi per i quali è utile aprire ora una riflessione sul futuro dell’Europa, sulla sua coesione interna attuale e di prospettiva, sul suo ruolo in un mercato mondiale che si globalizza, ma che nel contempo vede persistere larghe sacche di povertà e di emergenze e nel quale sembrano affermarsi le logiche delle tensioni dei conflitti a livello di grandi aree regionali, su cui si abbatte il pericolo di una competizione senza regole, che è cosa diversa da un impegno da parte di tutti per l’efficienza."

Il ruolo delle Regioni

"[...]Il ruolo delle Regioni nello sviluppo dell’identità europea è certamente un ruolo crescente, che ha le sue fondamenta nei processi di regionalizzazione che attraversano tutti i paesi dell’Unione, quella attuale come quella del futuro. Il processo di crescita politica e istituzionale delle Regioni e delle città, è diffuso in tutti i paesi dell’Europa, anche se con connotati diversi. In alcuni stati le Regioni sono ormai elementi costituenti di nazioni federali. È così per la Germania, per l’Austria, per il Belgio. In altri le Regioni stanno accrescendo le loro responsabilità diventando sempre più decisive per il governo dello sviluppo, per la vita democratica locale. È così in Spagna. Ci auguriamo che sia così, che venga non soltanto annunciato, ma realizzato anche in Italia. In altri ancora come la Francia, il Portogallo e la Grecia, il potere e il ruolo delle Regioni sono comunque al centro di un dibattito e di un confronto politico che si focalizza sul cambiamento istituzionale dello stato. Persino in Gran Bretagna si è giunti a varare una riforma in senso regionalista che sarebbe stata impensabile anni addietro, ma che è imposta dalla forza delle cose, dalle decisioni del governo Blair. Nell’Ulster la riforma regionalista ha fornito un contributo al cammino difficile di pace in Irlanda: anche questo dovrebbe dire qualche cosa, a livello di riflessione sul nostro futuro. Ma anche fuori dall’Unione attuale, nei paesi candidati ad entrarvi, gli stessi processi stanno operando per cambiare quegli stati, e anzi per fondare sul regionalismo la nuova democrazia ad Est. È il caso della Polonia, dove si è condotta in porto una riforma di segno chiaramente regionalista. È il caso della stessa Romania, dove la forte articolazione delle contee locali, viene ricondotta ad una logica regionale con la creazione di otto regioni in tutto il paese.

Una riforma degli Stati nazione

"[...]A me pare che per costruire l’unione politica e democratica dell’Europa, sia necessario un cambiamento, una riforma degli stati nazione. E non voglio dire con questo, che domani non ci saranno più gli stati nazionali; penso che ci voglia una riforma, un cambiamento degli stati nazionali. Una riforma e un cambiamento che accompagnino e guidino le nuove competenze dell’Unione europea, in politica estera, nella politica di sicurezza, un cambiamento e una riforma che si dovrebbe incontrare anche con la stessa riforma dell’organizzazione delle Nazioni Unite. Vorrei dire una cosa che probabilmente non piacerà e ai nostri amici tedeschi, e forse neanche agli italiani, e né ai nostri amici francesi, e neanche ai nostri amici inglesi. Io non credo che in una prospettiva di medio periodo, in una riforma dell’ONU, il Consiglio di sicurezza possa vedere un litigio tra Germania ed Italia su chi vi entra, quando dovrebbe vedere anche un ritiro di Francia e di Gran Bretagna, perché nell’ONU di domani, ci dovrebbe essere un seggio per l’Unione Europea che unitariamente dovrebbe determinare le politiche di sicurezza e la politica estera.

Al tempo stesso questa riforma degli stati nazionali, dovrebbe guardare ad un ruolo di autonomia e di responsabilità per le Regioni e per le città. Una sussidiarietà vera, che parta dai Comuni, dalle Regioni, dagli Stati nazionali.

All’Unione europea serve una sussidiarietà non solo dichiarata, che spesso, essendo vigente soltanto il rapporto tra istituzioni europee e stati nazionali, è il pretesto per nazionalizzare nuovamente le politiche europee."

Una Carta Costituzionale per l’Europa

"[...]Per concludere, considero dunque positivo interrogarsi e riflettere sul futuro della società europea, della sua economia, del suo ruolo esterno, delle sue istituzioni. Questo va fatto partendo da una base di fondo, che è rappresentata dalla prospettiva dell’unione politica, dell’affermazione cioè di un processo in grado di guardare, e poi di portare anche, ad una Carta Costituzionale Europea, che garantisca innanzi tutto i diritti di cittadinanza di ogni abitante dell’Unione, mettendo al primo posto il valore profondamente democratico della vita politica, della vita economica, della vita sociale di questo nostro continente e la costruzione di società multirazziali e multiculturali.

Il deficit di democrazia che caratterizza le istituzioni europee, non sarà cancellato soltanto attraverso il conferimento di maggiori poteri e responsabilità al Parlamento o allo stesso Comitato in cui si dovrebbe esprimere la voce delle Regioni e delle città europee. È necessario, ma non basta. Occorre, oltre a questo, che l’Unione europea si ponga l’obiettivo di diventare l’interlocutore dei cittadini. Può farlo, su questo sono d’accordo con quanto di recente ha scritto Stefano Rodotà su Repubblica, solo se l’Unione imbocca anche la strada di una dichiarazione dei diritti e della loro costruzione. Accettare e fare propria questa logica, significa anche correggere i limiti che fino ad oggi hanno caratterizzato il processo di costruzione europea. Oggi, dopo la moneta unica, l’idea di dotarsi di una carta costituzionale e di lavorare per questo obiettivo, che non è di domani, ma rappresenta una grande occasione, è l’unica in grado di dare slancio ad una politica europea in cui tutti i cittadini possano davvero riconoscersi e identificarsi. Ritengo che le Regioni e le città, oltre che gestire i fondi, oltre che fare queste scelte rilevantissime, possono delineare, anche insieme al mondo della cultura, scenari che vadano oltre. Gli stati hanno più difficoltà a farlo. Ritengo allora che questo potrebbe essere un contributo che viene dalle Regioni e dalle città europee. Per partire bene e progredire su questo cammino, è necessario far conto sull’anello democratico che si salda e in alcuni casi si è già saldato solidamente tra i diritti, le esigenze e le aspirazioni dei cittadini, e le loro rappresentanze a livello regionale e locale. Estendere a livello di paese, e poi di Unione europea, i collegamenti lungo questo anello di democrazia, rappresenta la miglior garanzia per il progresso dell’Europa e dei suoi popoli, nei loro rapporti reciproci e di fronte a tutti i popoli del mondo.

Insomma, c’è un ruolo prezioso che su questa strada possono svolgere le Regioni e le città che sono più vicine ai cittadini. Le Regioni e le città sono identità fondative dell’Europa, le più robuste, probabilmente. Allora il nostro dovere è quello di impegnare esse e i nostri cittadini verso queste prospettive, per un confronto su questi obiettivi. Ma chi vuole l’unità dell’Europa deve sapere che le Regioni e le città sono una risorsa preziosa da non disperdere, ma piuttosto da accogliere pienamente.

 

 

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Enrico Letta                                               

(Ministro per le politiche comunitarie) dall’intervento al convegno di St. Vincent

"Io faccio solo una riflessione; nel momento nel quale pensiamo a questi scenari da adesso a 10 anni, sono portato a pensare cosa eravamo 10 anni fa, perché questo credo che sia un approccio che mi consente di dire se l’evoluzione di questo decennio delle vicende europee, è stata un’evoluzione rispetto alla quale vi erano previsioni che poi sono state confermate o non confermate, soprattutto se il mutamento di questo decennio è stato un mutamento, con quale velocità è avvenuto. Allora io sono portato a dire che quello che è accaduto in Europa in questi dieci anni, in termini di velocità e di portata dei cambiamenti è pari a tutti i 40 anni precedenti di ciò che è accaduto nell’Europa, nell’Unione Europea; almeno per quanto riguarda le istituzioni comunitarie. E se questo è vero - e se la portata di questi mutamenti, l’accelerazione, la velocità di questi cambiamenti ci portano a dire che il decennio degli anni 90 è pari (in termini appunto di velocità e di mutamenti), a tutti i 30/40 anni precedenti - io non credo che questa velocità tenderà a ridursi ma anzi sono portato a pensare che questa velocità tenderà ad aumentare, tenderà a sviluppare i suoi effetti, le sue conseguenze attraverso tempi, modi che sono quelli ormai inarrestabili che abbiamo vissuto anche in questi anni. Se pensiamo a cos’era l’Europa dieci anni fa, noi vediamo, credo, uno scenario completamente diverso da quello di oggi; credo anche che fosse difficilmente prevedibile che oggi, 1999, noi avremmo avuto la moneta unica europea. Era difficilmente prevedibile un percorso di allargamento così come si è verificato; credo che fosse difficilmente prevedibile anche un discorso di instabilità, di tensioni e di guerre come che hanno caratterizzato questo decennio nel cuore dell’Europa. Erano anche difficilmente prevedibili, sia la quantità di mutamento dei flussi demografici della demografia dentro l’Unione Europea, sia quella dei flussi migratori.

Questi temi ci portano a dire che l’esercizio che abbiamo compiuto non è un esercizio di fantapolitica. Gli aspetti di grandissimo realismo degli scenari sono legati alla visione di come e stata, in questo decennio che è passato, la velocità deil cambiamenti che sono avvenuti; e su questa grande verosimiglianza siamo chiamati a riflettere, ognuno ovviamente nelle sue responsabilità, e ognuno come cittadino d’Europa.

Io non ho trovato uno di questi cinque, che fosse fuori dal mondo o totalmente fuori dal novero delle probabili tendenze che l’Europa sta vivendo, anche se che l’Europa del 2010 sarà un’altra rispetto alle cinque disegnate.

Io credo che questo sia invece un esercizio molto utile, per un semplice motivo: se è vero il ragionamento fatto prima sulla velocità, è anche vero che rispetto a questa nuova velocità, chi pensa all’Europa - e chi ha responsabilità sull’Europa (sia in termini di istituzioni comunitarie che di istituzioni nazional o regionali), così come il mondo accademico, la stampa - non può ragionare e riflettere senza rendersi conto che questa nuova velocità impone un nuovo approccio programmatorio a tali tematiche.

Cioè non si può immaginare di guardare a questi eventi, senza una percezione di prospettiva temporale, o guardare a questi eventi, semplicemente fronteggiando le emergenze, o cercando di applicare percorsi e progetti che vengono dal passato, che sono già stati elaborati, ideati, e ora vanno applicati.

In fondo il decennio che trascorre, che sta finendo, è stato il decennio di una grande prospettiva, di una grande idea; l’unione economica e monetaria.

Se io guardo a oggi, 1999, c’è un certo vuoto, invece. Se dovessi dire oggi qual è la grande idea di questi prossimi dieci anni d’Europa, direi che manca la grande prospettiva. Poi si è discusso in questi dieci anni, di un’Europa solo monetaria, l’Europa dei banchieri, troppo portata sulla moneta; però l’idea c’era, e quell’idea ha fatto andare avanti l’Europa, ha fatto andare avanti un dibattito sull’Europa in cui comunque tutto poi è andato avanti parallelamente all’aspetto legato alla nascita dell’Euro.

Oggi manca un’idea forte, un’idea guida che sia in grado di trascinare, e credo che sia invece assolutamente necessario che il dibattito culturale e politico, la discussione tra chi ha responsabilità a livello comunitario, e tra i singoli paesi, guardi allo scenario dei prossimi dieci anni, con la voglia, la volontà di darsi degli obiettivi.

Credo che questo sia una grande lezione che l’Europa ha sempre insegnato a tutti; essa ha sempre vissuto con le grandi date davanti. Anche negli ultimi tempi, l’Europa del ‘92, e poi la moneta unica del ‘99, e poi il 2002...

Io credo che noi dobbiamo cominciare, questo è il tempo; adesso che l’Euro si sta assestando, che anche le vicende drammatiche dell’instabilità balcanica impongono all’Europa una riflessione diversa sulla politica estera di sicurezza comune, dobbiamo avere una visione prospettica che sia non solo l’indicazione di date, ma anche l’indicazione di percorsi. Quando io per esempio guardo a uno dei processi che più interessa al nostro paese, all’Italia, cioè il partenariato euro-mediterraneo (che ha avuto a Stoccarda il suo recente consiglio ministeriale, soffocato nello sguardo complessivo europeo dalle vicende che si stanno svolgendo nei Balcani), non posso non pensare che anche quel percorso ha una data che suona 2010.

E però mi chiedo anche come sia possibile che in dieci anni (essendone già passati cinque, dal momento in cui è stato lanciato questo partenariato, e non avendo in questi cinque anni fatto sostanzialmente passi avanti) si riesca ad arrivare ad un progetto così ambizioso.

Io consiglio perciò di propagandare nel mondo politico nazionale ed europeo una riflessione su questi scenari, perché credo che manchi totalmente questa prospettiva temporale, soprattutto manchi la visione di questa accelerazione di velocità, di tempi, che ci impone, ci obbliga direi oggi, ad affrontare non solamente l’emergenza.

Credo sia il momento di riprendere un percorso che l’Europa ha interrotto drammaticamente, con problemi interni, con problemi complicati in questi ultimi tempi, incomprensibili all’opinione pubblica; un percorso di lunga prospettiva, che ci porti a guardare al 2010, facendolo senza paura di guardare troppo lontano.

Credo che il messaggio importante che viene da qui alle istituzioni nazionali, locali, europee, alle responsabilità della società dell’economia diffusa, sia quello di guardare in prospettiva queste scelte perché sarà nella nostra responsabilità decidere in quale di questi scenari si andrà, o se si andrà in un sesto scenario che decideremo insieme. È veramente un segnale di speranza, soprattutto in un momento nel quale si guarda alla emergenza del giorno per giorno; forse anche perchè si sono fatti pochi scenari negli anni scorsi; si è guardato e costruito poco con prospettive di lungo termine e anche questo ha reso i Balcani, un’area nella quale gli strumenti per risolvere l’instabilità sono strumenti che purtroppo hanno lasciato la parola della politica e hanno dovuto prendere la parola delle armi"

 

 

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Carmelo Messina                                          

(Capo Divisione del dipartimento Politica regionale e Coesione della Commissione Europea)

dall’intervento al Convegno di St. Vincent

"L'assunto di base che informa questo mio intervento è il seguente: il processo futuro di integrazione europea, che non può essere dissociato dallo sviluppo convergente dei territori che ne prendono parte, soprattutto in un contesto di mondializzazione dell'economia, di progresso tecnologico e di economia del sapere, sarà facilitato ed assumerà connotazioni specifiche e originali, se le regioni potranno, insieme agli Stati, condividerne la responsabilità e nella misura in cui, alla dominante ideologia del metodo competitivo conflittuale tra interessi nazionali eternamente contrapposti, si riesca gradualmente a sostituire la cultura della cooperazione su tutti i temi che lo consentano.

Questa è l'ossessione, ma anche l'esperienza, di chi, come me si occupa di politica regionale. La domanda di cooperazione e quindi di partecipazione, di fatto, sta crescendo, col crescere delle autonomie e delle opportunità comunitarie, proprio da parte delle collettività locali e regionali, come è ormai largamente confermato dalla esperienza della politica regionale comunitaria e del suo prossimo avvenire.

Per esplicitare questi concetti, vorrei partire da qualche rapido commento sugli scenari che ci sono stati presentati.

Intendiamoci, tutti gli scenari prospettici hanno una cosa in comune: non si realizzano quasi mai, o mai completamente, od in maniera univoca Perchè sono come le caricature dei disegnatori sulle piazze che esasperano alcuni tratti caratteristici di un volto: gli somigliano, lo richiamano, ma non sono più l'originale, deformano il divenire della realtà.

Un altro limite dei modelli prospettici è dato dal fatto che essi procedono per estrapolazioni senza poter tener conto della molteplicità imponderabile e imprevedibile delle variabili indipendenti, che sempre appaiono cammin facendo. Tuttavia, gli scenari del futuro sono indispensabili e conservano una loro utilità nella misura in cui consentono di assumere consapevolezza dei fenomeni societari in corso e delle loro tendenze e quindi consentono ai responsabili politici di assegnarsi degli obiettivi correttivi delle tendenze spontanee; consentono cioè di apportare quelle correzioni di barra necessarie nella difficile e complessa navigazione della società europea contemporanea. In altri termini, possono costituire uno strumento di lavoro ad uso delle autorità pubbliche e di tutte le famiglie politiche, pur nelle variazioni delle diverse sensibilità.

Gli scenari "Europa 2010" mi sembra evidenzino, fondamentalmente e globalmente, due tendenze pesanti che interagiscono: da una parte la mondializzazione dell'economia che accentua la competizione e il conseguente rapporto di sostituzione capitale-lavoro e, dall'altra, l'invecchiamento della popolazione con la conseguente implosione dei sistemi di protezione sociale, con particolare riguardo ai sistemi pensionistici, la cui base di prelievo si tende a far derivare dal lavoro verso altre componenti economiche.

Il primo lo definirei lo scenario del tutto liberale: troppo ottimista sulle virtù del libero scambio planetario, con in realtà, l'orrore economico e la disoccupazione dilagante en toile de fond.

Per le politiche regionali questo scenario è poco interessante, anche se ci interpella sulla competitività a tutti i costi.

Il secondo scenario mi sembra una versione pessimista del primo, conducendo verso una grave crisi della governanza centralizzata.

Nell'ottica regionalista, la cosa più interessante appare l'organizzazione dei sistemi locali, l'emergenza dei settori informali e dei valori della solidarietà. Però la crisi della governanza porta inesorabilmente verso il ripiegamento degli Stati e dei territori su se stessi come reazione all'aggressione esterna.

Lo scenario più interessante, dal punto di vista dello sviluppo regionale, è senza dubbio il terzo, Perchè riposa sul consenso e quindi sulla cooperazione e l'approfondimento della democrazia locale, ed evita l'implosione sociale.

Il processo sottostante è opportunamente fondato su una dinamica riformista di senso ascendente (bottom-up) che rovescia la piramide sociale tradizionale. I programmi gestiti direttamente dalla Commissione in materia di cooperazione interregionale, transnazionale e trasfrontaliera e di innovazione hanno come finalità ultima proprio l'introduzione e la diffusione di questa cultura. Si tratta di una lettura corretta della sussidiarietà, che diventa elemento motore di una dinamica sociale volta verso l'avvenire, per cui la funzione dei livelli superiori di governo è essenzialmente quella di aiutare i livelli inferiori a realizzarsi e non quella di sostituirli nel programmare il loro avvenire. Mi sembra dunque che questo scenario sia più vendibile ai cittadini europei, a tutti i livelli territoriali, Perchè più equilibrato. Ed in quanto più vendibile anche più realizzabile.

Esso apre allo sviluppo endogeno e suppone una volontà politica di riforme e di partecipazione. In altre parole fa parte integrante non soltanto delle nostre convinzioni personali, ma già delle pratiche della politica regionale comunitaria in materia di cooperazione interregionale e di innovazione nello sviluppo dei territori.

Il quarto scenario porta un titolo le Società creative, che a mio avviso è, forse, male scelto. In effetti questo scenario non è che una variazione sul tema del terzo, ma con un forte carattere rivoluzionario, portato da una situazione di crisi. È vero che sfocia su un processo partecipativo, ma meno consensuale e piuttosto visto come valvola di sicurezza.

Il quinto scenario infine è decisamente più pessimista, anche se gli avvenimenti di questi giorni (crisi Balcanica della primavera ‘99 n.d.r.) sembrano confermarlo, Perchè insiste su un crescendo di tensione esterna all'UE, con rischio di guerra, senza però indicarci cosa potrebbe accadere dopo.

In sostanza, in questo scenario, le preoccupazioni esterne prevalgono sulle politiche interne.

Per terminare su questo punto, mi sembra poter dire che in definitiva esistono tre chiavi di lettura degli scenari che ci sono stati presentati : la preoccupazione più o meno grande sulle conseguenze dell'evolvere della situazione esterna all'Unione; la presa in conto del grado di partecipazione dei cittadini; il percorso consensuale delle riforme, come alternativa alla crisi.

Queste chiavi di lettura mi consentono di affermare : il ruolo indispensabile delle regioni e delle collettività locali, non solo per una migliore, più rapida e più connotata, politicamente e economicamente, integrazione europea, ma anche come risposta equilibratrice rispetto all'affermarsi della mondializzazione dell'economia e dell'avanzata della tecnologia.

Per meglio esplicitare il concetto vorrei un momento ragionare sulla cultura e la pratica della competizione conflittuale, che è l'atteggiamento consueto dei nostri Stati-Nazione, in difesa dei loro presunti interessi individuali, in ogni circostanza negoziale, all'interno dell'Unione, ma che ci fragilizza anche verso l'esterno.

Edwards Deming, il guru del management, osannato da oriente a occidente, ha dichiarato di recente che l'abitudine di avere degli impiegati in competizione permanente tra di loro è distruttiva e ha aggiunto "abbiamo bisogno di lavorare insieme su problemi comuni; la competizione non può convivere con il lavoro di squadra".

Il lavoro di squadra parte dal principio che abbiamo bisogno degli altri e se vogliamo ricevere il meglio, dobbiamo essere pronti a dare il meglio.

La possibilità di scambiare le proprie idee e collaborare in modo autentico con altri salvaguarda, a medio e lungo termine, gli interessi di tutti ed accelera lo sviluppo nell'epoca dell'economia del sapere.

La disgregazione dell'Unione sovietica ha portato gli Americani a concepire il seguente sillogismo: dal momento che il nostro sistema economico è basato sulla competizione, il loro sistema è collassato e noi eravamo i loro rivali, ciò deve significare che la competizione funziona. Naturalmente, molti fattori hanno concorso al fallimento del comunismo, ma se siamo alla ricerca di una spiegazione semplice possiamo concentrare opportunamente l'attenzione non sulla mancanza di competitività ma sulla mancanza di cooperazione, e cioè di coinvolgimento del cittadino sovietico nel lavoro svolto, fenomeno dovuto principalmente alla carenza di libertà personale e di vera democrazia in quel paese, e dunque di vera sussidiarietà.

La competizione si caratterizza per una sorta di ridondanza: comporta intrinsecamente uno spreco di forze, dal momento che ogni rivale non può beneficiare di ciò che l'altro sa.

Ora, gli Stati mostrano, nell'esperienza concreta, una minore propensione a cooperare che le regioni. Gli Stati sono in continuo conflitto tra la loro convinzione di avere bisogno della dimensione europea per risolvere un certo numero di loro problemi interni (regolazione economica, pace, giustizia...) e, nello stesso tempo, temono di perdere i loro poteri sugli stessi dossiers.

Situazione questa che può naturalmente comportare la presa di decisioni in un'ottica differente da quella che ciascuno di essi spera. È questa del resto l'origine della tentazione unanimista, che pur sentono paralizzante. Questo equivoco permanente, che perturba la costruzione comunitaria, determina attitudini conflittuali, contrarie ad ogni spirito di cooperazione: ciascuna amministrazione difende i suoi metodi e si oppone agli adattamenti.

Per contro, la nostra esperienza ci suggerisce che le regioni hanno una propensione crescente allo scambio, cooperano su materie per le quali intravedono interessi convergenti. Cooperare significa anche adattarsi e internazionalizzarsi: non vi sono interessi contrapposti rispetto a questo obiettivo, vi è solo un problema d'organizzazione.

Sul piano economico, la mondializzazione, da una parte riduce la capacità degli Stati a gestire l'economia (vedasi la difficoltà degli Stati a risolvere il problema della disoccupazione), e induce al trasferimento della definizione delle politiche di regolazione sociale verso il livello europeo, che si rivela più efficace. Dall'altra, la mondializzazione e lo sviluppo tecnologico obbliga ad adattarsi; esigenza che spiega la mobilizzazione et la cooperazione degli attori del terreno.

Infatti, l'adattamento si sviluppa più efficacemente a livello regionale che non a livello nazionale. Una delle ragioni è per esempio che l'economia europea è fondata sulle PMI e queste si nutrono di rapporti di prossimità. L'intervento sistemico e costruttivo su questi rapporti per migliorare i contesti d'impresa si fa dunque più efficacemente a livello regionale, che è anche il livello più pertinente per l'introduzione dell'innovazione nei sistemi produttivi, grazie alla mobilizzazione ed alla organizzazione di partenariati locali.

Sotto questo profilo, e quasi paradossalmente, la mondializzazione, ed al suo interno la costruzione europea, produce come effetto equilibratore il ritorno alla valorizzazione delle risorse regionali e mobilizza le responsabilità territoriali, inducendole a organizzarsi. Questo ritorno al locale come conquista di una nuova libertà e come acquisizione di responsabilità rifiuta però il localismo come spirito particolaristico e di parrocchia, esigendo invece apertura e cooperazione verso l'esterno. Questo atteggiamento implica necessariamente una crescente domanda di partecipazione alla costruzione europea.

D'altra parte, l'obiettivo della coesione economica e sociale del Trattato e quello della solidarietà che ne discende, come prezzo dell'unificazione, deve necessariamente prendere in considerazione il territorio.

In conclusione, la costruzione europea non può più essere operata soltanto dagli Stati, soprattutto se questi aumentano di numero, ma deve emergere dall'articolazione funzionale dei differenti livelli di potere e dalla mobilizzazione partecipativa dei cittadini, al fine di ricercare le soluzioni che sono loro utili, in risposta ai bisogni reali della società civile ed alle molteplici sfide che essa pone sul piano mondiale."

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