Courmayeur 4-10 dicembre 2003   

  Presente “imperativo”:
ovvero 
La 

Memoria 

“debole”  

Che cos’è la Memoria?

Uno strumento o un “valore”?

Che “volto” ha la Memoria

nell’epoca figlia

del “secolo breve”

e del “pensiero debole”?

Quale il suo ruolo?

Quale la sua “lingua”?

 

a cura del Centro di Studi Alessandro Milano  - redazione Luisa Aureli Bergomi ed Eligio Milano

 

Chi ha paura della Memoria?

 

  Presente “imperativo”:
ovvero 
La Memoria “debole  

La scelta
di Loth
 

Bisogno 
di Memoria 

Memoria
e oblìo

La Rimozione della Memoria

La Memoria “debole”

La Memoria nelle “cose”

La persistenza della Memoria

La Memoria taciuta

La libertà dell’arte: una lingua per la Memori

  Il nichilismo gaio  Dal possesso all’accesso   La Memoria
nei “Valori”
Il nichilismo depresso I disobbedienti della Memoria

 

Chi ha paura della Memoria?   

(inizio pagina)

Da molti anni, almeno una diecina, è diventato naturale rivolgersi ad un genere narrativo – il noir – per provare a capire qualcosa di più della realtà contemporanea in cui siamo immersi capendoci sempre di meno, domandandoci sempre di più.

Il noir inteso come “sentimento del tempo”, chiave di volta di un disagio metropolitano che non ha più confini geografici e che si scontra con un mondo dei “potenti” sempre più indistinto e sempre più minaccioso  nel suo agire senza patria né legge.

Anche l’Italia, eletta dai giornali come patria dei misteri, ma sdegnata dai recensori come patria moderna del noir, ha imparato invece nella pratica a rivolgersi ai nostri scrittori (che spesso sono prima ancora giornalisti, uomini pubblici, commentatori) per diradare qualche nebbia e dare consistenza alle ipotesi che ciascun osservatore formula col buonsenso.

Ma le risposte, almeno fino a ieri, tardavano ad arrivare e il genere si preoccupava, in primis, di darsi credibilità, consistenza, legittimità a decifrare il mondo reale a partire dalla cronaca.

E così i detectives e i poliziotti del noir italiano hanno cominciato ad essere persone umane, personaggi riconoscibili  a cui ci affidiamo non nella speranza che mettano ordine al posto nostro nel guazzabuglio della realtà, ma che almeno ci siano al fianco dandoci un po’di coraggio in più.

La vera novità che intendiamo segnalare nel quadro della tredicesima edizione del Courmayeur Noir in festival (di cui per la prima volta Sky diviene partner principale, insieme a uno sponsor storico come Napapijri) è che il romanzo italiano affronta adesso la Storia, si impegna direttamente a fare i conti con la memoria collettiva. E in particolare con quegli anni duri, feroci, scomodi, che furono gli anni ’70.

Dal romanzo al cinema alla televisione, quest’anno si è scoperchiato il vaso di Pandora di quel periodo difficile.

E siamo qui a farci i conti, insieme ai nostri poliziotti, detectives, agenti segreti, uomini qualunque che la Storia ha indicato, per errore o per scelta, come testimoni e attori di secondo piano, ma pur sempre presenti e capaci di ricordare.

Proprio come ciascuno di noi che non abbiamo rinunciato a porci delle domande, a cercare delle risposte.

Si intitola a La memoria e la paura l’edizione 2003 del festival.

Un binomio inscindibile e difficile da affrontare perché senza memoria non esistiamo ma ricordare può intimorire, perfino terrorizzare.

Non è bello, talvolta, sapere se non si hanno gli strumenti per reagire.

E anche un festival di cinema, di letteratura, di divertimento insomma, può fare la sua parte, fosse anche solo per un momento di riflessione collettiva.

Per il resto invece, il nostro invito al Festival ha i colori di sempre, l’allegria degli appuntamenti da non perdere (al PalaNoir, al Centro Congressi, all’Hotel Royal), i grandi film da scoprire, gli scrittori più famosi da incontrare di persona. E su tutto l’ombra del Monte Bianco che ribadisce il nostro famoso slogan “Noir sur Blanc”.

Alla Valle d’Aosta ci sentiamo ormai indissolubilmente legati come prova la fiducia degli amministratori che una volta di più ci hanno sostenuti nel rendere possibile la manifestazione.

Da tempo cerchiamo di restituire questa fiducia con programmi e progetti che lascino un segno.

Interrogarci su un tema ostico ma cruciale come la nostra memoria collettiva ci sembrava importante anche per questo.

il direttore

Giorgio Gosetti

 

Presente “imperativo”: ovvero La Memoria “debole  

(inizio pagina)

Se potessimo chiedere a 100 persone diverse che cos’é la Memoria, probabilmente otterremmo una quantità innumerevole di diverse risposte.

Memoria, con la “M” maiuscola, è intesa in generale come “Memoria storica”, ma per taluni, per tanti, è maiuscola anche, forse soprattutto, la Memoria soggettiva, quella intesa come storia familiare, come tradizione culturale e popolare, come riferimento a valori.

In ogni caso, la concezione generale della Memoria sembra riferirsi ad un qualcosa che ha bisogno di tempi lunghi, lenti, “sedimentari” per poter essere elaborato, posto, trasmesso; ma questo è il tempo dei guizzi rapidi, delle risposte veloci, delle comunicazioni a “spot”, della velocità come parte integrante, quando non fondante, del valore di un prodotto.

La nostra non sembra certo essere un’epoca adatta alla Memoria; se il XX secolo, “il secolo breve”, è stato indicato anche come la culla del “pensiero debole”, il XXI secolo appena iniziato rischia di porsi come l’epoca della “Memoria debole”.

Scrisse Walter Benjamin (filosofo tedesco vissuto a cavallo tra il XIX e il XX sec., esule a Parigi dalla Germania Nazista, morto suicida nel 1940 in Portogallo per sfuggire alla Gestapo che lo aveva identificato mentre tentava di riparare negli USA) nella IX delle sue “Tesi di filosofia della Storia”: «C’è un quadro di Paul Klee che si chiama “Angelus novus”. Vi è rappresentato un angelo colto in volo, mentre si stacca da qualcosa che pure continua a contemplare. Gli occhi son fissi, la bocca dischiusa, le ali spiegate. Così dobbiamo immaginare l’Angelo della Storia. Il suo volto si sofferma verso il passato. Dove noi vediamo una catena di eventi, Egli vede una singola catastrofe che continua ad accumulare ai suoi piedi macerie su macerie. L’angelo vorrebbe soffermarsi, resuscitare i morti, restaurare le rovine. Ma dal Paradiso soffia la tempesta. Il vento gonfia le ali dell’Angelo con furia. Non riesce più a ripiegarle. La tempesta lo trascina irresistibilmente al futuro, cui pure l’angelo continua a voltare le spalle, mentre le macerie salgono al cielo.

Questa tempesta è il progresso».

«Per Benjamin – scrive David Bidussa in un saggio pubblicato da Il manifesto il 27 agosto di quest’anno (e riproposto dal Sito Web Italiano per la Filosofia) - l’angelo della Storia è obbligatoriamente rivolto al passato, proprio perché, per fondare futuro, è necessario impossessarsi del passato. È un dato meccanico ed entro certi aspetti anche scontato. E tuttavia, in questo volgersi indietro, non risiede una domanda di sapere. Si guarda al passato - e dunque indietro - per impossessarsi del passato. E occorre possedere il passato per usarlo.»

«Lo storico è un profeta rivolto all’indietro – dice ancora Benjamin - […] Egli volta le spalle al proprio tempo; il suo sguardo di veggente si accende davanti alle vette degli eventi precedenti che svaniscono nel crepuscolo del passato. È a questo sguardo di veggente che il proprio tempo è più chiaramente presente di quanto non lo sia ai contemporanei che “tengono” il passo con lui».

Continua Bidussa «Nel linguaggio di Benjamin l’espressione “impossessarsi del passato”, implica una doppia operazione. La prima è quella che essenzialmente è rivolta alla riscoperta di una dimensione “dimenticata”, “nascosta” o comunque “sopita” del passato. La storia in questo senso è anche una “contro-storia”.

Ma “impossessarsi del passato” implica saper cogliere ciò che in questo presente si rende immediato, necessario e anche scardinante del possibile recupero di “quel passato”. Non ciò che del passato è utilizzabile nel presente come “antidoto”, ma ciò che nel passato si propone come oppositivo a questo presente.»

Stiamo parlando di un passato «che non è morto, ma che assomiglia ai “ricordi” che si presentano alla mente degli uomini nell’attimo del pericolo. Queste immagini, come si sa, vengono involontariamente. La storia, in senso rigoroso, è dunque un’immagine che viene dalla “rammemorazione” involontaria, un’immagine che s’impone improvvisamente al soggetto della storia nell’attimo del pericolo»

Benjamin (e il suo interprete) parlano della Storia, ma visioni del genere, intuizioni del genere possono essere elaborate ed esplorate anche a proposito della Memoria?

Da qui prende le mosse il nostro tentativo, da questa domanda ovvero da una di quelle che si è posta la 13° edizione di Courmayeur - Noir in Festival, che non vuole rimanere spettatore di quel fenomeno, che ha visto ultimamente i nostri autori (di cinema e letteratura) riappropriarsi della recente storia italiana, portando ad una vera e propria esplosione di produzioni e di vicende ispirate al genere, in via di realizzazione o presentate negli ultimi mesi.

 

 

 

La scelta di Loth

(inizio pagina)

«Dobbiamo fuggire, salvarci! Dobbiamo andarcene da queste città di perversione e di peccato! Dio ci ha concesso di lasciare Sodoma e Gomorra, perché noi siamo gli unici “giusti”, … a patto di non voltarci indietro, di non guardare ciò che avviene alle nostre spalle!»

Con queste parole il “giusto” Loth ordinò alla sua grande famiglia di radunare le masserizie ed il bestiame e di partire verso terre lontane.

Ma la moglie di Loth si voltò a guardare ciò che accadeva … e fu pietrificata in una statua di sale.

Vi è da chiedersi se sia veramente “giusto” non guardare indietro, per evitare di prendere coscienza di tutto quello che c’è, anche dell’orrore; per non correre il rischio di rimanerne coinvolti e trasformarsi così in una statua di sale.

 

 

Bisogno di Memoria

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Paolo è giovane, è molto giovane, ha appena compiuto 14 anni.

Paolo è nato nel novembre del 1989, è nato “dopo” la caduta del Muro di Berlino, “dopo” la svolta della Bolognina.

All’epoca delle stragi di Capaci e di Via d’Amelio, di Tangentopoli, della prima Guerra del Golfo, Paolo camminava e parlava appena.

Frequenta il primo anno delle superiori, e se sente il nome “Moro” gli viene più facile pensare al compito di letteratura inglese che agli Anni di Piombo.

Se dici “Memoria” a quelli della generazione di Paolo, è molto probabile che comincino a parlare di Ram e di Mega-byte: al massimo, dopo un po’, potrebbe spuntar fuori qualche cenno alla Resistenza, sempre ammesso che non comincino a spiegarti quale tecnica usano per mandare a memoria le risposte per il test fissato per domani a scuola.

Non si chiamano più compiti in classe; si chiamano test, verifiche e funzionano come i quiz; ogni domanda tre, quattro possibili risposte, tra le quali scegliere quella giusta; oppure affermazioni “secche” da definire semplicemente “vere” o “false”; poche le domande “aperte” e per rispondere ... solo 5, 10 righe, che il più delle volte devono riprodurre le esatte citazioni del testo di studio, per essere considerate “giuste”; rare o addirittura assenti le domande “vere”, quelle a cui rispondere in modo analitico, elaborativo, libero; ogni risposta esatta +1 punto, ogni risposta errata –1 punto (o decimali di punto), ogni risposta non data 0 punti.

E così la valutazione è oggettiva; oggi si interroga così tutto, anche le più tradizionali “materie orali” come Geografia, Filosofia, Storia.

Per quelli della generazione di Paolo la Memoria è soprattutto una questione di tecnica; può prescindere dai contenuti, dall’interesse, dal coinvolgimento o dall’esperienza soggettivi; e può consumarsi, esaurirsi in fretta, restare on-line giusto il tempo necessario per affrontare la prova; la Memoria è uno strumento, non è un valore.

Paolo non ama leggere, come tanti ragazzi di 14 anni, e viceversa ama la televisione.

Ma in questo Paolo è strano; ha una sua videoteca personale fatta di film come Apollo 13, La leggenda del Pianista sull’Oceano … Paolo ama le storie sin da quando era bambino; e non le consuma in una visione veloce; consuma le cassette guardandole e riguardandole, “studiandole”; ha imparato a memoria le battute dei film che ha scelto, è in grado di recitarne interi brani, e recitandoli per gioco, per scherzo, ha finito per capirli, per entrarci dentro…

A volte osservando Paolo che re-infila nel videorgistratore, per l’ennesima volta, una delle sue cassette, viene da pensare che

abbia finito per rimanere prigioniero della sua passione per le storie.

 

Giulio è un po’ più grande di Paolo; poco più grande, 2, 3 anni circa. Giulio è diverso; la sua vita quotidiana viaggia su altri registri; le loro storie ed origini familiari sono diverse.

Paolo “da grande” vorrebbe fare il pilota civile, Giulio sta studiando e si sta già attrezzando per diventare imprenditore agricolo e portare avanti la storia di famiglia.

Per Giulio la Memoria è un fatto più articolato, che trova origine in un percorso soggettivo, privato, familiare ma anche di comunità e di identità, fatto di tradizioni, di lingua … di terra.

Probabilmente Giulio non ha mai “teorizzato” il concetto di Memoria, ma l’altro giorno, mentre ripuliva il solaio di una casa del suo paese, ha raccolto in una scatola di cartone i libri, i quaderni, i giornali che ha trovato sparsi tra le assi e gli oggetti di un tempo passato: «Cosa vuoi farne? – gli dicevano – È roba vecchia, buttiamola!».

«Vecchia? Questi quaderni sono dell’altro secolo, guarda come scrivevano, guarda cosa studiavano! Questa rivista è del 1939, guarda cosa leggevano. Tu sei del ’36: buttati tu allora!» ha risposto Giulio, e ha preso la sua scatola; la ha portata in casa per mettere tutto in ordine nella sua biblioteca.

Tra le cassette di Paolo ci sono anche film come Il caso Mattei di Francesco Rosi, Vajont di Martinelli e Muro di gomma di Marco Risi.

Chissà perché le ha scelte? Chissà come mai, quando ha scoperto che Marco Paolini aveva realizzato delle “interpretazioni teatrali” di alcune di queste vicende, ha voluto comprare anche quelle cassette … 

È andato su Internet, le ha cercate, le ha ordinate … e le ha infilate nel suo registratore … consumandole, come tutte le altre … oggi sa a Memoria anche queste.

Ha prestato a Giulio Il racconto del Vajont … la tragedia di quello che, dice Paolini avrebbe dovuto essere «… il funerale di quel mondo contadino che non serviva più a nessuno…» … il 9 ottobre 1963 …

Giulio non era nato nel 1963 … quando lui è nato era già passato più di un quarto di secolo dalla tragedia.

Giulio non sapeva nulla di quella storia, nessuno gliene aveva mai parlato; c’è voluta la cassetta di Paolo.

Giulio sa che “la terra” per lui è qualcosa di più di un mestiere, un modo di lavorare … per Giulio la terra è storia, cultura...Memoria.

Giulio sa di essere vivo, sa che la “sua” storia, la “sua” cultura, la “sua” Memoria sono vive.

Giulio sa che, anche se ci hanno provato (e forse ci stanno provando ancora), a lui e a questi patrimoni “il funerale” non lo hanno fatto; lui non è un morto vivente. Giulio non si è fermato: ha deciso di cercare, comprare e leggere Sulla pelle viva, il libro della Tina Merlin.

Neanche Paolo si è fermato; qualche settimana fa è andata in onda una puntata di Blu Notte di Lucarelli, dedicata ai Misteri di Ustica; ha intercettato il promo e si è organizzato; ha registrato la trasmissione e adesso la cassetta è lì accanto al film, al teatro…

Paolo e Giulio stanno provando a scrivere delle storie … delle storie loro, delle storie come quelle che hanno incontrato … storie di Memoria.Sono giovani Paolo e Giulio, forse troppo giovani per riuscire al primo colpo nel loro intento; e poi il mondo di oggi non favorisce certo un uso lento del tempo, calmo … come quello che serve per lavorare con la Memoria.

E Giulio e Paolo, se li incontri per strada, sono in fondo due adolescenti come tanti, col cellulare, la discoteca, i voti in bilico in diverse materie, il computer pieno di video-giochi ed una voglia matta di prendere la patente e comprarsi la moto.

Ma ormai Paolo e Giulio si sono …”sporcati le mani” … e l’anima con la Memoria … forse si sono rovinati la vita lasciandosi contagiare da un virus per il quale non esistono vaccini, anche se tanti indizi fanno pensare che siano in atto potenti tentativi di “liberare” il mondo da questa pericolosa malattia.

Paolo e Giulio non sembrano però avere paura; forse sono solo incoscienti, come i bambini piccoli che non hanno gli strumenti per comprendere i rischi connessi alla loro istintiva curiosità, e di fronte ad una presa di corrente devono, a tutti i costi, toccarla, infilarci le dita dentro

Forse sono solo giovani, troppo giovani … forse capiranno …forse hanno già capito …forse cambieranno … forse … ma oggi …

 

 

Memoria e oblìo

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Sicuramente non serve a molto “ricordare” per motivi astratti o, peggio, per sfruttare strumentalmente una “rendita storica”; certi “reduci” mettono a disagio, perchè si avvalgono del diritto presunto di dire: «Io c’ero, e tu non puoi capire, non puoi condividere con me», giustificando così ogni tipo di azione sotto l’ombrello di una Memoria “sacra” e gelosamente delimitata dalla convinzione che essa sia e debba rimanere di esclusiva proprietà privata.

E la Storia recente ci insegna a quali perversioni ciò possa giungere.

Forse anche coloro che elaborano l’imperativo categorico: «Devi ricordare per evitare che ritorni l’orrore di certe vicende», non si rendono bene conto che probabilmente non potrebbe essere nel concreto possibile discriminare tra le cause e gli effetti, cioè tra ciò che è avvenuto e le cause che hanno reso possibili tali eventi.

Primo Levi se ne rese compiutamente conto, quando comprese che non una sola causa era stata rimossa, perché non potesse tornare un nuovo “Olocausto” in forme e con modi del tutto diversi, forse, ma con lo stesso esito fatale.

«E’ avvenuto, dunque può accadere di nuovo: questo è il nocciolo di quanto abbiamo da dire» dice Primo Levi ne I sommersi e i salvati.

Attivare la Memoria dunque non è sufficiente, e la Storia ce lo insegna, anche a fronte di avvenimenti abissalmente mostruosi.

Il sessantennio che è seguito ad Auschwitz non ha visto superata, culturalmente ed esistenzialmente, l’indifferenza per lo sterminio.

Non è vero che Auschwitz è stato liberato nel febbraio 1945; non si poteva, non si può liberare Auschwitz né storicamente né come simbolo di tutti i campi di deportazione, di detenzione e di sterminio, di tutti i luoghi in cui viene negata la dignità umana, che sono stati aperti in ogni continente.

Tutti coloro che sono stati deportati e rinchiusi nei lager, nei gulag, negli stadi sudamericani, nei sotterranei delle caserme, nei campi o nelle basi militari, vi sono rimasti; sia quelli che  sono morti, sia chi ne è uscito fisicamente vivo.

Auschwitz come simbolo resta aperto, perché anche coloro che non vi sono passati attraverso, ma vi sono entrati “dopo”, visitando, leggendo un libro, guardando un film, un documentario o delle fotografie, sentendo una testimonianza che denunciasse il dramma dei desaparecidos o di dissidenti massacrati ovunque sia, vi rimangono dentro per sempre, non ne escono più fuori; e a loro modo ne diventano vittime; contraggono una malattia mortale che tinge di angoscia l’esistenza quotidiana e ne determina le scelte. Forse è per questo che molti sopravvissuti non parlano che raramente della Memoria di ciò che hanno dovuto subire. Perché forse per loro non è Memoria, nel senso di qualcosa di “passato”, per loro è vita, ed in questo senso “presente”.

È come se la loro esperienza li avesse resi simili all’Angelus Novus di Paul Klee, esterrefatti dalla Storia, con le ali della coscienza gonfiate con furia dalla tempesta, incapaci di ripiegarle, trascinati irresistibilmente al futuro, cui pure continuano a voltare le spalle. È una condizione innaturale, “eccezionale”, per questo non condivisibile, incomunicabile (se non, forse, con gli strumenti dell’intuizione artistica); si percepiscono - e forse sono -, per dirla con Benjamin, degli “storici grezzi”, ed in ciò dei “profeti rivolti all’indietro”, “in possesso di un passato” che però non riescono né ad utilizzare né a far utilizzare… a chi, intorno a loro non possiede il passato.

 

La Rimozione della Memoria

 

Il nichilismo gaio

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All’inizio degli anni ’90 il filosofo cattolico Augusto Del Noce sconsolatamente constatava che sia le vecchie che le nuove generazioni avevano fatto, nella stragrande maggioranza, la scelta di Loth: non voltandosi, non prendendo coscienza, rifiutando la Memoria per paura di incrinare tanto l’illusione di un presente felice e spensierato, quanto il vaneggiamento circa un futuro di gioie progressive.

Per Del Noce il ’68 in quanto contestazione del sistema occidentale, era da leggere in chiave positiva: «I giovani - scriveva all’epoca - esprimono la ribellione della natura umana al processo insieme di dissacrazione e di disumanizzazione della società opulenta; [...] non vogliono appartenere a questo sistema in qualità di strumenti, il che per altro deve necessariamente avvenire, perché la società del benessere non conosce che strumenti: e nel volere riaffermare la loro umanità, fanno benissimo»

Ma «Nel corso degli anni ’80 - si leggeva in altre pagine scritte a distanza di quindici anni – l’unico criterio valido diviene l’immediata soddisfazione del piacere, la perdita dell’idea di verità, il pensiero debole, in una parola ilL nichilismo”.
Ma è un “nichilismo gaio” che non si ferma né di fronte ai valori civili della nostra società democratica né alla presenza dei principi trascendenti».

La risposta di Del Noce passava per una restaurazione dei valori e per una ripresa del pensiero tradizionale contro l’esito catastrofico a cui era giunta l’ideologia consumistica; dove “pensiero tradizionale” significava l’affermazione del primato dell’esistenza, dell’intuizione intellettuale e del valore del principio di identità dato dalla Memoria.

«La Memoria – affermava - non può che portare al rifiuto del materialismo edonistico della civiltà occidentale e del libertinismo di massa».

Elementi che, viceversa, avrebbero trovato, nei primi anni ’90, il banco di prova di un nuovo e più pericoloso totalitarismo, rappresentato «dall’irreligione occidentale» e dal superpartito tecnocratico, portando così all’estremo l’alienazione dell’uomo e quindi la sua crisi morale.

 

 

Il nichilismo depresso

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L’ultimo decennio del secolo è stato un susseguirsi ininterrotto di esaltazioni, di mobiltazioni ... e di solenni fregature, di impegno civile indotto da grandi campagne mediatiche e di altrettanto rapide smobilitazioni, di grandi speranze e di cocenti delusioni.

La fine del socialismo reale nell’URSS e nel suo impero ha apparentemente esaltato il primato della libertà individuale e della democrazia; apparentemente, appunto, visti gli esiti attuali dell’aspetto e del significato che sta assumendo la democrazia occidentale.  

Per noi Italiani Tangentopoli ha fatto sperare in un nuovo Stato, in una seconda Repubblica, capace di rifondare i partiti, di smantellare gli apparati, di rivitalizzare il ruolo del “cittadino partecipante”.

L’Europa di Shengen e di Maastricht ha “illuso” intorno ad un progetto di dinamismo creativo e libero.

Gli sforzi collettivi per entrare nell’Euro, affiancati dalla fiducia nella new-economy, per il gioco di Borsa, verso i facili guadagni finanziari, ancora una volta hanno promesso un benessere rapido che si è altrettanto rapidamente trasformato in “sofferenze”, quando non in perdite gravi. I “sogni” e le “certezze” di poter sfidare audacemente il futuro sono andati in fumo.

Nel 2001 Bin Laden ha messo il nostro mondo di fronte all’integralismo e all’odio fanatico, di cui nessuno si era mai istituzionalmente interessato, per distrazione o per arroganza.

Così la società del “nichilismo gaio” si è trasformata in un arcipelago di “nichilismi depressi”, di sfiducia, di fuga, di chiusura etnico-corporativa.

E la Memoria come elemento capace di restituire identità?

Solo alcuni “grandi vecchi” – figli di “antichi” mondi ed “antiche” culture – si ostinano a riproporla perché ci si possa progettare sopra un futuro collettivo, magari planetario.

Ma ormai quasi nessuno ha più la voglia di essere così “serio”.

Al punto che, neppure i figli sono considerati da molti un patrimonio; e costoro non hanno più la voglia (o il coraggio) di affrontare il rischio e la fatica della loro crescita.

 

 

 

La Memoria “debole”

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Quanta paura si accumula nel considerare gli eventi degli ultimi trent’anni? Quali arcani ci attendono a partire dal presente del Medioriente, dell’Africa, dell’America Latina?

Meglio essere un «ragazzo.com», come Jeremy Rifkin definisce un numero sempre più esteso di modi di essere delle ultime generazioni.

Dai decibel delle discoteche, allo studio con lo stereo nelle orecchie, alle sfide impossibili e per noi incomprensibili, agli eventi in cui “esserci” al di là, almeno apparentemente, dei loro significati e dei loro messaggi.

Come nella logica della comunicazione informatica, la Memoria si limita all’ultima esperienza avuta, a cui si sostituisce in fretta la nuova sensazione che arriva, e che ci si aspetta sia più forte ed “esagerata” di quanto mai provato.

Il tempo del silenzio, della riflessione, dell’immobilità, dell’introspezione è ormai uno spazio raro nella vita, tanto che sta diventando una necessità ed un piacere prezioso addirittura il farsi il bagno; più consona ai ritmi ed agli stili di vita attuali una “doccia veloce”.

In questa dimensione, la Memoria finisce per non poter che diventare “debole”

 

 

La Memoria nelle “cose”

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Il consumismo sta portando, secondo Rifkin e molti studiosi delle dinamiche sociali, ad una concezione che supera lo stesso concetto di “proprietà”, che da sempre, nel mondo occidentale, è stata il più formidabile strumento di conservazione materiale della Memoria.

L’intero territorio italiano è letteralmente coperto di “cose di Memoria” che ci “appartengono” concretamente, e che in gran parte condividiamo con l’umanità intera. E il “miracolo” di un territorio limitato, che è sede di circa il 50% del patrimonio artistico mondiale, è Memoria ed è identità, orgoglio e stimolo.

Ebbene, da qualche anno sempre più ampi spazi chiusi ed aperti sono stati sottratti al patrimonio comune, per divenire “consumo a pagamento”: non solo musei, palazzi e ville sono stati gravati da tickets, ma anche centri storici, città, isole, parchi, valli.

Da un punto di vista culturale e di “salto di civiltà”, la “cartolarizzazione dei beni dello Stato”, quindi la possibilità di vendita di luoghi, resti storici, terre comuni, è una perdita drammatica di Memoria.

Significa che si ritiene che si possa fare a meno della vecchia torre medievale diroccata che da mille anni domina il borgo, che ci si possa dimenticare che il “bosco comune” di castagni centenari ha sfamato per un lunghissimo numero di anni l’intera comunità rurale del territorio: farne a meno, alienarli, come già fu, nella Storia, per le “partes indominicatae” trasformate in “enclusures” … segni di quel mondo in completa ridefinizione di cui è parente l’oggi.

Per assurdo (proprio per assurdo?) è ormai possibile accettare che il Colosseo venga gestito da privati come un’impresa economica, magari, chissà! con spettacoli gladiatori molto realistici seppur, magari, virtuali, utilizzando al massimo le nuove frontiere della tecnologia … almeno a breve termine.

La stessa proprietà personale e familiare rischia di essere un gravame al limite del tollerabile: quanto costa il mantenimento della casa al paese, trasmessa dai bisnonni?

Dove trovare il tempo e le risorse per ristrutturarla e viverla?

Meglio disfarsene in cambio di una mini casa di vacanza al mare o in montagna, funzionale, adeguata ai momenti di tempo libero.

O meglio ancora, in cambio di un “prezioso” capitale da investire per finanziare vacanze, magari esotiche, secondo la tendenza “last minute”.

E poi: i mobili della camera da letto della zia in noce massiccio, con motivi ornamentali creati da un artigiano esperto e di ottimo gusto… anche volendo non ci stanno nell’alloggio condominiale, dove funziona solo la componibilità di un arredamento razionale ed essenziale.

E la Memoria? Quanto vincolerebbe la Memoria? Meglio disfarsene e “pagare”, quando prevale la nostalgia, l’accesso al museo etnologico se si tratta «di quell’Italia contadina che non serve più a nessuno» o al centro storico di Venezia, se si desidera “consumare” lo stupore e l’ammirazione per opere irripetibili ed ineguagliabili.

 

 

Dal possesso all’accesso

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Sino agli anni ’80 del XX sec. il possesso di una certa automobile, di un attico in posizione panoramica, di una villa per le vacanze contribuivano da un lato a costruire la Memoria individuale e familiare, dall’altro a certificare alla società uno status symbol.

A partire dall’ultimo decennio del secolo ha iniziato a farsi strada il principio che non la proprietà con i suoi vincoli ed i suoi “oneri”, ma “l’accesso” possa essere un criterio adeguato al mutamento rapidissimo degli indicatori della ricchezza e del successo: meglio “affittare”, avere in uso un computer con la garanzia di poter usufruire sempre di quello dell’ultima generazione, piuttosto che acquistarne uno che tra sei mesi sarà già vecchio; così per l’auto, le attrezzature dell’azienda, l’impianto di condizionamento d’aria del condominio, addirittura l’abitazione; conviene anche sotto l’aspetto fiscale!!!

Il risultato tuttavia è che «…non sono più a casa mia…» pur avendo tutte le carte in regola per certificarmi all’altezza delle aspettative della società di oggi.

Chi oggi realizza ancora «cose fatte per durare»?

È bene non confondere i termini “educazione” e “addestramento”, perché del secondo vi è l’intero sistema che se ne occupa, producendo schiere di consumatori perfettamente attrezzati, bravissimi al computer, navigatori esperti della rete, aggiornati sugli eventi culturali della stagione, trasgressori disciplinati: in tre parole, “moderni cittadini modello” … ma “ineducati”, perché non sanno più essere “soggetti”, individui, persone, al punto che hanno bisogno di animazione eteronoma addirittura per divertirsi.

Come i patrizi romani del V sec. osservavano “indifferenti” i ripetuti sacchi di Roma, componendo nelle loro ville fortificate di campagna indolenti giochi intellettuali, così i troppo benestanti cittadini di successo dell’intera Europa, oggi si rinchiudono nelle “vecchie” case degli splendidi borghi dell’Umbria, della Toscana o delle Marche, (magari ri-arredate con i mobili “antichi” acquistati nei mercatini dell’antiquariato del lunedì, alimentati dai venditori di prima) “dimenticando” che intorno a loro il “mondo brucia”.

 

 

La persistenza della Memoria

 

La Memoria nei “Valori”

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In questa logica diventa “esotico folklore” l’esperienza di chi invece, per cultura, tende a rinnovare nella pratica quotidiana, nello stile di vita, la consapevolezza e l’orgoglio per la propria Memoria.

«Questa casa è stata costruita nei primi anni del 1800 e come tutte le case di quei tempi (non importavano le funzioni o la dimensione) è stata fatta per durare - dice parlando del suo albergo un operatore di paese - Per trasformarla in albergo abbiamo operato una profonda ristrutturazione conservativa, rispettandone però l’impianto e l’architettura complessiva. Anche le due sedie su cui siamo seduti - continua - appartengono allo stesso periodo e fanno parte di una serie di 12 lasciata in eredità e divisa tra i figli. Per tutti noi il valore di questi oggetti è inestimabile, perché è il valore stesso di una vita quotidiana, forse oscura e certamente molto riservata, ma estremamente ricca di significati e di messaggi: ecco perché crediamo che sia molto importante conservare le testimonianze. La raccolta di oggetti che abbiamo qui è stata fatta più per noi che per i turisti; l’ordine e la catalogazione sono venuti dopo, quasi come un hobby come un dialogo con strumenti di lavoro che oggi molti non saprebbero più usare o di cui addirittura si è dimenticata la funzione. Ho incominciato a costruirmi le bacheche, ad installare le luci e, quasi per caso, dicono che ho fatto sorgere un piccolo museo. I turisti in genere accolgono con grande interesse questa mia proposta un po’ originale. Ho dovuto preparare una documentazione fotografica per spiegare l’uso degli attrezzi e, alla sera, proietto dei filmini che raccontano la nostra storia di famiglia e le mille “invenzioni” create per ottenere prodotti robusti, funzionali e di buona qualità. Anche le feste che si organizzano, riproducendo i vecchi mestieri, contribuiscono a far comprendere “l’arte” del lavoro e la passione per le cose belle. Ma, ripeto, anche se tutto ciò è gratificante, non è il nostro obiettivo. Teniamo in efficienza questi strumenti soprattutto “per noi”, come questo filarino ancora funzionante» dice indicando un oggetto a cui è accostata l’antica fotografia della bisnonna al lavoro.

C’è autenticità, c’è Memoria di “valori”, di identità, in una testimonianza del genere; autenticità che consente di non considerare “vuota retorica” un pensiero come quello che accompagna gli ospiti di quest o albergo nell’accostarsi al museo domestico. «Il tempo, i secoli sono passati, hanno lasciato il loro segno anche su di voi, attrezzi da lavoro! Testimoni e protagonisti di una vita dura di lavoro, vissuta con amore.Avete scritto con il legno e con il vostro ferro sul duro granito delle nostre montagne, la vostra leggenda. “Non sentitevi inutili”. Ancora oggi potete fare molto, ricordate all’uomo odierno nella sua folle fretta di vivere, con la vostra saggezza, il vero significato della vita!»

 

 

I disobbedienti della Memoria

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Ma vi è una speranza, anzi la certezza, che la facoltà della “Memoria” non si sia estinta: le “mogli di Loth” sono poche, sono disobbedienti, scandalizzano, vengono irrise e “perseguitate” … ma continuano ad esistere come rocce nella tempesta.

Si chiamano Dario Fo, Marco Paolini, Andrea Purgatori … ma anche Paolo, Giulio, Maria, Anna, Tarek, Isoke, Pierre, Manila … alcuni sono noti altri sono oscuri, e magari agiscono in ambiti piccoli o addirittura familiari; sono i padri e le madri che trasmettono ai figli il “bisogno” di autonomia e di libertà; sono i giornalisti e gli insegnanti che resistono alla trasformazione della scuola e dei mezzi di comunicazione in strumenti funzionali al sistema; sono i professionisti, i commercianti, gli artigiani, gli imprenditori che danno alle loro aziende anche una prospettiva sociale, oltre che puramente economica; sono quel “popolo” di manzoniana memoria che non si è estinto e che perpetua in silenzio una civiltà millenaria senza cedere alle lusinghe o alle minacce.

È un mondo fortemente “soggettivista” che non sente il bisogno di organizzazioni, organismi e organigrammi, che non si pone l’obiettivo di diventare “lobby”, e che in questa “fluidità” trova la sua forza (perché difficilmente individuabile e quindi ostacolabile e trasformabile), la sua novità e la sua “modernità”, intendendo con ciò la capacità di leggere ed interpretare il momento in cui si vive.

I “disobbedienti” della Memoria, come la moglie di Loth, al massimo fanno “rete”, rifiutando anche il solo pensiero di omologarsi reciprocamente…una Babele, un caleidoscopio di singoli da cui forse può emergere il nuovo linguaggio in grado di leggere la realtà e di contrapporsi all’espandersi della civiltà della “Memoria debole”.

 


La Memoria taciuta

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«L’idea che dopo questa guerra, la vita potrà riprendere normalmente o la cultura essere ricostruita, è semplicemente idiota».

Così si esprime  Adorno in Minima Moralia, parlando della Seconda Guerra Mondiale.

Eppure, questa “idiozia”, è ed è stata; e non solo a proposito della Guerra, ma anche in relazione a tanti altri momenti della nostra storia.

È la Memoria taciuta e negata in cerca di una normalizzazione, che sembra poter trovare la sua possibilità solo nella rimozione e nella devalorizzazione dell’accaduto.

Per noi in Italia, per esempio, è la storia del Vajont di cui proprio quest’anno è ricorso il 40° anniversario.

C’è un mistero (e forse una “magia”) nella Memoria del Vajont: per anni, per circa 35 anni, sembrava diventato impossibile parlare di quel “fatto”; gli stessi sopravvissuti raccontano oggi che la loro tragedia è a lungo stata quella di non riuscire a parlare della tragedia.

«Vorrei tanto parlare, ma mi creda, sto male, tanto male» riferisce Giovanni Morandi a proposito di un colloquio con un’abitante di Longarone, in un dossier pubblicato lo scorso 21 settembre dal Resto del Carlino.

Sono diversi gli articoli sul Vajont usciti nelle settimane a cavallo tra fine settembre ed inizio ottobre di quest’anno; tanti, ma sorprendentemente simili tra loro, tutti in qualche modo debitori ad un lingua, che sola sembra consentire di raccontare la verità di quella storia… di quelle storie.

Riecheggia, in tutti coloro che cercano di restituire l’autenticità di quella Memoria, la lingua posta da Marco Paolini e Gabriele Vacis nel loro Racconto del Vajont ... una lingua che narra dall’alto, «… dalla prospettiva del falco …» … capace di cogliere con un solo sguardo tutto lo svolgersi della storia prima e dopo la tragedia; tutte le sfumature della vicenda, quelle storiche, quelle politiche, affiancate con pari, anzi prevalente forza, a quelle personali interrotte o tragicamente riprese.

«Prima di Paolini – ha dichiarato Micaela Coletti, presidente del Comitato dei Sopravvissuti del Vajont, in una intervista a Lucignolonon era possibile parlare di quello che avevamo vissuto, ma soprattutto di quello viviamo».

E aggiunge Mauro Corona in una dichiarazione ricordata da Aldo Cazzullo sul Corriere della Sera del 2 ottobre di quest’anno:  «Il lavoro di Paolini è stato utile, ha indotto molti che avevano rimosso a ricordare, altri che tacevano a parlare…»

«Non c’è un solo Vajont – dichiara Luigi De Cesaro, 35 anni, attuale sindaco di Longarone, ancora a Giovanni Morandi – ognuno di noi ha il suo Vajont, i superstiti il loro, noi che siamo nati dopo il nostro, quelli che sono venuti da fuori e hanno contribuito alla rinascita del paese, un altro ancora». Non a caso, crediamo, il Presidente della Repubblica Carlo Azeglio Ciampi nel suo intervento in occasione dell’anniversario ha affermato «L’intensità del ricordo di quella tragica notte fa avvertire l’insufficienza delle parole. Non so dire altro …non posso dire altro».

È impossibile dare voce alla Memoria quando questa diventa lo specchio di un qualcosa di troppo “enorme” per una sola coscienza; non si tratta di vergogna o di dolore, ma solo di insostenibilità. Pesi del genere si possono affrontare e sopportare solo in uno sforzo condiviso; ma se la lingua non ti supporta, allora come fai a condividere? Quello che solo una Memoria collettiva può consentire di elaborare, finisce ricacciato in un baratro individuale, in una spirale che trascina verso il fondo.

E allora si pone la Memoria taciuta, presente ma mai evidente, rimossa nelle relazioni quotidiane, ma vissuta fino alle ultime conseguenze distruttive nelle emozioni individuali.

Una lingua nuova, forse è questo ciò che può consentire di sbloccare un corto circuito di tale portata.

 

 

 

La libertà dell’arte:

una lingua per la Memoria

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Lo abbiamo già accennato: forse, partendo dagli strumenti dell’intuizione artistica è possibile parlare la lingua della Memoria.

Una lingua che deve essere pensata come “nuova”, in un mondo in cui la stretta sequenzialità scientifica o storicistica tendono a delimitare rigidamente gli angusti spazi in cui si vorrebbe che fosse lecito muoversi per ricordare e raccontare.

Una lingua che, in questi ultimi anni, pare che abbia usato proprio il veicolo artistico per diffondere e nel contempo soddisfare l’esigenza di massa di decifrare degli avvenimenti che, attraverso la semplice comunicazione, risultano di difficile comprensibilità.

La stessa informazione giornalistica sembra aver saputo ritrovare la direzione dell’inchiesta, solo nel momento in cui è riuscita a ripensarsi oltre i limiti del semplice “riferire”, riprodurre ciò che accade, andando a riconquistarsi lo spazio del dialogo problematico ed interrogativo - ed in ciò “creativo” - con la realtà; quando ha ritrovato la forza di darsi come punto di partenza, prima ancora che la ricerca delle “giuste risposte”, la definizione delle “giuste domande”.

Il linguaggio del teatro, come si è visto, ha contribuito a suscitare la coscienza; il giornalismo di inchiesta è riuscito a tener vivi l’attenzione e l’interesse per avvenimenti che altrimenti sarebbero stati volutamente relegati nell’oblìo o nell’indifferenza; la radio e la televisione hanno moltiplicato per milioni la voce e l’immagine di eventi che altrimenti sarebbero rimasti circoscritti, pur avendo una valenza di grande portata; il cinema ha prodotto opere che hanno messo in evidenza ingiustizie, emarginazioni, problemi sociali, abusi di potere, scandali, ed in generale aspetti ignoti della realtà, suscitando nell’opinione pubblica reazioni anche molto forti e persistenti nel tempo, tanto da mettere in crisi addirittura dei governi.

Il Nobel a Dario Fo e Franca Rame conforta in questo senso, in quanto è stato ed è un riconoscimento di altissimo prestigio per due voci di dignità e di libertà, che hanno rinfocolato il senso di dignità e di libertà in amplissimi strati della popolazione.

Ma se vogliamo essere sinceri, dobbiamo riconoscere che non è una novità il fatto che sia l’arte ad utilizzare ed a porre un nuovo linguaggio adeguato alla Memoria

Dalla tragedia greca ai giorni nostri, l’arte ha sempre avuto una funzione anticipatrice o rivelatrice e ha accompagnato i grandi eventi della Storia, interpretandone l’anima attraverso i canti, le ballate, i miti, la poesia: la assoluta novità dell’arte, diceva Cardarelli, è quella di essere “antica”.

Questa nuova stagione di film, di romanzi, (ma anche di prodotti televisivi di fiction, come di inchiesta giornalistica - magari abbinata al teatro -) che si riappropriano della Storia e la ripropongono alla coscienza collettiva, non è dunque da considerarsi una sorta di “evento straordinario”, ma è semplicemente una ripresa di fiducia nella capacità diffusa di arrivare a comprendere fatti come Chernobyl, l’inquinamento, la clonazione, la manipolazione genetica, il terrorismo … attraverso la creatività di una rielaborazione artistica felicemente sposata alle scoperte di una libera ricerca.