Noir in festival 2001

 


Le emozioni del disordine


intervista collettiva sulle incertezze generate 
da alcuni fatti di cronaca del 2001: 
da Novi Ligure alle Twin Towers, 
passando per le giornate di Genova, 
che volto hanno le "nuove paure?"

 

a cura del 

"Centro di Studi e Promozione Culturale Alessandro Milano" di Courmayeur

redazione: Luisa Aureli Bergomi ed Eligio Milano

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2001: odissea nelle certezze

Qualche decennio fa Stanley Kubrik poneva nel 2001 l'appuntamento dell'Uomo con la necessità di fare il bilancio con la sua Storia.

Fu un film che fece epoca, non solo per il particolare linguaggio utilizzato dal regista, ma anche perché colpì nel profondo la coscienza di tanti, istillando il dubbio che il futuro - che allora si andava solo immaginando - potesse celare inquietanti pericoli e minacce per l'Uomo.

E oggi, nel 2001, siamo arrivati all'appuntamento di Kubrik.

Non abbiamo basi sulla luna, né “trasporti pubblici spaziali di linea”; i nostri computer non si chiamano HAL, e le tecnologie per viaggiare nell'iperspazio non sono alla portata di tutti; eppure …

Eppure quest'ultimo anno ha fatto registrare eventi che, a diverso titolo e in misura differente, ci hanno costretto e ci costringono a confrontarci faccia a faccia con le nostre verità.

“Fatti” quali quelli di Novi Ligure (febbraio 2001), Genova (luglio 2001), le Twin Towers e la guerra (autunno 2001), a vari livelli hanno posto (talvolta “imposto”) a tutti, domande profonde e la necessità di rimettere a fuoco, laddove possibile, le proprie certezze.

La sfera privata, quella sociale, quella internazionale, nel giro di una manciata di mesi sono state investite da questi eventi che, traumaticamente, hanno fatto tremare le categorie tradizionali, hanno messo in discussione gli equilibri preesistenti … hanno posto in primo piano “il disordine”.

In che misura? In quali forme? Con quanta consapevolezza?

È questo il campo nel quale orienta la sua ricerca la nostra pubblicazione di quest'anno; una ricerca condotta con la filosofia dell'analisi giornalistica (puntando a raccogliere la “sfida” lanciata dalla passata edizione del Noir in Festival), attraverso una sorta di “intervista collettiva” realizzata tramite un questionario sottoposto a 250 residenti a Courmayeur.

Il Noir in fondo, come ambito narrativo, è proprio questo: indagare in “storie del disordine”, nel tentativo di recuperarne i fili logici per sbrogliarli.

E, mentre l'edizione 2001 di Noir in Festival dedica un ampio spazio alle “incertezze”, (in particolare a quelle di un mondo dell'Informazione che sempre di più lavora nella consapevolezza di …”sapere di non sapere”…, di avere a che fare con “fonti” sempre più inquinate ed inquinanti dal punto di vista della “verità”), ci sembrava interessante provare a raccogliere dati su cosa succede all'interno della nostra comunità.

“Le emozioni del disordine” sono proprio (e solo) questo; una provocazione per una analisi che miri a “indagare” a fondo nei significati di affermazioni quali “niente potrà essere più come prima”; una ricerca strettamente delimitata che non vuole avere la pretesa di “fotografare” la realtà dei fatti, ma solo di testimoniare che esiste una realtà da conoscere; un contributo - come ormai avviene tutti gli anni - ai temi lungo i quali si snoda Noir in Festival, e che, in quanto ospiti di questa rassegna, sempre più riteniamo di dover radicare nella nostra attualità.

Un modo per provare ad essere “protagonisti” del nostro presente cercando di cogliere tutti gli stimoli possibili.

Anche questo è “NOIR in Festival”, con la sua Selezione Ufficiale, i convegni, le conferenze, i libri, gli scrittori, i registi, gli autori, gli eventi; una opportunità per tutti coloro che, come noi, dal 6 al 12 dicembre, sceglieranno di “esserci”.

Un NOIR sempre più attuale.Un appuntamento da non mancare.

Carlo Canepa

(Presidente dell’APT Monte Bianco)

 

Le Emozioni del Disordine

 

Introduzione

Quali emozioni hanno suscitato i tragici avvenimenti di questo primo anno del secolo XXI nella popolazione di Courmayeur, paese di circa 3000 abitanti a prevalente economia turistica e quindi apparentemente ai margini delle tensioni presenti nella società metropolitana?

In qual modo hanno influito sulla vita personale e sociale fatti come quelli di Novi Ligure, delle giornate di Genova, degli attentati terroristici a New York e Washington?

Riuscire a rispondere a queste domande in modo approfondito potrebbe forse risultare molto importante per fotografare un’attualità, a partire dalla quale è possibile dar vita a dibattiti fondati.

La ricerca che qui presentiamo, realizzata attraverso 250 “interviste” ad altrettanti abitanti del paese di diversa età, è un lavoro che si propone come “provocazione” per analisi più specifiche sul tema, ma che, pur fornendo interessanti spunti di riflessione, resta comunque nell’ambito di un’inchiesta di stampo giornalistico.

Tutta la popolazione delle nazioni occidentali ha davanti a sé una sfida da affrontare e nel contempo deve trovare la forza per una radicale ed impietosa autocritica sul “come” si è posta di fronte a se stessa in questi ultimi 50 anni, caratterizzati da un benessere crescente e sempre più diffuso, e al resto del mondo, nel corso dei due secoli passati: deve perciò mettere alla prova la sua solidità ed i propri “valori”, contemporaneamente a nuove forme di dialogo e di relazioni.

Possibile che si possa impostare un dibattito così generale e complessivo a partire di Courmayeur?

Audace, ma non impossibile.

La modestia della presente ricerca non permette certamente sogni di tal portata, ma in modo più pertinente stimoli e forse, come si è detto, provocazioni “molto aderenti” alla realtà dei cittadini.

 

Note sul metodo della ricerca

L’indagine conoscitiva è stata condotta tra 50 preadolescenti di età compresa tra i 12 ed i 14 anni, 100 adolescenti e giovani tra i 15 ed i 28 anni ed 100 adulti.

Essa è basata su una prima sezione introduttiva di 8 domande (“domande quadro”-Dq) e da una seconda, specifica, di 18. (Qu1)

La prima sezione è suddivisa in un primo gruppo di 4 domande tese a conoscere alcune “opinioni personali” ed in un secondo gruppo (altre 4) finalizzato a raccogliere elementi sui comportamenti culturali; l’obiettivo è quello di individuare in senso ampio l’atteggiamento (passivo ed attivo) di ciascun “intervistato” nei confronti di problematiche attualissime che, in linea di massima, interessano la vita di ciascuno in modo piuttosto “generale”, ma non necessariamente ne coinvolgono la quotidianità.

La seconda sezione è invece il “questionario” vero e proprio, ed è strutturata su 18 domande - di cui 11 chiuse ed 7 aperte - suddivise in tre sezioni.

Il primo gruppo (da Qu1 a Qu4) richiede agli intervistati una serie di giudizi su se stessi che tendono a creare una sorta di “autoritratto” nel campo dei rapporti con il “presente” e con il “futuro”.

Il secondo gruppo (da Qu5 a Qu16) tende ad indagare su come sono stati vissuti dagli intervistati i tre avvenimenti presi a simbolo della Storia di questo anno nel campo della realtà privata (Novi), sociale (Genova) ed internazionale (Twin Towers e guerra).

L’obiettivo è conoscere il livello di consapevolezza su questi fatti caratterizzanti e nel contempo cercare di scoprire le “emozioni”, le esigenze e le richieste culturali in rapporto al mondo dell’Informazione.

Per ciascuno dei tre eventi, infatti, sono state poste domande sulle “reazioni emotive immediate”, di giudizio sul livello e sulla qualità dell’Informazione, ed infine di analisi “a freddo” del proprio coinvolgimento.

Infine la terza sezione (Qu17-Qu18) invita a rappresentare il proprio rapporto con l’Informazione e con il futuro, attraverso la scelta di una citazione nota assunta a sintesi del proprio pensiero.

Un’ultima precisazione metodologica va fatta per le 7 domande con risposte aperte (Qu2-Qu3-Qu4-Qu9-Qu10-Qu13-Qu16) che tendono a garantire l’apporto libero del pensiero e delle sensazioni di ogni singolo intervistato.

Esse mirano ad andare oltre lo schematismo arido delle risposte predeterminate, allo scopo di fare prevalere più il valore della sostanza ed il tormento delle sfumature o delle radicalizzazioni che il rigore assoluto del giudizio netto.

Come forse è giusto che fosse, visto che si tratta (vale la pena di ricordarlo) di un lavoro di natura giornalistica, da assumersi quindi più come “intervista collettiva” che come “indagine sociologica” propriamente e scientificamente detta.

Per questo si è scelto di tener conto anche di alcune note e riflessioni che diversi intervistati hanno voluto allegare al questionario, che evidentemente, nonostante tutto, per taluni è risultato troppo “vincolante” per poter contenere tutte le cose che ritenevano di volere e dover dire.

 

Le domande delle interviste

 

Il Quadro introduttivo (Dq)

 

1) In quale misura ti coinvolgono le seguenti problematiche sociali?

32% • insicurezza per il futuro

13% • difficoltà di lavoro stabile

25% • senso di inadeguatezza personale nell’impostare i rapporti sociali

16% • senso di frustrazione causato dalla proposta dei media di “modelli” da imitare, troppo distanti dalla normalità

14% • difficoltà nelle scelte anche banali della vita quotidiana a causa dell’eccesso di offerte e di proposte

 

2) In quale misura ti coinvolgono le seguenti problematiche sociali?

16% • diffusione dell’alcolismo

30% • diffusione delle droghe

18% • diffusione di malattie e contagi

32% • diffusione della violenza

4% • diffusione dei suicidi

 

3) In quale misura ti coinvolgono le seguenti problematiche sociali?

33% • criminalità, corruzione, mafia

20% • fame nel mondo

29% • terrorismo e guerra

12% • degrado ambientale

6% • emarginazione e povertà anche nei paesi ricchi

 

4) In quale misura ti coinvolgono le seguenti problematiche sociali?

2% • pericolo per la democrazia

17% • pericolo per la libertà e trasparenza dell’informazione

51% • pericolo per il mantenimento di una giustizia uguale per tutti

28% • pericolo per la propria identità socio culturale

2% • pericolo a causa dell’immigrazione di massa

 

 

 

5) Riesci a parlare di queste problematiche in modo aperto e sereno?

30% • con un’amico/a

23% • con il mio/la mia compagno/a

25% • a scuola / sul posto di lavoro

7% • con un familiare

2% • in altro ambito (es. parrocchia, associazioni, partito ecc.)

13% • con nessuno me le tengo per me

(NOTA: 25% tra i preadolescenti e gli adolescenti)

 

6) Ti documenti? Cerchi motivazioni e spiegazioni?

97% SI 3% NO Perché: ..........................

(in caso di risposta negativa passare al quesito 7)

 

a) Come?

25% • a scuola / sul posto di lavoro

5% • attraverso colloqui con persone di diversa età

2% • attraverso colloqui con persone di ambienti diversi da quelli che frequenti normalmente

12% • sui libri

16% • su riviste e giornali

28% • attraverso radio e televisione

7% • attraverso Internet

5% • attraverso il cinema

b) Come giudichi la qualità della tua ricerca?

15% • Sono completamente soddisfatto

22% • Non riesco ad essere completamente soddisfatto

63% • Non sempre riesco a capire con chiarezza

Perché: ..........................

 

7) Per te le problematiche del presente trovano delle spiegazioni nella Storia di questi ultimi secoli?

84% SI 16% NO

8) Se “SI” la Storia potrebbe suggerire anche delle soluzioni?

78% SI 22% NO

Perché: ..........................

(NOTA: tra gli adulti il NO è al 42% e non vengono date spiegazioni)

 

 

Il Questionario (Qu)

 

1. Ti senti adeguato a questo mondo?

3% • molto

27% • abbastanza  

65% • solo a volte  

5% • mai

 

 

 

2. Tutti noi abbiamo dei “sogni” che spesso, per realizzarsi, hanno bisogno non solo del nostro impegno ma anche di una buona dose di “fortuna”; generalmente credi nei tuoi “sogni”?

8% • molto  

70% • abbastanza  

17% • solo a volte  

5% • mai

Racconta in sintesi “il” tuo sogno: ......................................................

 

3. Ti ritieni una persona ambiziosa?

9% • molto  

37% • abbastanza  

54% • solo a volte  

0% • mai

Racconta in sintesi “la” tua ambizione: ...............................................

 

4. Preferisci studiare e/o lavorare da solo o in gruppo?

23% • da solo                   77% • in gruppo

Spiega in sintesi la tua risposta: .........................................................

 

5. La cronaca più recente ci parla di un crescente estendersi della violenza privata; di fronte per esempio al delitto di Novi Ligure che cosa hai provato?

32% • orrore                   17% • incredulità                         28% • paura

19% • disgusto                  4% • indifferenza                        0% • altro

 

 

 

6. Sempre a proposito di questo fatto ritieni che l’attenzione, i racconti, le analisi ed i giudizi proposti dai “media” siano stati:

32% • rispondenti a quanto è avvenuto

11% • inferiori alla realtà del fatto

21% • esagerati rispetto al fatto

21% • comunque inadeguati

15% • altro

 

 

 

7. Sempre più spesso si registrano fenomeni di “protesta” che portano all’attenzione di tutti in modo anche traumatico una serie di disagi diffusi in diversi settori della società; di fronte per esempio ai fatti di Genova in occasione del G8 che cosa hai provato?

38% • sconcerto per la “violenza della piazza”

22% • sconcerto per la “violenza delle forze dell’ordine”

7% • condanna dei manifestanti

5% • condanna del G8

15% • necessità di saperne di più sul G8

13% • necessità di saperne di più sulle ragioni della protesta

0% • altro

 

 

 

8. Sempre a proposito di questo fatto ritieni che l’attenzione, i racconti, le analisi ed i giudizi proposti dai “media” siano stati:

51% • rispondenti a quanto è avvenuto

45% • inferiori alla realtà del fatto

2% • esagerati rispetto al fatto

2% • comunque inadeguati

0% • altro

 

 

 

9. Prima del vertice G8 saresti andato a Genova tra i manifestanti?

2% SI 98% NO

Perché: ..........................

 

10. Alla luce dei fatti, “oggi” andresti a Genova tra i manifestanti?

14% SI 86% NO

Perché: ..........................

 

11. L’11 settembre 2001 è avvenuta la tragedia delle Twin Towers; di fronte a questo evento qual è stata la tua prima reazione?

16% • orrore     31% • incredulità     43% • paura     2% • angoscia

0% • disgusto     0% • indifferenza     8% • altro (indignazione)

 

12. Un evento di tale natura e portata secondo te era prevedibile?

            23% SI     77% NO     Perché: ..........................

 

13. Ti aspettavi un evento di tale natura e portata?

            7% SI         93% NO     Perché: ..........................

 

14. Come giudichi la “guerra” iniziata dopo i fatti dell’11 settembre 2001?

8% • necessaria per sradicare il terrorismo

25% • inutile

1% • una giusta punizione

29% • un atto di violenza contro le popolazioni che sono “vittime” non colpevoli

1% • una lotta del “bene” contro il “male”

36% • un vicolo senza uscita

0% • altro

 

15. A proposito dell’attuale crisi internazionale, in generale:

a) credi che i media stiano producendo un’informazione

2% • tendenzialmente rispondente a quanto sta avvenendo

15% • tendenzialmente “partigiana” a seconda di chi parla

83% • tendenzialmente portata a non comunicare tutta la realtà dei fatti

b) credi che questo dipenda da:

11% • difficoltà oggettive vista la complessità della situazione

53% • una precisa strategia delle “fonti”

36% • una precisa scelta dei media

 

 

16. In rapporto ai 3 “fatti” presi ad esempio (Delitto di Novi Ligure - gli eventi di Genova - le Twins Towers e la guerra) come descriveresti le tue reazioni:

 

Commenta in sintesi la tua reazione prevalente per ciascuno dei tre fatti: .................

 

17 In quali delle seguenti frasi ritrovi meglio descritto il tuo rapporto con l’informazione?

13% • «Fatti non foste a viver come bruti ma per seguir virtute e canoscenza» (Dante Alighieri)

6% • «Tutto quello che so è di “sapere di non sapere”» (Socrate)

21% • «La Biblioteca è il Tempio della conoscenza e la conoscenza ha liberato più persone di tutte le guerre di liberazione della storia» (Anonimo)

18% • «Avere troppe informazioni è come non avere alcuna informazione» (Indro Montanelli)

42% • «Se la curiosità è un crimine allora siamo colpevoli» (da un motto degli hackers)

 

18. In quali delle seguenti frasi ritrovi meglio descritti i tuoi pensieri verso il futuro?

25% • «... solo coloro che sono abbastanza folli da pensare di poter cambiare il mondo lo cambiano davvero ...» (Apple)

43% • «Non so come verrà combattuta la Terza Guerra mondiale ma so che la Quarta sarà combattuta con la clava» (Albert Einstein)

2% • «Dove crearono il deserto lo chiamarono pace» (Publio Cornelio Tacito)

24% • «Lei sta all’orizzonte. Mi avvicino di due passi; lei si allontana di dieci passi più in là. Per quanto io cammini, non la raggiungerò mai. Quindi a cosa serve l’utopia? Serve a questo, a camminare» (E. Galeano)

6% • «Non mangerò un grammo più di quanto mi è strettamente necessario per sopravvivere, fino a quando ci sarà sulla terra un solo uomo che muore di fame» (Ghandi)

 

Un’analisi dei risultati

Le domande quadro

 

Le relazioni emotive, personali, civili e politiche: un futuro incerto, gravido di violenza, di “illegalità” e di poche garanzie di giustizia per tutti

Nelle risposte alle prime quattro domande prevale senza alcun dubbio il senso della debolezza dell’individuo, della famiglia, della piccola comunità di fronte a ciò che avviene e potrà avvenire a breve e a medio termine per cause indipendenti dalla propria volontà.

L’incertezza circa il futuro, l’impotenza nei confronti della violenza diffusa, di mafia, corruzione e criminalità, occupano il primo posto nel coinvolgimento emotivo di un terzo degli intervistati, mentre per un altro terzo circa, prevalgono l’inadeguatezza personale a vivere in società, la preoccupazione per la diffusione delle droghe, il terrorismo e la guerra.

Forse risultano “interessanti e problematici”, soprattutto se si considera che 150 intervistati sono preadolescenti ed adolescenti, i dati riguardanti il quarto quesito: la maggioranza assoluta è preoccupata per il «mantenimento di una giustizia uguale per tutti» manifestando così l’esigenza di maggiore comprensibilità e trasparenza; circa un terzo è preoccupato per la propria identità socio culturale, mentre è molto vicino allo zero il numero di coloro che mettono in dubbio sia la nostra solidità democratica che i pericoli, più volte paventati, derivanti dall’immigrazione di massa.

Dunque si potrebbe dedurre che, per i protagonisti del questionario, il pericolo che tutti corriamo circa il mantenimento di una precisa identità, non proviene dalla presenza di gruppi o comunità extraeuropee, bensì da altri fattori di natura qualitativa, sui quali, purtroppo, non è stata chiesta spiegazione attraverso una domanda specifica.

Poco interesse hanno anche suscitato la tematica ambientale - solo il 12% la pone al vertice del proprio coinvolgimento - e le problematiche legate all’insuccesso personale, dovuto alla frustrazione (16%), depressione e disperazione (4%), povertà ed emarginazione (6%); né i giovani né gli adulti hanno prestato attenzione particolare a questi aspetti del vivere civile, forse perché la realtà valdostana, fatta di piccoli numeri, socialmente bene organizzata, ancora sostanzialmente “integra” in gran parte del suo territorio, ritiene di avere delle risorse per gestire tali problematiche.

C’è ancora fiducia nelle proprie forze e nella coesione; in questi casi, la “disillusione” parrebbe non avere, per il momento, cittadinanza.

La ricerca di risposte e soluzioni: c’è bisogno di “capire”, lo si fa attraverso il “dibattito” vicino, i media tradizionali e la Storia. Ma non c’è soddisfazione

Le risposte alle altre quattro domande del quadro introduttivo, testimoniano una forte esigenza di “comprendere” ciò che sta avvenendo intorno a sé (Dq6; 93% SI), attraverso l’utilizzo di strumenti quali radio (Internet non dimostra di avere ancora uno sviluppo molto diffuso - 7%) oppure riviste, giornali, libri.

Grande importanza mantengono sia gli amici che la scuola (o il luogo di lavoro), mentre i partiti, le organizzazioni parrocchiali o le associazioni, un tempo “sede naturale” di dibattiti sociali, culturali e politici, non dimostrano di avere più alcuna rilevanza (2%).

Una percentuale relativamente significativa del 13% (Dq6) preferisce non condividere con nessuno la riflessione sulle problematiche che si evidenziano nel corso della vita; soprattutto fra i preadolescenti il disagio di potere o dovere esternare delle idee o semplicemente delle opinioni sale oltre il 25%.

Ora, coniugando insieme l’esigenza di una “giustizia equa”, la paura di perdere la propria identità culturale (per cause qualitative e non quantitative), la sfiducia nei confronti di partiti e strutture diverse ma tradizionalmente impegnate a far da tramite tra il cittadino e le istituzioni, il disagio di confrontarsi tra le generazioni (solo il 7% “parla” prioritariamente con un familiare) o addirittura il “rifiuto” di esternare il proprio pensiero, sembrerebbe proporre un quadro drammatico dello “status” in cui la maggioranza degli intervistati gestisce il confronto con le varie problematiche con cui (volente o nolente) entra in rapporto.

Inoltre, ben il 63% degli intervistati dichiara di non rimanere completamente soddisfatto dei risultati ottenuti dalla propria ricerca.

L’80% ritiene possibile trovare motivazioni e spiegazioni nella Storia degli ultimi due secoli (che dunque sembra essere conosciuta, almeno a grandi linee, da un’ampia maggioranza) ed il 78% crede che soltanto attraverso un’attenta analisi del passato si possano trovare soluzioni per il presente.

Vale però la pena di sottolineare che il 42% degli adulti afferma che la Storia non serve a fornire soluzioni e rinuncia a motivare il proprio “NO”

Alcune riflessioni degli intervistati

Interessanti risultano a questo proposito alcune riflessioni raccolte attraverso gli “spazi di commento”.

Due ragazze di 17 anni, studentesse di IV superiore che hanno compilato “in gruppo” il questionario scrivono: «Rischiamo -dicono - di dover vivere tutta la nostra vita sotto la minaccia vera o presunta del terrorismo, che comunque darà facoltà agli stati di limitare i diritti umani e la libertà di pensiero e di movimento per ragioni di sicurezza. Abbiamo paura! E più indaghiamo sui fatti recenti, più conosciamo la Storia, più restiamo paralizzate di fronte all’ineluttabilità di certi meccanismi, da cui non si può tornare indietro a meno di non cambiare tutto il nostro modo di vivere. Ma oltre a ciò, è la vita quotidiana che contribuisce a renderci così pessimisti nei riguardi del futuro.»

Una ragazza di 15 anni, studentessa di II superiore ha invece allegato al questionario questa lettera: «È da qualche anno che l’incertezza fa parte della mia vita. Molte volte è proprio tutto ciò, lo smarrimento, l’inquietudine, l’ansia, che mi fanno diventare un’altra persona; e molte volte ancora è tutto ciò che mi circonda che mi fa essere ciò che non vorrei! Posso dire che a livello familiare è certo che esistono questi problemi, ma forse essendo uniti come famiglia, molte volte si lascia spazio a quello spiraglio di sole che riesce a far dimenticare. Invece è a livello personale che non c’è questo spiraglio che mi aiuta a dimenticare il terrore che ho dentro; ormai trovo tutto così scontato, non ho più niente che solleciti in me la voglia di andare avanti, di spingermi a lottare per qualcosa in cui credo. Questa società poi, che mi impone di essere la migliore in tutto, questa ostinata corsa contro tutti, che non ti lascia il tempo di sbagliare, di accorgerti dei tuoi errori perché altrimenti vieni tagliata fuori. Ed è proprio questa la situazione oggi intorno a noi, questo smarrimento, questo sconcerto, soprattutto questa paura, che ti fa uscire fuori dagli argini, proprio come un fiume in un periodo di piena. E infatti è proprio questo fiume che dentro di me sta iniziando a fuoriuscire; questo senso di incontrare davanti a te la paura e di riderci sopra. E non saranno proprio questi problemi che fanno alimentare sempre di più questa guerra di tutti contro tutti? Ma è proprio così che devono andare le cose? A volte mi chiedo se è giusto far progetti per il futuro; ma ci sarà un futuro? perché visto il modo in cui ce lo stanno costruendo ho un po’ di dubbi!!! Milioni di morti nel mondo e questo voi lo chiamate progresso? Sì, progresso nel fallimento! La vita è una; mi chiedo perché non godercela fino in fondo...»

Una signora di 37 anni dimostra il suo impegno a «non mollare», come afferma in un articolato giudizio sulla necessità di documentarsi con puntiglio: «Non rinuncio a tentare di migliorare la qualità della mia vita, anche perché ho due figli e sono preoccupata per il loro futuro. Ho scoperto, per esempio che vi è un mercato “equo e solidale” che conferisce ai contadini, agli artigiani, alle aziende del terzo mondo un giusto riconoscimento al loro lavoro; si può tornare a mangiare cibi di stagione prodotti sul territorio; mi batto perché i miei figli possano avere ampie possibilità per il gioco e possano fare sport senza dover necessariamente “allenarsi” per una competizione. Esistono ancora ampi spazi per dire “NO” alla violenza, alla prevaricazione ... alla paura del futuro!»

E ancora, un ragazzo di II media di 13 anni afferma a proposito della ricerca delle motivazioni: «Penso che essere informato sia una buona “cura” per vivere meglio i problemi individuali e collettivi del mondo in cui viviamo. Poi cerco motivazioni e spiegazioni perché siamo in un paese democratico, così che posso criticare e/o aderire alle opinioni altrui»

Tornando al tema della ricerca delle soluzioni nella Storia, sempre un ragazzo di II media, di 12 anni, risponde di “SÍ” ma aggiunge, limitando il suo giudizio: «ma non sempre, perché il cambiamento a volte è imprevedibile e quindi non ci possono essere degli esempi nel passato da poter paragonare. la Storia però ci insegna la sofferenza della gente, e quando si pensa che un’azione possa produrre sofferenza, visto che i risultati sono tremendi, bisognerebbe non farla»

Una signora di 44 anni, imprenditrice, afferma che «Il rapporto causa effetto, in certe situazioni può ripetersi nel corso degli anni, e quindi la conoscenza della Storia può essere utile. Ma soprattutto la Storia toglie certe illusioni e dà degli strumenti per comprendere che dalle rivoluzioni non nasce nulla di perfetto e molte volte nulla di buono. Per esempio, qualsiasi cosa accada, non si può rinunciare alla democrazia; non si deve sacrificare la libertà individuale in nome di nessuna necessità “politica”; non si può fare la guerra, dicendo che serve per una pace “giusta”».

Un ragazzo 15enne di II liceo è molto laconico in proposito: «La Storia potrebbe sicuramente servire per trovare un altro metodo da utilizzare al posto della violenza o della guerra, per risolvere i disaccordi internazionali e la criminalità. I libri comunicano questa idea con chiarezza, ma non convincono le persone e le società».

Una ragazza di 15 anni sempre di II superiore, non crede che la Storia possa fornirci giuste soluzioni, «ma dalla conoscenza degli errori del passato si può costruire il presente, tentando almeno di non ripeterne di simili. Certe leggi, per esempio, garantiscono la libertà di pochi ma opprimono molte persone; certi delitti sono considerati leggeri, se commessi nel mondo dei potenti (tangenti ecc.) e gravi se compiuti dai poveracci (furto di un’auto ecc.). Gli esempi della Storia, in questo campo, potrebbero evitare molte ingiustizie».

Infine, un adulto di 52 anni, libero professionista, afferma che «la Storia non è utile per risolvere i problemi, i difetti, le tragedie del mondo attuale, ma è utilissima per proporre modi di organizzare le società, per evitare che si giunga a situazione di crisi senza ritorno. La Storia e l’educazione al vivere civile dovrebbero essere le uniche materie su cui si boccia, perché sono le sole che servono per vivere e per progettare la convivenza comune».

Alcune nostre considerazioni

La lettura che una grande maggioranza degli intervistati sembra dare della Storia degli ultimi due secoli pare essere quella di un “periodo” durante il quale una minoranza dell’umanità ha goduto di una prosperità senza confronti grazie all’accumulo ed allo sfruttamento delle risorse dell’intero pianeta.

Se questo ragionamento non risulta essere una pura illazione, vi è la probabilità che le problematiche sollevate dalle prime quattro domande nel loro complesso, e che le risposte specifiche degli intervistati, siano da considerarsi come consapevolezza di una “sanzione” che prima o poi doveva pur arrivare.

Purtroppo sarebbero solo le tre generazioni oggi viventi a dover pagare con gli interessi un “debito” contratto in massima parte dai propri antenati, con conseguenze drammatiche per coloro che stanno crescendo e che ancora devono nascere.

Sembrano aleggiare nell’aria e nella mente di tanti alcune domande: possiamo sopravvivere su questo pianeta, mantenendo lo “status quo” o addirittura imponendo le “nostre” leggi e i “nostri” valori a tutti?

Che significato ha per una Saharui, un Afgano, un Maya, la finalità dell’azione del mondo cosiddetto “sviluppato”?

Le domande specifiche

Autoritratto tra presente e futuro: essere “adeguati"  è dura e “insieme” è più facile Vale però ancora la pena di sognare ... ma non troppo; «del doman non v’è certezza»

«Ti senti adeguato a questo mondo»? (Qu1)

Il 65% degli intervistati ha risposto «Solo a volte», forse considerando la difficoltà di dover essere sempre à la page nel labirinto delle regole scritte e non scritte, e soprattutto la tensione necessaria per ricercare le opportunità che occorre cogliere al volo con notevole fiuto e un buona dose di fortuna.

Ma l'adeguatezza può significare anche la conformità del proprio stile di vita, dei desideri o delle aspirazioni, con la società ed il territorio in cui si vive.

Soprattutto in questo senso sono stati indirizzati i “commenti aperti” del Qu2, quando si è chiesto se è possibile sognare all'interno di questa dinamica sociale.

Al quesito il 70% ha risposto «Abbastanza» e l'8% «Molto».

Due ragazzi 14enni che hanno scelto “la prudenza” hanno però specificato in questo modo: «Io non credo più nei sogni, come non credo a Babbo Natale»; «Tutte le volte che ho tentato di realizzare un mio sogno ho trovato qualcuno che me lo ha impedito, dicendomi che per me era maggiormente conveniente fare altro; adesso tengo per me i sogni e tento di realizzarli in segreto».

Due 20enni così hanno scritto: «Non ho sogni ma inseguo un'utopia: un mondo d'onore e di coraggio. Lavorerò su queste idee per tutta la vita»; «Penso al mio avvenire e quindi lavoro per essere una ballerina di alto livello. Penso anche che il “bello” possa essere molto utile alla società intera»

Tra gli adulti abbiamo scelto questi due “sogni”: «Da ragazza volevo fare l'insegnante... poi il matrimonio a 20 anni, i figli. Adesso sono casalinga»; «Si potrebbe facilmente riuscire a vivere in armonia tra tutti gli esseri umani, senza distinzione di sesso, razza, religione ecc.».

La quantità e qualità dei sogni espressi raramente è risultata “di alto volo”; del pari le ambizioni (alla domanda Qu3, il 54% ha risposto che «Solo a volte» è in grado di esternarle); tuttavia per gli intervistati è meglio lavorare e realizzare il proprio futuro «in gruppo» (74% - Qu4).

Perché «in gruppo si capiscono meglio le cose, ci si unisce quando i problemi risultano troppo complessi, ognuno riesce ad essere attivo e ad esprimere il meglio di sé».

Per concludere il quadro di questo autoritratto e della proiezione verso il futuro è importante considerare le scelte relative al quesito Qu18.

Il 43% dei partecipanti al questionario si è riconosciuto, pessimisticamente nell'affermazione di Eintsein, ma rispettivamente il 25% ed il 24% hanno scelto il motto della Apple e la sfida dell'utopia di Galeano.

È un 49% totale di “positività” che apre uno spiraglio alla speranza e alla voglia di continuare a vivere per migliorare la propria situazione individuale e in generale l'esistente.

Le reazioni emotive: paura ed angoscia in primo piano e ormai si vive tra l’incertezza e la confusione

I valori espressi nella tabella della domanda Qu16 - «In rapporto ai 3 “fatti” presi ad esempio (Delitto di Novi Ligure - gli eventi di Genova - le Twins Towers e la guerra) come descriveresti le tue reazioni» -, indicano come prevalenti (accorpando i valori di «molto» e di «abbastanza»), la «preoccupazione» (oltre l’85% ), la «paura» ed il «terrore» (oltre il 90%) lo smarrimento (oltre l’80%).

L’«angoscia» ha un aspetto totalizzante per gli avvenimenti susseguenti l’11settembre (98%), mentre lo stato di «ansia» diviene rilevante in rapporto ai fatti di Genova (85%).

Per quanto riguarda la paura e la sua natura, l’elaborazione di una ragazza 17enne risulta molto indicativa dello “status” in cui i giovani si trovano, come testimoniato anche in modo più semplice e schematico in numerose risposte “aperte” del questionario: «La paura più grande è quella di non conoscere il vero significato dell’aver paura ...

... è la paura che l’attualità possa superare i limiti del pensiero umano, surclassando ogni nostro sogno ed ogni nostra aspettativa ...

... è la paura di non conoscere perfettamente la persona che ami di più al mondo e la paura di conoscerla già abbastanza ...

... è la paura del “dubbio”, perché il dubbio è fonte del timore e dei nostri viaggi mentali, è la fonte stessa delle nostre parole e delle stesse contraddizioni ...

... è la paura di non conoscere il valore del tempo ed il timore di non conoscerlo mai ...

... è la paura di non essere felici con la sola semplicità delle nostre azioni quotidiane, senza il sostegno di nessuno ...

... è la paura del buio e dell’oscurità che nasconde i colori della vita, ma che custodisce ogni nostro sogno più bello ...

... è la paura che la perfezione possa inseguirti tutta la vita e lanciarti una sfida ...

Ma la paura non esiste di per sé, perché non c’è niente di più bello che aver paura ... paura di un confronto, di un sorriso, di uno sguardo di una parola e poi sentirsi liberi, più forti, più decisi a vincere ogni paura e non ricaderci più.

... La paura che qualche nostra azione non rientri negli schemi razionali di questo mondo senza unità razionale, senza un concetto base sul valore della vita di ognuno di noi, senza una precisa educazione sul rispetto verso gli altri, comportando contrasti e incomprensioni e infine senza un vero punto di incontro ...

... La paura che ogni tentativo di fuga da ogni mio problema o angoscia sia inesistente ...

... Ho anche notevole paura che il mio più grande sogno, per cui sto cambiando vita, amici, famiglia, località, non si avveri e a quel punto la mia più grande paura sarebbe veder una vita intera di sacrifici volare via senza una meta e senza avermi reso veramente felice ...

... la paura che questo mio cambiamento di vita non riesca più a farmi tornare completamente serena ...

... inoltre la paura che il mondo in cui viviamo, così caotico, così sviluppato, così economicamente diviso da una linea, non si rimargini più unendo nord e sud e cancellando quella linea immaginaria che conporta due vite, due problemi, due mondi paralleli ma con tanti problemi e contrasti religiosi ...

... queste sono tutte le paure che vagano nella mia mente e ognuna di esse rispecchia una piccola parte di me che può essere interessata al mondo, all’attualità, all’amore, all’odio, ai sogni e alle fatiche, ma pur sempre con una piccola paura nascosta ...

... è la paura che qualcuno potrebbe non poter scrivere queste righe perché non ha un’anima che prova paura ed anche un piacere nel provarla.»

Nelle persone ultra cinquantenni il “terrore” ha le sue radici nelle esperienze di guerra o degli anni immediatamente successivi al conflitto mondiale, ed è accompagnato da un profondo smarrimento perché esse non si danno ragione del fatto che un passato ancora recente sia stato dimenticato.

Un signore di 64 anni ha dichiarato: «Durante la visione dei due video diffusi dalla televisione araba, riguardanti i proclami di Bin Laden, mi è sembrato di rivivere i discorsi di Mussolini, e ciò mi ha amareggiato ma non particolarmente stupito, ma sono stato terrorizzato dalle repliche di Bush, che mi si sono dimostrate caricate di una buona dose di fanatismo e estremamente superficiali. Tutte le guerre si dimenticano della gente in nome (sott. nell’originale n.d.r.) della libertà e della pace. Mi chiedo: a) come può nascere la pace dalla guerra? b) se la singola persona è un valore, come si può ignorare il diritto di ogni singola persona? L’odio viene alimentato dalle bombe, e quando cesseranno i conflitti, l’odio sarà una realtà enorme, forte desiderosa di vendetta.»

A diversi livelli di coscienza l’inutilità della guerra è confermata dal 25% degli intervistati (Qu14): gli aspetti di violenza sulla popolazione sono condannati dal 29%, ma soprattutto l’attacco all’Afghanistan non serve a risolvere nessun problema per il 36% («un vicolo cieco»).

Oltre il 90% dei protagonisti del Questionario non aveva previsto un esito così catastrofico né lo aveva neppure immaginato (Qu12 e Qu13).

Molte risposte “aperte” insistono sulla “impossibilità” o meglio “mostruosità” di atti del genere, e nel contempo sottolineano anche lo “sconcerto” nei confronti della guerra ed il terrore per le sue conseguenze sulla vita quotidiana.

Una signora di 34 anni madre di un ragazzo di 12 e di una bimba di 9 anni, così riflette: «Nulla vieta che, come contro-reazione, un piccolo gruppo di terroristi ben addestrato e pronto a tutto, colpisca qualche centro vitale dell’Europa. Già ora abbiamo paura di viaggiare in aereo e domani potremmo aver paura del treno o di transitare in un tunnel. Che vita avranno i miei figli, e quali sospetti dovremo inculcare in loro perché si possano difendere? Pare che la diffusione dell’antrace non sia opera di Bin Laden; allora dove sono i terroristi? nessuno si sforza di eliminare le condizioni che possano portare al terrorismo».

Una ragazza di 15 anni è lapidaria: «Terrorismo-guerra-terrorismo-guerra infinita: siamo solo all’inizio di una catena. Come tra Israeliani e Palestinesi la vendetta impedirà ogni forma di pace e di convivenza».

Per le giornate di Genova è prevalsa l’«ansia» (85% Qu16), accanto alla “paura” (94%), perché anche in questo caso gli intervistati non prevedevano né attendevano uno scontro così violento e “gratuito”.

Prima i Black-block hanno saccheggiato una città, poi le forze dell’ordine non hanno sempre saputo discriminare tra i manifestanti.

Un ragazzo di 14 anni di III media così si è spiegato: «In famiglia eravamo tutti preoccupati, perché due miei cugini erano a Genova. Mamma e zia si parlavano sempre per telefono e zia piangeva. Papà mi diceva che non era giusto picchiare i manifestanti e lasciare che pochi delinquenti devastassero tutto. Io non capivo bene perché succedeva tutto questo e anche se me lo spiegavano, tante cose non erano chiare. Non capisco perché se una cosa non è giusta bisogna protestare in questo modo. Basterebbe renderla giusta per tutti e non ci sarebbe bisogno di fare questo tipo di manifestazioni».

Una ragazza universitaria di 24 anni scrive: «Non sono stupita per ciò che è successo; non poteva accadere altro che una confusione voluta e provocata, con conseguente criminalizzazione di tutti i manifestanti. La mia ansia nasce dal fatto che è sempre più difficile portare all’attenzione di tutti un’elaborazione diversa, perché o è ignorata, se presentata in quanto tale, o è stravolta, se diviene una protesta di massa. La mia preoccupazione è generata dalla impossibilità di essere considerata interlocutore. Non te lo permettono».

Purtroppo la riflessione sui fatti di Genova non ha avuto l’ampiezza di risposte riscontrata per Novi Ligure e la Guerra. Più del 60% degli intervistati o non ha fatto commenti o è stato molto sintetico.

Tra i giovanissimi la risposta prevalente è stata: «Perché non conosco i fatti»; tra i giovani: «Perché non capisco la protesta»; tra gli adulti: «Perché anche se ci sono delle ragioni, con gli atti di violenza si passa dalla parte del torto».

Le domande Qu7-Qu9-Qu10 danno la misura della “frantumazione delle opinioni, dei giudizi e delle scelte eventuali tra gli intervistati.

Novi Ligure (Qu5) ha provocato «orrore» e «paura» (30%), «disgusto» ed «incredulità» (18%), ma soprattutto «smarrimento», «inquietudine» e «preoccupazione» in oltre l'85% degli intervistati (Qu16).

La valenza della “tragedia” (anche nel senso più storicamente culturale del termine), pensata e progettata nel privato, ha talmente sconvolto le classiche categorie del giudizio e dell'etica da impedire ad un numero consistente di persone, in prevalenza adulte, di elaborare una posizione “reattiva” nei confronti della vicenda.

Per esempio l'utilizzo degli spazi per le “risposte aperte”, è stato molto inferiore a quanto avvenuto per gli altri due avvenimenti considerati, quasi che più i fatti si “avvicinano” al “privato” di ciascuno, più emergono pudore e/o difficoltà a razionalizzare le emozioni per arrivare ad esprimere giudizi articolati e critici.

Non sono comunque mancate le riflessioni; un'insegnante di 25 anni così sintetizza il suo pensiero: «Di fronte a tale avvenimento percepisco un senso di impotenza quasi assoluto. In qualità di educatrice ho riflettuto a lungo sulle possibilità preventive e sugli strumenti che personalmente o all'interno dell'istituzione scolastica possono essere messi in campo e utilizzati: non ne ho trovati. Non è previsto né prevedibile che il disagio giovanile si scateni in tali forme e forse non si tratta di disagio, ma di frattura insanabile tra un mondo totalmente autoreferente e la cosiddetta normalità di tutti gli altri comportamenti. L'illusione di onnipotenza porta all'autodistruzione, ma nel contempo diviene un devastante pericolo sociale sia per le conseguenze pratiche che psicologiche sui coetanei».

Altri intervistati hanno attribuito la responsabilità dei comportamenti di Erika ed Omar esclusivamente a ragioni esterne a loro, senza per altro precisarle; dice una ragazza 15enne: «Provo soltanto orrore ed angoscia e non riesco a capacitarmi di come possa essere avvenuto che una figlia uccida la madre ed il fratello. Qualcosa o qualcuno ha costretto Erika ad agire così; Erika ha obbligato Omar in nome del loro legame; insieme hanno commesso i delitti senza saper bene cosa stessero facendo».

Un ragazzo di 13 anni afferma: «Sono stupito che tutti facciano finta di stupirsi. È un duplice omicidio compito da due criminali. Non c'entra essere giovani; è una questione di natura».

Una signora di 44 anni così risponde: «È un evento grave, che preoccupa, soprattutto perché, essendo Courmayeur un posto turistico, i nostri figli sono molto in contatto con ragazzi della città. Noi infatti abbiamo un modo di vivere diverso, che permette di dare un grande aiuto ai ragazzi sia attraverso la famiglia che tramite la parrocchia e altre associazioni locali. Abbiamo una forte identità che coinvolge tutto il paese e da sola basta a proteggere da certe follie».

Si potrebbe azzardare che gli avvenimenti di Novi Ligure siano quelli che maggiormente hanno scosso le persone intervistate; sicuramente le risposte hanno denotato un senso di incertezza molto alto ed un disagio profondo.

Per concludere ma soprattutto per alleggerire un minimo la tensione, vogliamo infine riportare la “preoccupazione” di un ragazzino di 12 anni che così ha spiegato la sua «paura»: «Anche io ho una sorella di 17 anni e non vorrei che fosse stata influenzata dai fatti di Novi Ligure»...!

Il rapporto con l’Informazione: é attendibile e utilizzabile, ma non si deve mai rinunciare ad una “lettura” critica e consapevole

Le opinioni e le emozioni che si strutturano e nascono a seguito dell’accadere di fatti come quelli presi a simbolo dal questionario, dipendono strettamente dalle informazioni che vengono date sui medesimi, dagli approfondimenti e dai commenti che il complesso sistema dei “media” propone; quindi è stato quasi scontato suscitare un giudizio su “come” sono state gestite le informazioni in ogni singola circostanza, sul “quanto” esse abbiano potuto essere efficaci e sui “perché” scelti dal sistema per presentare i fatti.

All’interno delle domande introduttive, utilissime per delimitare lo “status” emotivo di base del cittadino della provincia italiana nel 2001, solo il 17% degli intervistati affermava che esistono pericoli per la libertà e la trasparenza dell’Informazione (Dq4) e il 51% ha dichiarato di avere i vari “media”, intesi in senso specifico, come fonte primaria non solo di informazione ma soprattutto di documentazione e di base per la riflessione.

Se si estende poi il significato di “media” anche ai saggi scientifici di approfondimento e al cinema, la percentuale arriva al 68% (Dq6a).

Per contro il 63% (Dq6b) ritiene di non riuscire sempre a capire con chiarezza lo svolgimento di fatti e le considerazioni elaborate sugli stessi.

Nella sostanza, il quadro introduttivo farebbe pensare che l’informazione nel suo complesso sia ritenuta “attendibile” e che non corra più di tanto il pericolo di essere limitata o imbavagliata da volontà a lei esterne.

Ma quando si passa a considerare le risposte ai quesiti della seconda parte, i giudizi divengono indubbiamente più articolati.

Sulla vicenda di Novi Ligure per esempio, se anche una maggioranza del 32% giudica l’operato dei media «rispondente a quanto è avvenuto», sono più di 6 su 10 coloro che esprimono giudizi critici; il 21% ritiene «esagerate» le ricostruzioni, l’11 che siano state operate delle minimizzazioni, mentre circa un quinto degli intervistati dà un netto giudizio di “inadeguatezza”.

Vale la pena, a nostro avviso, di soffermarsi un attimo su quest’ultimo elemento, cercando di fare ipotesi su cosa possa voler dire.

Al di là di problematiche che riguardano i meccanismi e le tecniche della comunicazione, ovvero il tema del “farsi capire”, l’insoddisfazione espressa da questa fetta di intervistati potrebbe essere messa in relazione con la traumaticità stessa del fatto, che pare aver messo in discussione tutta una serie di categorie preesistenti.

Avvenimenti come quelli di Novi Ligure non hanno possibilità di paragone con fatti avvenuti in precedenza e solo apparentemente simili; le spiegazioni, che hanno cercato di indagare (e indagano) sulla natura degli attuali rapporti sociali e sulle interrelazioni individuali all’interno della famiglia, della scuola, dei Club e delle associazioni culturali e sportive, sembrano non risultare sufficienti: l’orrore (32%), la paura (28%), il disgusto (19%), l’incredulità (17%), come reazioni degli intervistati, possono essere indicativi della natura dell’impossibilità attuale di comprendere razionalmente le dinamiche dei delitti perpetrati da Omar ed Erika; i cosiddetti “valori” di riferimento non risultano più sufficienti e si insinua il dubbio fondato che di loro non sia rimasta che la facciata, la forma, quando non i ruderi.

Per l’informazione, in questo caso, sembra porsi l’esigenza di andare alla ricerca di categorie di riferimento del tutto nuove, in modo sperimentale, attraverso approcci successivi che pongono e impongono un modo di pensare diverso e ancora tutto da precisare.

Certi accanimenti sui particolari, certe evidenziazioni, certe indagini sulla vita privata dei protagonisti è ciò che forse porta, per i fatti di Novi, il 21% degli intervistati a valutare “esagerati” i racconti della realtà.

La credibilità dei “media” rispetto invece alle giornate di Genova vede gli intervistati di Courmayeur quasi divisi a metà, per cui a fianco di una maggioranza assoluta del 51% che ritiene la cronaca «rispondente a quanto è avvenuto», troviamo un 45% che giudica i resoconti «inferiori alla realtà del fatto» .

Questo dato si presta a interessanti letture se abbinato al fatto che un 28% in totale ha dichiarato che la sua prima reazione di fronte agli eventi è stata la necessità di saperne di più «sul G8» (15%) o «sulle ragioni della protesta» (13%), forse esprimendo così il proprio disagio per il prevalere, nella cronaca, delle violenze sulle motivazioni profonde degli eventi.

Accade sempre più spesso, purtroppo, che il significato di un avvenimento venga relegato in secondo piano, ove si verifichino fatti di violenza o episodi di contrapposizione tali da poter diventare “titolo di prima pagina”.

 

A Genova “la notizia” che 200.000 cittadini, provenienti da vissuti tra loro anche incompatibili (vi erano religiosi e atei, famiglie con bambini e ragazzi dei centri sociali) erano confluiti per affermare che “Un altro mondo è possibile”, è stata “sovrastata” dalla presenza di 2000 Black-block, che devastavano un’intera città, e dalle conseguenze che ciò ha avuto.

Ma dove il “giudizio” sul “sistema dei media” diviene chiaramente “consapevole” e, seppure critico, espressione di una valutazione sostanzialmente positiva, è nel caso della tragedia delle Twin Towers e della guerra.

Se solo un 2% giudica l’informazione «tendenzialmente rispondente a quanto sta avvenendo», e un 15% la ritiene «tendenzialmente partigiana a seconda di chi parla», ben l’83% pensa che sia «tendenzialmente portata a non comunicare tutta la realtà dei fatti»; un dato preoccupante se non fosse che in realtà il 53% attribuisce la responsabilità della parziale “censura” alle “fonti”.

Come dire che i protagonisti del conflitto, cercano di combattere “anche” con l’arma della propaganda, al fine di mobilitare le coscienze.

Se quest’ultima ipotesi può essere credibile, allora essa non ha avuto riscontro pratico tra i 250 intervistati di Courmayeur, ben consapevoli che la realtà è stata “oscurata” e che l’origine di tale operazione è una strategia precisa dei belligeranti conosciuti, sconosciuti o addirittura ignoti.

Comunque, sempre a questo proposito, vi è da registrare un 36% la cui opinione è che la “limitazione” sia una precisa scelta dei “media” stessi.

È importante anche questo giudizio, intanto perché lascia intendere che richieste quali, per esempio, quella statunitense di non dare spazio alle comunicazioni di Bin Laden, non vengono considerate come “imposizione”, fatto che potrebbe rassicurare parzialmente circa la “libertà” dell’informazione.

Pur restando da risolvere il nodo della comprensibilità della comunicazione (perché, come si è detto il 63% degli intervistati afferma che “non sempre” riesce a capire con chiarezza) sia in senso generale che nello specifico del vari momenti, comunque, il sistema dei media sembra considerato con occhio critico ma è valutato nel complesso positivamente.

Un ultimo “paragrafo” vale la pena di dedicarlo al quesito 17: il fatto che il 42% degli intervistati scelga la frase degli Hackers («Se la curiosità è un crimine allora siamo colpevoli») sembra suggerire l'idea che l'informazione venga considerata dai più come il mezzo attraverso il quale riuscire ad andare oltre le barriere che separano la quotidianità dalla verità; un atteggiamento dal sapore forse un po' “epico”, “romantico” per cui ci si riconosce (e forse si richiede) in una informazione spregiudicata («curiosità»), fuori dal coro («crimine»), capace di rischiare («colpevoli» di non piegarsi allo “status quo”).

Il bisogno di “sapere” è comunque forte e non si accetta l'ipotesi di doversi arrendere ad un “non sapere” (Socrate 6%) e si attribuisce alla “conoscenza” un alto valore civile e culturale (Anonimo 21% e Dante 13% = 34%).

Ancora una volta si ripropone comunque una notevole consapevolezza del fatto che è necessario avere un ruolo “attivo” nel rapporto con l'Informazione (Montanelli 18%), che significa mettere in campo elementi soggettivi di critica, analisi ed elaborazione.

Concludendo comunque, i 250 intervistati di Courmayeur sembrano affermare che non è possibile emettere giudizi sommari sul mondo dell’informazione; che è necessario discriminare tra le testate e tra i giornalisti; che nel complesso la maggioranza dei media continua a fare onestamente e professionalmente il proprio lavoro.

È poco? era così scontato un tale giudizio?

 

Nota conclusiva  a margine

A fianco dei dati raccolti con il lavoro realizzato attraverso il questionario, ci sembra importante condividere anche un altro “fenomeno” che abbiamo registrato “quasi” a margine della ricerca.

Tra coloro che hanno partecipato, rispondendo alle nostre domande, abbiamo registrato una particolare “soddisfazione” per una tale iniziativa, accompagnata in seguito, nelle settimane di elaborazione dei risultati, da una notevole insistenza per conoscere gli esiti del lavoro.

Ci è sembrato insomma di cogliere l’idea che esistesse - ed esiste tutt’ora - fra la gente di Courmayeur, (ma probabilmente non solo) una specie di “bisogno latente” di far confluire in una sorta di “rito collettivo” le emozioni, le reazioni, le riflessioni che sul piano individuale erano nate in tutti questi mesi.

Si potrebbe ipotizzare che la valanga di “dibattiti” che sono stati proposti sulle vicende da noi affrontate, e soprattutto sui risvolti meno immediati ad esse legati, non solo non abbiano prodotto un effetto “rassicurante” fra la gente, ma anzi abbiano fatto maturare la voglia (quando appunto non proprio il “bisogno”) di “dire la propria” anche all’interno di un contesto non solo familiare e/o “privato”.

Se si accetta l’ipotesi che i fatti di Novi Ligure, le giornate di Genova, la tragedia delle Twin Towers e la guerra, siano eventi che a diversi livelli hanno prodotto una “frattura” con le categorie preesistenti, allora forse non c’è da stupirsi se, a livello soggettivo, sia nata la necessità di trovare un “luogo collettivo”, sociale, nel quale, e attraverso il quale, “esorcizzare” la tensione che tutto ciò ha prodotto.

Il fatto che un “esperimento” quale quello da noi condotto sia stato accolto con tanto favore ed interesse da coloro che abbiamo coinvolto, rende questa “lettura” plausibile, ma siamo consapevoli che diversi dovrebbero esser gli strumenti per accertarne la veridicità.

Anche questa è solo un’ipotesi, e come tutto il resto di questo lavoro, una provocazione, uno stimolo per provare a capire la nostra attualità.