Presentazione Sommari dei numeri 
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Scheda storica
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Collana "Punto Metallico"

Collana "Recherches"

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Sommario 

Cinque diversi possibili scenari
per l'Europa del 2010

Dossier acqua -
 La grade sfida del XXI sec. - il diritto alla vita per tutti

Alpi e trasporti

Dossier Acqua -
La grande sfida 
del XXI secolo: 
il diritto alla vita 
per tutti

Oro Blu: ovvero se la "vita"diventa una merce

Il Comitato internazionale per un Contratto Mondiale dell’Acqua

I premi Nobel per la Pace e l’Acqua

Green Cross: le azioni di 
Water for Peace-
Acqua per la pace

Una petizione per una "Convenzione Quadro Internazionale sull’Acqua"

Un concorso per gli studenti

Studi, ricerche e confronti: il Convegno emiliano

Sei azioni locali

2003 - Anno Internazionale
         dell’Acqua Dolce

Il messaggio di Kofi Annan in occasione della Giornata Mondiale dell’Acqua (22 marzo 2002)

Due schede, 
due esempi, due realtà

Il conflitto mediorientale 
e l’acqua

L’acqua alla radice della guerra

Lo scenario

Le ragioni

I tre principali bacini idrici della regione- Le mediazioni politiche

Brasile: riscatto e futuro 
sul fiume Surui

Agua Doce-Surui 2050: 
una visione

Le azioni

Perché "Agua Doce"

La storia, il futuro e il SOGNO

Dossier Acqua -

La grande sfida del XXI secolo: 

il diritto alla vita per tutti

 

Nel 2002, 1,5 miliardi di persone non hanno ancora accesso all’acqua potabile. 2,5 miliardi d’individui nel mondo non possiedono alcun servizio idrico sanitario. 5 milioni di esseri umani nel mondo, in particolare donne e bambini, muoiono ogni anno di malattie dovute alla scarsa qualità dell’acqua. Le soluzioni esistono ed essendo sociali, finanziarie e tecnologiche, dipendono da decisioni politiche sulla condivisione e l’uso dell’acqua, che sanciscano diritti e responsabilità dei soggetti implicati nella gestione di questa risorsa. I soggetti siamo tutti noi: i consumatori.

a cura di Luisa Aureli Bergomi

 

"Veniamo dall’Africa, dall’America Latina, dal Nord America, dall’Asia e dall’Europa. Ci siamo riuniti nel 1998 con nessun’altra legittimità o rappresentatività se non quella di essere cittadini preoccupati dal fatto che 1 miliardo e 400 milioni di persone del pianeta su 5 miliardi e 800 milioni di abitanti non hanno accesso all’acqua potabile. Questo è intollerabile. Ora il rischio è grande che nell’anno 2020, quando la popolazione mondiale sarà di circa 8 miliardi di esseri umani, il numero delle persone senza accesso all’acqua potabile aumenti a più di 3 miliardi. Questo è inaccettabile. Possiamo e dobbiamo impedire che l’inaccettabile diventi possibile."

Si apre così il Manifesto dell’acqua, un documento redatto e lanciato quasi cinque anni fa su iniziativa del Gruppo di Lisbona e della Fondazione Mario Soares, contestualmente alla nascita del "Comitato internazionale per un Contratto Mondiale dell’Acqua" presieduto da Mario Soares e coordinato da Riccardo Petrella (professore di Mondializzazione all’Università di Lovanio).

Semplici ed essenziali le considerazioni di base dell’azione: "L’acqua "fonte di vita" - si legge nel Manifesto - è un bene comune che appartiene a tutti gli abitanti della Terra. In quanto fonte di vita insostituibile per l’ecosistema, l’acqua è un bene vitale che appartiene a tutti gli abitanti della Terra in comune. A nessuno, individualmente o come gruppo, è concesso il diritto di appropriarsene a titolo di proprietà privata. L’acqua è patrimonio dell’umanità. La salute individuale e collettiva dipende da essa. L’agricoltura, l’industria e la vita domestica sono profondamente legate ad essa. Il suo carattere " insostituibile " significa che l’insieme di una comunità umana — ed ogni suo membro — deve avere il diritto di accesso all’acqua, e in particolare all’acqua potabile nella quantità e qualità necessarie indispensabili alla vita e alle attività economiche. Non ci può essere produzione di ricchezza senza accesso all’acqua. L’acqua non è paragonabile a nessun’altra risorsa: non può essere oggetto di scambio commerciale di tipo lucrativo."

"Aprire il rubinetto ed accedere all’acqua potabile per noi è ormai un gesto scontato, entrato nella normalità della nostra vita quotidiana - scrive Sergio Ferraris in un suo pezzo pubblicato sul sito di Green Cross Italia. Un gesto semplice che ha una lunga storia ed ancora non è una realtà per tutti. Storicamente la disponibilità d’acqua ha rappresentato una chiave di volta per lo sviluppo di intere civiltà. I grandi fiumi del pianeta, infatti, sono stati la culla di culture che hanno segnato in maniera indelebile la storia umana. Questo sodalizio tra esseri umani e acqua sembra, oggi come oggi, mostrare grandi incrinature, che potrebbero portare una grande parte della popolazione della Terra sull’orlo di una crisi senza precedenti. Il "water divide", ossia la frattura netta tra gli strati di popolazione che godono di una grande quantità d’acqua e quelli per i quali la quantità e la qualità della preziosa sostanza sono largamente insufficienti, si va allargando. Carenze che non rappresentano solo un disagio, ma negano la vita a milioni di persone."

 

 

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Oro Blu: ovvero se la "vita"diventa una merce

 

di Oliviero A. Gobbi

 

Il dibattito sullo sviluppo sostenibile affronta spesso il problema delle riserve di energia, della scarsità dei combustibili fossili tanto importanti per il nostro sistema economico. Ma al giorno d’oggi si sta sviluppando la discussione su un altro tema altrettanto importante e forse addirittura prioritario: l’acqua. Dall’oro nero all’oro blu insomma.

Per capire cosa spinge tanti intellettuali, studiosi, ambientalisti e ricercatori a occuparsi dell’acqua dobbiamo innanzitutto analizzare alcuni dati impressionanti. All’alba del XXI secolo, diecimila esseri umani ogni giorno muoiono per mancanza d’acqua. Su sei miliardi di abitanti del nostro pianeta, un miliardo e mezzo non hanno accesso all’acqua potabile, più di due miliardi non godono di alcun sistema sanitario domestico e una persona su tre non beneficia di sistemi di depurazione delle acque usate. Se la tendenza non cambia, rischiamo di trovarci nel 2020-2025 con otto miliardi di abitanti di cui 3-4 non avranno accesso all’acqua. La situazione è particolarmente grave nelle grandi metropoli dei paesi del Sud. Nel 1990 le città con oltre un milione di abitanti erano 290, e ora le stime ne prevedono 650 nel 2025. Di queste, 600 saranno in paesi "sottosviluppati". Delle 21 città che oggi superano i dieci milioni di abitanti, solamente quattro si trovano nei paesi sviluppati. Queste enormi metropoli presentano una sostenibilità quasi nulla sia dal punto di vista ambientale che sociale che economico, e se la direzione non cambia, la situazione non può che aggravarsi. E pensare che moltissime di queste città sono nate proprio sull’acqua.

Risulta allora spontaneo chiedersi come l’acqua viene utilizzata nel mondo. In media, l’agricoltura assorbe il 70% dei prelievi (anche il 90% in alcuni paesi del Sud), l’industria il 20% e gli usi domestici il 10%. E’ però preoccupante riscontrare che il 50% circa dell’acqua nel mondo viene sprecata a causa delle perdite nei sistemi di alimentazione, spesso obsoleti anche nella moderna Europa. Per quanto concerne l’agricoltura, specialmente l’agricoltura intensiva produttivistica, vari studi mostrano che i sistemi di irrigazione disperdono in media il 40% dell’acqua che consumano. Si crea così un pericoloso circolo vizioso: nei paesi in cui servono più risorse per le infrastrutture urbane, ne servono anche di più per riconvertire l’agricoltura verso modelli più sostenibili. E chiaramente si tratta di paesi molto poveri. Non dobbiamo inoltre trascurare il problema dell’inquinamento, soprattutto chimico, dovuto a metalli tossici e composti organici da emissioni urbane e industriali. L’inquinamento non coinvolge più solo le acque superficiali, ma attacca ormai le falde freatiche. E quando si irrigidiscono le norme per la protezione dell’ambiente, non sono poche le aziende a spostare la produzione in paesi con misure meno severe, specialmente nel Sud del mondo.

Un altro aspetto della criticità della situazione riguarda i conflitti. Se è vero che poche guerre sono riconducibili esclusivamente all’acqua, è altrettanto vero che molte hanno in essa un elemento centrale. Un esempio su tutti: la guerra in Medio Oriente. Non dimentichiamo inoltre che i 240 bacini maggiori del mondo si trovano nel territorio di due o più stati. Se le guerre del XXI secolo, come è prevedibile, avranno sempre più un carattere di lotta per la sopravvivenza e la fame, c’è sicuramente da aspettarsi che abbiano nell’acqua un’importante protagonista.

La mondializzazione attuale porta una sempre maggiore interdipendenza e interconnessione tra i fenomeni. E’ importante riuscire a vedere la crisi dell’acqua per quello che veramente è: un problema globale che ci coinvolge tutti e di fronte al quale non è più possibile restare indifferenti. I dibattiti e le conferenze a riguardo non sono certo una novità. Basti pensare che il periodo 1981-90 era stato dichiarato "Decennio Internazionale dell’Acqua Potabile e del Risanamento", con l’obiettivo di portare acqua sana a tutta la popolazione mondiale entro il 2000. Obiettivo ampiamente disatteso. Dai tempi della Conferenza di Rio sull’Ambiente (1992) il 22 marzo di ogni anno si celebra la Giornata Mondiale dell’Acqua. I dibattiti e le varie iniziative si sono intensificate nella seconda metà degli anni ’90, ma le spiegazioni "istituzionali" per la crisi dell’acqua sono troppo spesso incomplete e inadeguate. Si invoca la enorme crescita demografica dei paesi del Sud, ma dobbiamo ricordarci che (dati 1998) l’11% della popolazione mondiale possiede l’84% della ricchezza prodotta e assorbe l’88% del consumo mondiale (acqua compresa). Non si tratta quindi di problemi di quantità, ma di distribuzione e ripartizione. L’Assemblea Generale delle Nazioni Unite ha comunque proclamato il 2003 "Anno Internazionale dell’Acqua Dolce" (International Year of Freshwater).

La forte tendenza in questo momento storico riguarda però la privatizzazione e la mercificazione dell’acqua. In un settore che più di altri aveva resistito, si sta tentando in misura sempre maggiore di trasformare l’acqua da bene pubblico a bene economico e monetizzabile, sotto la guida di chi crede nel libero mercato come soluzione a tutti i problemi. Gli analisti vedono oggi nella distribuzione dell’acqua potabile un settore molto redditizio, attraente per gli investitori. In realtà sul settore non esistono studi approfonditi. Si sa però che le principali imprese mondiali, veri e propri "giganti dell’acqua", sono le francesi Vivendi (ex Générale des Eaux) e Odeo filiale di Suez (ex Lyonnaise des Eaux). Vivendi è il primo operatore mondiale dell’acqua e copre anche molti altri servizi nel settore dell’ambiente, dell’energia, della comunicazione, impiegando 140.000 persone e con un fatturato che nel 2000 si aggirava intorno ai 40 mila miliardi di lire. Entrambi i colossi presentano una diffusione mondiale impressionante, dalla Cina all’Indonesia, alle Filippine, al Sud America al Marocco agli Stati Uniti. Molto spesso le privatizzazioni coinvolgono paesi del Sud che affidano i servizi alle grandi imprese del Nord, ma anche in Europa abbiamo esempi concreti. Le più importanti esperienze di privatizzazione riguardano la Francia e la Gran Bretagna, ed evidenziano chiari problemi per quanto riguarda la qualità, lo sperpero, la lotta all’inquinamento e il forte aumento dei prezzi (+50% in Francia nel periodo 1990-94). In Francia è anche stata denunciata la scarsa trasparenza nelle condizioni di attribuzione delle convenzioni.

Anche il settore delle acque in bottiglia è terreno di caccia per le multinazionali, in particolare per la Nestlé e la Danone. Mediante investimenti in forte espansione, tentano di vendere il mito della "salute perfetta" attraverso le loro acque, che ci arrivano in numerosi marchi diversi.

Un altro campanello di allarme riguarda le "grandi dighe". Ormai sono circa 45.000 nel mondo, e continuano ad aumentare. Rappresentano sicuramente in forma simbolica il dominio dell’uomo sulla natura ma presentano enormi rischi umani, sociali e ambientali, basti pensare alle catastrofiche inondazioni dell’agosto 2000 in Cina o all’evacuazione di intere comunità, spesso necessarie per la loro costruzione (ad esempio, sempre in Cina, la diga dei tre fiumi). I costi diretti e indiretti delle grandi dighe sono altissimi, e spesso queste opere non mantengono le promesse in termini di energia prodotta o acqua accumulata. Ma di nuovo, stiamo parlando di un settore molto redditizio per le grandi imprese transnazionali, finanziate dalla Banca Mondiale e dal Fondo Monetario Internazionale.

C’è anche chi pensa di risolvere il problema dell’acqua mediante la desalinizzazione su vasta scala dell’acqua marina, ma anche qui si impone l’attenzione all’impatto ambientale e alla sicurezza.

Contro queste tendenze si sta compattando sempre di più un fronte che vede in prima linea Riccardo Petrella, professore di Mondializzazione all’Università di Lovanio (Belgio). Ci ricorda che i nuovi protagonisti della politica mondiale, cioè le organizzazioni multinazionali pubbliche e private e le organizzazioni statali sopranazionali, si battono per controllare le risorse di base, che in questo momento storico sono il denaro, l’informazione e l’acqua. Ciò che bisogna evitare è la "petrolizzazione" dell’acqua, perché l’acqua non è una scelta, non è un lusso ma è un’insostituibile e unica risorsa per la vita. Deve essere un bene comune patrimoniale mondiale appartenente all’umanità e a tutte le specie viventi. E’ più che mai necessario garantire a tutti l’accesso alla vita realizzando sistemi sostenibili e solidali. In particolare è necessario modificare l’idea e la consapevolezza che abbiamo dell’acqua e del rapporto uomo-acqua, e rivedere il sistema agricolo in una logica di maggiore sostenibilità.

Proprio per sostenere queste idee forti quanto attuali, Petrella si è fatto promotore nella seconda metà degli anni ’90 del "Contratto Mondiale dell’Acqua". Questo documento nasce dai problemi concreti del mancato accesso all’acqua, del suo deterioramento e dell’assenza di regole e pianificazioni mondiali, che si accompagna alle debolezze delle comunità locali. Si fonda sul riconoscimento che l’acqua non è un bene economico ma un diritto vitale, e propone nuove regole e nuovi mezzi per gestire l’acqua a livello mondiale. Si propone due finalità. Primo, l’accesso all’acqua per ogni essere umano e per ogni comunità. Secondo, "la gestione solidale e sostenibile dell’acqua, che implica un triplice dovere, individuale e collettivo, nell’uso, nella conservazione e nel miglioramento dell’acqua." Il contratto si propone obiettivi precisi e strumenti concreti, tra cui l’apertura di un Forum mondiale dei diritti economici e sociali dell’acqua.

L’acqua è da sempre fonte di vita e simbolo di purificazione, nonché strumento di regolazione sociale. Il momento storico ci indica che è più che mai urgente aprire gli occhi e lavorare per un futuro sostenibile, perché, ricollegandoci alla metafora del diluvio universale, è sicuramente il caso di dire che siamo tutti sulla stessa barca.

 

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l Comitato internazionale per un 

Contratto Mondiale
dell’Acqua

Storia, obiettivi, analisi, denunie e strategie

(fonte  www.contrattoacqua.it )

Presieduto da Mario Soares (Portogallo), é composto da 20 personalità e costituisce l’ organo garante dei principi del Manifesto, la struttura gestionale dei mandati politici a livello internazionale, l’organo di interlocuzione nei forum mondiali, l’organo di promozione e coordinamento degli obiettivi e delle proposte, e quindi la struttura di coordinamento delle azioni dei comitati nazionali a sostegno del Manifesto; Segretario Generale del Comitato internazionale è Riccardo Petrella (Italia).

Dal giugno 1998, quando a Lisbona venne redatto e lanciato il Manifesto, l’attività del Comitato internazionale è stata molto intensa.

Il primo passo, a partire del 1999, fu l’identificazione di alcuni gruppi di appoggio da cui presero vita i primi Comitati Nazionali che attualmente sono nove e presenti in otto paesi del mondo (Belgio, Francia, Canada, Svizzera, Italia, Brasile, USA e Bangladesh).

Nel marzo 2000 il Comitato realizza un workshop di presentazione del Contratto Mondiale dell’Acqua nell’ambito della 2° Conferenza internazionale sull’acqua promossa ed organizzata all’Aia dalla Commissione mondiale degli esperti, presieduta dalla Banca Mondiale; già da questa occasione l’approccio al problema dell’acqua del Manifesto risulta in evidente contrasto con la visione strategica proposta dalla Banca mondiale, che propone di spendere 150-180 miliardi di dollari all’anno per stimolare i capitali privati ad investire del water management.

Il 25 marzo dello stesso anno, a Bruxelles, sotto il coordinamento di Riccardo Petrella, si svolge, il 1° incontro di coordinamento dei vari Comitati nazionali e vengono inoltre definite alcuni elementi operativi di base, quali il principio per cui ogni Comitato deve ricercare l’autofinanziamento delle proprie iniziative; viene adottato il logo della Campagna che presenta una goccia, sul mondo attraversato da righe.

Tra il 7 e il 9 Giugno 2000 il Comitato internazionale è presente a Bruxelles in occasione del "Quarto Vertice dei Sette Paesi più Poveri" (il P7), imperniato sul tema "L’Acqua. Diritto alla vita per tutti nel XXI secolo" ed organizzato dal Gruppo dei Verdi del Parlamento europeo; è in questa occasione che viene anche lanciata la campagna "Acqua per tutti".

È innazitutto verso la sensibilizzazione e la mobilitazione della società civile sui temi dell’acqua, che si indirizza l’azione del Comitato, organizzando manifestazioni e iniziative che tra la fine del 2000 e i primi mesi del 2001 portano a diverse azioni negli Stati Uniti, in Brasile, in Italia, in Belgio e in Quebec, per poi arrivare, nell’autunno, in Bangladesh ed in Francia e quindi muoversi verso la Germania, il Sud Africa il Senegal, l’Argentina, il Giappone, l’India.

Due i principali obiettivi che si pone il Comitato entro la fine del 2003:

1 La partecipazione al "Terzo Vertice della Terra" sullo Sviluppo Sostenibile di Johannesburg (2002), al fine di far inserire nelle risoluzioni finali tre dei principi fondamentali contenuti nel "Manifesto dell’Acqua" per i quali:

• L’acqua è un bene comune dell’umanità che appartiene a tutti gli organismi viventi;

• L’accesso all’acqua è un diritto umano e sociale, individuale e collettivo;

• Il finanziamento dei costi necessari a garantire ad ogni essere umano l’accesso all’acqua nella quantità e nella qualità sufficienti ad assicurarne la sopravvivenza è a carico della collettività.

Obbiettivo "ambizioso" visto che già dal dibattito relativo alla preparazione del "Terzo Vertice della Terra" emergeva che le questioni relative all’acqua non figuravano come argomento specifico principale delle discussioni all’ordine del giorno del Vertice e, quindi, delle risoluzioni; contestualmente prevalevano le concezioni attualmente predominanti presso la nostra classe politica, che considerano, l’acqua come un bene economico, una merce e la privatizzazione del finanziamento e della gestione dei servizi dell’acqua come la soluzione inevitabile e più efficace.

2. La partecipazione al "Terzo Forum Mondiale dell’Acqua" che si terrà a Kyoto (Giappone), nel marzo 2003, per sostenere ed ottenere la trasformazione del "Forum Mondiale dell’Acqua" in "Parlamento Mondiale dell’Acqua" (o istituzione similare) allo scopo di procedere ad una reale democratizzazione delle istanze internazionali e mondiali (spesso basate su un "principio di cooptazione"), incaricate di definire e di gestire la politica " mondiale " dell’acqua.

L’intenzione era quella di cogliere, nelle attività di preparazione ufficiale di questi appuntamenti internazionali, le occasioni per organizzare delle Assemblee internazionali a partecipazione democratica che preludessero alla costituzione di un "Parlamento Mondiale dell’Acqua".

Infatti i vari documenti del Comitato non hanno mai mancato di "denunciare" come, "attualmente, le discussioni relative alla definizione dei principi ispiratori in materia di acqua - così come la individuazione delle misure da intraprendere sul piano operativo, sono "delegate" ad una "oligarchia mondiale" ristretta e composta dai rappresentanti delle grandi compagnie mondiali private dell’acqua, dagli alti funzionari delle istituzioni internazionali governative e dagli esperti tecnico-scientifici, accademici o appartenenti al mondo dei media"; in questo senso l’azione del Comitato pone e si pone l’esigenza "di compiere un salto qualitativo e di avviare un processo di autentica democratizzazione" sottolineando che "è necessario che la campagna per la creazione di un "Parlamento Mondiale dell’Acqua" ottenga il più ampio sostegno dai parlamentari e dai rappresentanti delle amministrazioni pubbliche locali e regionali", impegnandosi "per rafforzare e (ri)stabilire contatti significativi con i parlamentari nazionali ed europei, il Forum Mondiale dei Parlamentari (Porto Alegre), la rete dei parlamentari " Globe ""

Il 2002 è per il Comitato internazionale l’anno di alcuni grandi appuntamenti operativi: nel febbraio il Comitato è presente al forum sociale Porto Alegre dove il tema dell’Acqua viene affrontato in una conferenza generale, due seminari e diversi workshop di approfondimento.

Il lavoro per l’acqua come bene comune entra evidentemente nel merito dei guasti delle attuali politiche di privatizzazione, contenuto attorno al quale nasce una Coalizione Mondiale per l’acqua alla quale aderiscono movimenti come Via Campesina, Sem Terra, Attac e molte altre organizzazioni e coordinamenti di diversi paesi (India, Canada, Colombia, Equador, Bolivia, Francia, Senegal, Ghana, Burkina Faso, Giappone, Brasile). Viene quindi redatto un appello comune in vista del terzo summit della terra di Johannesburg di settembre 2002 e della conferenza di Kyoto nel 2003. Tra le proposte su cui la coalizione decide di impegnarsi, quella dell’avvio di un processo per una vera e propria istituzione internazionale democratica che sia responsabile dell’acqua come bene comune a livello internazionale (Il Parlamento mondiale dell’acqua) e il blocco delle privatizzazioni per promuovere una gestione partecipata e pubblica delle risorse idriche con l’obiettivo concreto che ció venga ufficialmente riconosciuto nel summit di settembre e a Kyoto.

Data simbolo per le prime azioni in questo senso è il 22 marzo, Giornata mondiale dell’acqua, che la Coalizione decide di celebrare con una serie di iniziative che vedano il coinvolgimento di istituzioni, organizzazioni e movimenti popolari che sono coinvolti dalla questione acqua: promotore italiano delle iniziative è il "Comitato italiano per il contratto mondiale sull’acqua"

Fulcro della giornata è la presentazione de "Il Pozzo di Antonio", rapporto sullo stato dell’acqua in Italia, volume curato da Riccardo Petrella, che delinea un quadro dello stato delle risorse idriche nel nostro Paese e della loro gestione. Il punto di partenza per quasta analisi è appunto il pozzo, elemento carico di valore simbolico e di significati culturali, ambientali e sociali.

Due gli appuntamenti fissati per l’azione: il primo in una conferenza stampa a Roma, presso la sala del Senato, con la partecipazione di Mario Soares, presidente del Comitato Internazionale e Riccardo Petrella e la seconda, il 23 marzo, la Convention nazionale per la Giornata Mondiale dell’acqua organizzata a Ferrara in collaborazione con la Provincia e il Comune

A settembre quindi, il Comitato interviene ai lavori della conferenza di Johannesburg, che però abbandona per protesta: "Il presunto accordo raggiunto sull’Acqua - dichiarano Riccardo Petrella e Danielle Mitterand (rispettivamente Segretario Generale del Comitato Internazionale e Presidente del Comitato italiano il primo, e Presidente del Comitato francese la seconda) in un comunicato stampa diffuso il 2 settembre - è una farsa. Infatti, si limita a riconoscere che l’acqua è un diritto, ma non si assumono impegni per garantire l’accesso all’acqua potabile entro il 2015 al miliardo e mezzo di persone che non vi ha accesso. L’accordo non prevede nessun impegno su come coprire i costi per l’accesso all’acqua, nessun impegno di investimenti per la distribuzione, i servizi igienici e le fognature. Tutto viene rimandato al libero mercato, non c’è un piano operativo d’azione né stanziamenti dei governi."

E aggiungono: "Ci sentiamo traditi da questo vertice. Proprio per questo un folto gruppo di organizzazioni popolari ha deciso di abbandonare il summit. Noi fra queste. Qui tutto è bloccato. Il summit della terra che avrebbe dovuto tracciare le linee di impegno sullo sviluppo sostenibile per i prossimi anni, è tenuto in ostaggio da un paese il cui Presidente è assente, occupato come è a preparare la guerra. Su due cose in particolare gli Usa - e un piccolo gruppo di paesi loro alleati - non cedono: il riconoscimento del legame intrinseco tra diritti umani e sviluppo sostenibile. Quasi che il cibo, l’acqua, la sanità non fossero diritti di tutti. In più essi non accettano nessuna regolamentazione di carattere globale. Condizionerebbe il mercato e gli interessi delle grandi imprese. La loro ricetta prevede invece soltanto iniziative specifiche che dovrebbero mettere insieme gli stati e quelle imprese private che in esse possono rinvenire un certo margine di interesse.

Manca a questo vertice l’audacia della politica. Manca una visione umana della realtà. Un esempio per tutti. Nel 1977 le Nazioni Unite si erano prese l’impegno di dare la possibilità a tutti di avere l’acqua potabile e i servizi igienici entro l’anno 2000. Oggi si accetta che questo obiettivo, dimezzato, sia raggiunto nel 2015.

Nell’ultima sessione della Commissione per i diritti umani delle Nazioni Unite, 52 stati su 53 hanno votato una risoluzione sull’accesso all’acqua e ai servizi igienici per tutti. Ma qui a Johannesburg non è possibile fare altrettanto perché pesa il veto degli Stati Uniti. Johannesburg, invece che Rio + 10, rischia di divenire così Rio - 10. E noi non possiamo accettare. Regna nel summit una sorta di pragmatismo efficientista che non permette nessuna progettazione. Tutto deve passare attraverso le compatibilità economiche degli stati e delle imprese.

Ma la cosa che balza immediatamente agli occhi qui a Johannesburg è soprattutto il potere delle grandi imprese multinazionali. Esse hanno "occupato" il vertice e tentano di accreditarsi come interlocutrici credibili ed efficaci, al posto delle Organizzazioni non governative, come espressione dell’intera società civile. L’Onu ha pronto un elenco di circa 200 progetti, fatti in collaborazione tra imprese private e stati: Shell lancia un progetto di esplorazione di gas nelle Filippine; BMW il kit ecologico per le scuole in vista della possibile produzione della macchina a idrogeno; Axel Sprinter un programma per limitare l’inquinamento nella stampa dei giornali e via di questo passo. Niente di male se ciò non significasse condizionare l’impegno ambientale e i diritti delle persone agli interessi delle multinazionali. Una sensazione che appare chiara quando si entra nei luoghi di incontro. Sembra di entrare non in sedi destinate al dibattito e alla ricerca, bensì in spazi fieristici dove ogni grande impresa ha il suo stand pubblicitario. D’altra parte il piano d’azione rappresenta un vero e proprio passo indietro della sensibilità ecologica nei confronti delle esigenze del libero mercato. Molte volte in esso si dice che le decisioni degli stati in materia ambientale devono rispettare le regole del W.T.O (World Trade Organisation), che viene in questo modo posto al vertice della gerarchia delle norme internazionali. Johannesburg rischia di divenire il luogo dove in nome dello sviluppo sostenibile, si archivia per sempre ogni impegno ecologico e ogni politica sociale.

Stare a questo gioco sarebbe rendersi complici di un sistema che antepone gli interessi ai diritti e mette il nostro presente e il nostro futuro nelle mani di chi ha a cuore solo i propri interessi."

E questo è il testo del documento ufficiale sottoscritto da più di 20 associazioni internazionali che come i rappresentanti del Manifesto hanno abbandonato i lavori del vertice:

"Noi, cittadini e cittadine, rappresentanti di molteplici organizzazioni aderenti alla Coalizione internazionale contro la privatizzazione e la mercificazione dell’acqua, abbiamo vissuto questa settimana un’amara esperienza.

"Siamo venuti a Johannesburg convinti che il diritto all’acqua potabile e all’igiene, così come la conservazione di questa risorsa vitale per le generazioni future, costituiscono una responsabilità urgente alla quale la comunità internazionale deve rispondere.

Già nel 1977, i grandi del mondo si erano impegnati, fin dalla prima grande conferenza mondiale delle Nazioni Unite sull’Acqua a Mar de la Plata, a garantire l’accesso all’acqua per tutti entro l’anno 2000. Oggi, questo obiettivo sembra ancora lontano dall’essere raggiunto.

"Ci inquieta il fatto che questo summit rappresenta ormai un’ennesima conferenza internazionale in cui i dirigenti politici, pur sembrando coscienti della realtà della situazione, rifiutano di prendere le misure concrete che sarebbero necessarie. Anche se la città di Johannesburg - in Sudafrica – che l’accoglie, potrebbe essere un terreno di dibattito perché racchiude in sé tutte queste scommesse che attraversano ogni strato della popolazione.

"Anche noi condividiamo la stessa vergogna espressa apertamente da un rappresentante del governo di un paese europeo nel corso dell’unica seduta plenaria dedicata all’acqua e ai servizi igienici.

"In questo summit non ci è stato dato spazio. Esso avrebbe dovuto essere all’altezza degli sforzi, della serietà e delle speranze che hanno caratterizzato il nostro impegno. Lo spazio concesso alle testimonianze e all’esperienza delle ONG che lavorano quotidianamente con la gente è stato irrisorio. Alcuni luoghi sembrano essere stati organizzati per lavorare nel bel mezzo di una fiera commerciale con la quale noi non abbiamo niente a che fare.

"Siamo stati anche scandalizzati dal lusso del " Waterdome " occupato da stand in cui la maggioranza degli " espositori " cerca di convincere che " anche i poveri " devono pagare l’acqua. Una tale ostentazione è indecente quando un miliardo e mezzo di esseri umani sono privati dell’accesso all’acqua, e di fronte alle gravi sfide che attraversano questo summit, e fra essi in particolare l’accesso all’acqua e la privatizzazione dei servizi.

"Fino ad oggi gli Stati rifiutano di integrare il rispetto dei diritti umani nel quadro istituzionale dello sviluppo sostenibile (paragrafi 121, 151 e 152 del documento di lavoro preparatorio al summit). Tuttavia non ci può essere sviluppo sostenibile senza associare il rispetto dei diritti umani e la preservazione dell’ambiente. Nel 1993 la Conferenza di Vienna ha affermato che tutti i diritti umani sono intrinseci, inalienabili, universali e indivisibili.

"Nel corso dell’ultima sessione della Commissione dei Diritti umani delle Nazioni Unite, 52 Stati su 53 hanno votato una risoluzione sull’accesso all’acqua potabile e all’igiene: una schiacciante maggioranza si è pronunciata a favore di questo diritto. E’ per questo che non possiamo accettare che in questo summit una minoranza di paesi blocchi il processo che dovrebbe portare a definire l’Acqua Bene comune dell’umanità.

"Chiediamo ai nostri governi di assumere le proprie responsabilità e riconoscere formalmente il diritto all’acqua per tutti. Nel caso contrario, si tratterebbe di una regressione inaccettabile alla quale noi non possiamo in alcun caso associarci. Rio – 10 : no, grazie.

"Denunciamo la ridicolaggine di un summit infettato da un paese il cui presidente è assente, e la cui assenza non è affatto innocente, occupato come è a preparare guerre su e giù per il mondo.

"Denunciamo l’assenza di audacia nell’impegno politico di questo summit soggetto al dogmatismo del mercato. I dibattiti della sessione plenaria dedicati all’acqua l’hanno dimostrato ampiamente: non siamo i soli a credere che sia urgente e possibile realizzare il diritto alla vita per tutti. Nelson Mandela ha lanciato un appello a fare dell’acqua il punto di partenza della cooperazione allo sviluppo nel mondo. Chiediamo ai capi di stato di passare ai fatti. Qui. Adesso.

"A tutt’oggi il summit di Johannesburg non ha raggiunto di positivo che accordi "a la carte" e iniziative specifiche per cui un summit così oneroso non sarebbe stato necessario. Per quanto possano essere utili accordi specifici, limitarsi ad essi significherebbe negare la necessità di regolazione mondiale fondata sul primato dei diritti umani. Questi summit sono utili solo nella misura in cui permettono alla comunità degli Stati di dotarsi di strumenti capaci di realizzare le condizioni per vivere insieme su questo nostro piccolo pianeta per il Bene comune dell’umanità.

"A questo punto, è difficile credere che la comunità degli Stati abbia la volontà di prendere decisioni conformi a questo Bene comune. Tocca a loro dimostrarci il contrario.

"Per tutti questi motivi, abbiamo deciso di abbandonare per protesta il vertice di Johannesburg, e i luoghi ufficiali di questo fallimento. Per parte nostra, malgrado la delusione e l’amarezza di questi giorni, continueremo a lavorare senza sosta perché questi obiettivi siano raggiunti. torniamo a lavorare tra la gente".

 

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I premi Nobel per la Pace e l’Acqua

(fonte www.greencrossitalia.it   - Ufficio Stampa Sergio Ferraris)

Meno definitivo il giudizio su Johannesburg di Mikhail Gorbaciov, presidente e fondatore (insieme a Rita Levi Montalcini) di Green Cross International: "Il documento finale è, pur nella sua genericità, un punto d’inizio - ha affermato in occasione del terzo summit dei Premi Nobel per la Pace, svoltosi a Roma, il 19 ed il 20 di ottobre scorsi - Successe la stessa cosa con il Summit di Rio perché, anche allora il documento finale non rispettò le aspettative che si erano create, ma nonostante questo, negli anni a seguire furono fatti passi da gigante sotto il profilo delle politiche ambientali."

Anche se non risparmia dure analisi sul modello economico attualmente imperante a livello mondiale: "Il modello basato sul consumo - ha affermato - non ha vinto, come non ha vinto quello basato sul totalitarismo comunista. La nostra civiltà è oggi affetta da tre grandi problemi. Il primo è quello della guerra che può diventare ingestibile a causa del terrorismo e delle risposte militari al terrorismo. il secondo è la povertà e si parla di oltre un miliardo di individui che vivono con un dollaro al giorno o meno. Il terzo grande problema è rappresentato dalla crisi ecologica ed ambientale; oggi come oggi, infatti, siamo al punto di svolta, superato il quale non sarà possibile tornare indietro nel recupero degli ecosistemi."

E non a caso l’incontro annuale dei Nobel per la Pace ha avuto quest’anno come grande attrice protagonista proprio la più preziosa delle risorse, l’acqua dedicando la seconda giornata del summit al tema con una conferenza che ha visto, quale moderatore, proprio di Riccardo Petrella, il quale ha ribadito la necessità di ribaltare l’ottica dalla quale si considera l’acqua oggi. "È necessario - ha affermato - smettere di considerare esclusivamente l’acqua come fonte di problemi, per passare ad una concezione della stessa come un bene regolato dal diritto ed inteso come un diritto. Reputo scandaloso - ha continuato Petrella - il risultato di Johannesburg, dove l’obbiettivo fissato per il 2015 è il dimezzamento di coloro i quali hanno accesso all’acqua potabile, mentre l’obiettivo di una gestione sostenibile della risorsa si allontana sempre più nel tempo" Ha quindi ricordato che "la disponibilità di acqua potabile per persona è diminuita negli ultimi cinque anni da 8000 m3 a 5800 m3, i "silent river", ossia i fiumi che non arrivano più al mare sono in aumento e molti comuni italiani avranno, tra quindici anni, problemi molto gravi sul fronte dell’approvvigionamento idrico".

E sulla stessa lunghezza d’onda si è collocato anche il Presidente della Regione Emilia Romagna, Vasco Errani, che ha affermato che è necessario, se si vuole migliorare la situazione ed invertire le tendenze negative, democraticizzare il processo di globalizzazione, partendo dalle realtà locali che si devono organizzare in rete per mettere a confronto pratiche ed esperienze tese a realizzare lo sviluppo sostenibile. "L’acqua è un diritto che non può trovare una soluzione solo attraverso il mercato - ha affermato il Presidente della Regione Emilia Romagna - ed è necessario che i processi di gestioni di questa risorsa siano amministrati da un governo pubblico dell’acqua, in maniera di evitare chiusure autoreferenziali, tipiche dell’economia di mercato lasciata a se stessa, che porterebbero a conflitti e non alla risoluzione dei problemi".

E a questo proposito Errani ha ricordato l’impegno già assunto dalla Regione Emilia, che nel luglio di quest’anno ha sottoscritto un protocollo d´intenti con Green Cross, il Comune e la Provincia di Reggio Emilia per l’organizzazione, nel 2003-Anno Internazionale dell’Acqua Dolce, di un Convegno Internazionale sull´acqua e sulla corretta gestione di questa risorsa finita e preziosa, sempre più spesso minacciata – in tutto il mondo - dall´inquinamento o al centro di gravi conflitti.

 

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Green Cross: 

le azioni di Water for Peace - Acqua per la pace

( www.greencrossitalia.it  Uff. Stampa Sergio Ferraris)

L’impegno fa riferimento al progetto Water for Peace/Acqua per la Pace, un programma internazionale promosso da Green Cross sotto l’Alto Patronato del Presidente della Repubblica, che mira a prevenire i conflitti e favorire la cooperazione per le risorse idriche: tra le principali azioni fino ad oggi messe in campo c’è la sottoscrizione nella primavera scorsa, a Parigi, di un accordo firmato dallo stesso Gorbaciov e dal direttore generale dell’Unesco Koichiro Matsuura, per mettere in campo azioni globali e locali per la prevenzione dei potenziali conflitti per l´accesso alla risorsa e per lo sviluppo della cooperazione istituzionale, sociale ed economica.

 

 

 

Una petizione per una 
"Convenzione Quadro Internazionale sull’Acqua"

Uno dei punti cardine dell’azione di Green Cross, infatti è il fatto che "il diritto all’acqua per tutti non è solo una questione di solidarietà. È, infatti, anche una questione di pace: il pericolo di vedere esplodere dei conflitti intorno all’acqua potabile è, infatti, una realtà possibile"

Su queste basi, in direzione dall’Anno Internazionale sull’Acqua, è stata promossa una petizione mondiale sostenuta da Green Cross International, dal Segretariato Internazionale dell’Acqua, e dal Consiglio di Concertazione per l’Approvvigionamento Idrico ed il Risanamento con due principali obiettivi; in primo luogo, appellarsi ai leader politici affinché inizino delle negoziazioni ufficiali per implementare e rafforzare una struttura internazionale che promuova una Convenzione Quadro Internazionale sull’Acqua.

E in secondo luogo organizzare un’Assemblea Mondiale degli Intellettuali per l’Acqua prima del 3° Forum Mondiale dell’Acqua, ed affidarle il mandato di elaborare in linea di massima la futura Convenzione Quadro Internazionale sull’Acqua.

 

Un concorso per gli studenti

Nel campo delle azioni mirate a promuovere attenzione e sensibilizzazione dell'opinione pubblica, é stato deciso di dedicare all'Acqua l'undicesima edizione del Concorso "Immagini per La Terra" promosso da Green Cross Italia e dall’associazione ambientalista VAS.

I bambini ed i ragazzi dalle materne alle superiori delle scuole italiane ed europee, sono invitati a produrre un elaborato che sviluppi il tema che per quest'anno è chiaramente Water for Peac e utilizzando tecniche che possono andare da quelle "classiche" dell'immagine (disegno, fumetto, fotografia, video, le tecniche multimediali.) a quelle narrative (un racconto da svolgere attraverso i ritmi, le tecniche, le categorie proprie della narrazione, realistica e/o fantastica), a quelle più "moderne di comunicazione integrata realizzando un progetto destinato ai media tradizionali e non; sono in palio 13 premi in denaro da reinvestire in progetti locali di recupero ambientale, decisi dai vincitori stessi. I premiati inoltre parteciperanno con i loro lavori alla selezione internazionale del concorso. L’azione (il cui termine di scadenza è il il 15 marzo 2003) si svolge, come nelle passate edizioni, con il patrocinio delle più alte cariche dello Stato a partire dal Presidente della Repubblica Carlo Azeglio Ciampi e dai Ministeri, con la collaborazione delle Nazioni Unite, della FAO, della Croce Rossa e dell’Earth Council, e vede nel Comitato d’Onore i premi Nobel Mikhail Gorbaciov e Rita Levi-Montalcini

 

Studi, ricerche e confronti: il Convegno emiliano

E in questa linea si colloca il protocollo sottoscritto dalle Istituzioni emiliane per il convegno Internazionale che coinvolgerà da un lato Comuni, Province e Regioni e dall’altro Università e centri di ricerca, Associazioni di impresa e operatori del settore, così come delle Organizzazioni internazionali, con un fondamentale obiettivo: definire e promuovere un contributo dell’Emilia-Romagna e dell’Italia ai programmi di uso e gestione sostenibile dell’acqua nel mondo. In questo senso il convegno di "Water for peace" rappresenterà anche un momento preparatorio per l’Europa del II° Forum Mondiale sull’Ambiente di Lione "Dialoghi per la terra" in programma in Francia nel 2004; tra gli obiettivi dell’azione infatti quello di proporre a tutti i partecipanti di firmare la dichiarazione "Water for peace" che sarà inviata ai Capi di Stato e di Governo di tutto il mondo.

(AGGIORNAMENTI: www.greencrossitalia.it  )

 

Sei azioni locali

Ma il lavoro di Green Cross nel campo della prevenzione di conflitti internazionali legati alle acque, a completamento delle ricerche teoriche e degli studi su casi concreti, ha portato anche all’attivazione di un’azione specifica che si concentrerà su sei "situazioni" locali relative a d altrettanti importanti bacini fluviali transfrontalieri: il Danubio (Europa Centrale e Orientale), il Giordano (Asia Occidentale), l’Okavango (Africa Meridionale), il Parana-Plata (Sud America), il Volga (Russia e Asia Centrale), il Volta (Africa Occidentale).

Obiettivi del progetto sono:

a breve termine:

• Tracciare una mappa delle cause e caratteristiche dei conflitti reali e potenziali legati alle risorse d’acqua nei sei bacini internazionali.

• Identificare ostacoli ed incentivi alla gestione cooperativa delle risorse idriche dei bacini.

a medio termine:

• Incrementare la consapevolezza e la comprensione, a livello pubblico e politico, dei temi della gestione integrata delle acque internazionali, della prevenzione dei conflitti e della condivisione dei vantaggi derivanti dalla cooperazione.

• Consolidare il dialogo tra le parti, in particolare governi nazionali e locali, società civile e settori privati.

• Coinvolgere ogni paese e settore nella ricerca di soluzioni concrete, reciprocamente vantaggiose e sostenibili.

a lungo termine:

• Creare un ambiente che consenta l’attuazione delle migliori procedure di prevenzione dei conflitti, la messa a punto di istituzioni, e inoltre accordi legali, investimenti e progetti inter-statali sostenibili.

• Prevenire nuovi conflitti derivanti da circostanze mutate (trasformazioni politiche, privatizzazioni, crescita demografica, aumento dei fabbisogni energetici, situazioni di emergenza, mutamenti climatici, ecc.), in questi ed altri bacini.

Verranno impostate:

attività politiche di mediazione inter-statale, formare ed informare le autorità locali, comunicare le opinioni del pubblico ai governanti attraverso dichiarazioni delle popolazioni delle aree dei bacini, analisi idropolitiche e raccomandazioni;

attività legali per sviluppare regolamenti per le aree dei bacini, stendere accordi legali, divulgare informazioni e analisi delle norme esistenti in materia di acqua, redigere e proporre nuove norme;

attività istituzionali e tecniche per promuovere le organizzazioni della società civile e dei bacini, compiere ricerche in merito agli insediamenti da costruire, sviluppare ed applicare sistemi di supporto alle decisioni, incoraggiare strategie congiunte per la creazione di nuove, non tradizionali risorse idriche, creare un database delle risorse idriche condivise, avviare appropriate partnership tra pubblico e privato e promuovere investimenti responsabili;

attività di diffusione per aumentare la consapevolezza degli abitanti dei bacini in merito ai conflitti esistenti o potenziali e alle loro implicazioni, organizzazione di workshop, seminari, audizioni pubbliche, progetti congiunti di formazione, questionari, realizzazione di documentari, dibattiti tramite Virtual Water Forum, siti web, presentazioni a conferenze internazionali, dichiarazioni stampa, impiego di illustri Ambasciatori del progetto Water for Peace, pubblicazione e distribuzione di relazioni, volantini informativi e successive valutazioni dei progressi compiuti nella realizzazione degli obiettivi del progetto.

Inoltre, in ogni bacino saranno avviati e/o perfezionati progetti pilota per dimostrare le migliori prassi di gestione delle acque transfrontaliere e i vantaggi che potranno derivare da una miglior cooperazione e comunicazione. A seconda delle necessità del bacino, questi progetti saranno basati sullo scambio di informazioni e sull’istruzione o piuttosto sulla concreta gestione congiunta, e si concentreranno sul ruolo delle autorità locali, della partecipazione pubblica e della cooperazione transfrontaliera a livello locale.

 

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2003 - Anno Internazionale dell’Acqua Dolce

informazioni tradotte dal sito  www.unesco.org

L 87° Assemblea Generale delle Nazioni Unite, con la sua risoluzione 55/196, ha dichiarato il 2003 Anno Internazionale dell’Acqua Dolce, invitando con ciò la Comunità delle nazioni a intraprendere le azioni, proseguire e sviluppare programmi e progetti che spingano i diversi soggetti istituzionali e civili della comunità internazionale a prendere in carico il tema della gestione dell’acqua, promuovendo un uso sostenibile di questa risorsa da cui dipende l’essere umano ed in generale la vita animale e vegetale.

Ancora, la risoluzione adottata il 20 dicembre del 2000, è stata promossa dal Governo del Tajikistan e supportata da altre 148 nazioni, invita i governi nazionali e internazionali, nonché le istituzioni internazionali, nonché le organizzazioni non-governative e i settori privati a mettere in atto azioni positive volontarie di supporto all’Anno 2003 Anno Internazionale dell’Acqua Dolce.

Questo si pone come un’opportunità per accelerare lo sviluppo dei principi di una gestione integrata della risorsa Acqua, nonché l’occasione per promuovere le attività esistenti e far maturare nuove iniziative a livello internazionale, nazionale e locale.

L’aspettativa è quella di dare seguito agli accordi raggiunti col Summit Mondiale di Johannesburg per uno Sviluppo sostenibile del settembre 2002 con la prospettiva di un capacità di azione che sapppia andare oltre il 2003

La pubblicazione Rapporto sullo Stato dell’Acqua nel pianeta dovrà essere il punto focale delle attività di pubblica informazione dell’Anno, e la prima edizione sarà presentata in occasione del Terzo Forum Mondiale di Kyoto, in Giappone nel Marzo del 2003.

L’informazione nei confronti dell’opinine pubblica e la strategia di azione con e verso i media, dovrà includere l’elaborazione di materiale informativo, brochures, supporti educativi per le scuole, videotapes documentari, nonché la realizzazione di un sito ufficiale, tutte azioni che dovranno essere sviluppate con l’assistenza dei settori privati delle Organizzazioni non-governative (ONG)

 

 

Il messaggio di Kofi Annan in occasione della

Giornata Mondiale dell’Acqua (22 marzo 2002)

( www.onuitalia.it/news/giornate/acqua )

Quest’anno, il tema della Giornata Mondiale dell’Acqua — "Acqua per lo Sviluppo" — rispecchia la fondamentale importanza dell’acqua nel sostenere la vita e nel preservare l’ambiente.

Circa 1,1 miliardi di persone non hanno accesso all’acqua sicura da bere, 2,5 miliardi di persone non hanno accesso a servizi sanitari adeguati, e più di 5 milioni di persone muoiono ogni anno per malattie collegate all’acqua — 10 volte il numero di persone che, in media, muoiono in guerra ogni anno. Troppo spesso, l’acqua è considerata come un bene gratuito ed inesauribile. Eppure anche dove le risorse idriche sono sufficienti o abbondanti, esse sono sempre più a rischio a causa dell’inquinamento e della domanda crescente. Entro il 2025, è probabile che due terzi della popolazione mondiale vivranno in Paesi con una moderata oppure forte scarsità di risorse idriche. L’accanita concorrenza nazionale per le risorse idriche ha suscitato il timore che le questioni relative all’acqua racchiudano germi di violenti conflitti.

E’ fondamentale, quindi, che i problemi legati all’acqua che il nostro mondo si trova ad affrontare non siano soltanto una causa di tensione ma anche un catalizzatore per la cooperazione. Due terzi dei maggiori fiumi del mondo sono condivisi da più Stati. Oltre 300 fiumi attraversano confini nazionali. Sempre più frequentemente, Paesi con esperienza nella gestione di bacini idrografici e di pianure ad alto rischio di inondazione, o nei sistemi di irrigazione efficienti, condividono queste conoscenze e tecnologie con altri. Scienziati di Paesi e discipline diverse uniscono i loro sforzi per valutare il pericolo, nella speranza di avviare una necessaria "rivoluzione blu" per la produttività agricola. In aggiunta ad una vasta gamma di progetti operativi, le organizzazioni del sistema delle Nazioni Unite stanno preparando la prima edizione del Rapporto sullo Sviluppo Mondiale dell’Acqua.

Nel corso di quest’anno, capi di Stato e di Governo, organizzazioni non governative, rappresentanti del settore privato e molti altri si riuniranno a Johannesburg per il Vertice Mondiale sullo Sviluppo Sostenibile. Inoltre, l’Assemblea Generale delle Nazioni Unite ha proclamato il 2003 "Anno Internazionale dell’Acqua Dolce". Tutti hanno interesse a cogliere queste opportunità per tracciare un percorso d’azione concreto al fine di attuare gli Obiettivi di Sviluppo del Millennio relativamente all’accesso all’acqua pulita. Lavorando insieme, un futuro che garantisca risorse idriche sicure e sostenibili può essere nostro.

 

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Due schede, due esempi, due realtà

 

Il conflitto mediorientale e l’acqua

L’acqua alla radice della guerra

Sergio Ferraris 08 04 2002 dal sito  www.greencrossitalia.it 

Anche se i drammatici fatti di cronaca coprono le molteplici cause del conflitto tra israeliani e palestinesi, quella in corso è anche una vera e propria guerra dell’acqua.

Parecchi lo hanno detto, ma pochi hanno ascoltato: l’acqua in medioriente è un’arma strategica. Da oltre un decennio, infatti, tutti gli analisti più attenti hanno identificato nell’acqua una delle ragioni più probabili di un conflitto nell’area mediorientale.

Le vaste aree desertiche, la scarsità di piogge e la scarsa qualità dell’acqua del Giordano, poca e salmastra, sono gli ingredienti che vanno a comporre lo scenario di un conflitto possibile e forse già iniziato tra popolazioni arabe ed israeliane.

In una parte del conflitto di questi giorni, che ha origine nel periodo Biblico, l’acqua gioca un ruolo determinante, che è necessario analizzare per comprendere gli scenari futuri che potrebbero delinearsi in altre parti del mondo.

 

 

Lo scenario

Il territorio dello Stato d’Israele, con una superficie di 20.700, poco meno dell’area occupata dalla Lombardia, è in buona parte composto da territori montuosi ed aridi.

Una popolazione complessiva di sette milioni e mezzo d’abitanti, (quattro milioni di ebrei, un milione di arabi residenti nello stato d’Israele e due milioni e mezzo nei territori occupati e nella striscia di Gaza) in crescita, un’agricoltura intensiva ed aggressiva, lo sviluppo industriale e l’inquinamento sono i fattori che fanno dell’acqua potabile, già di natura scarsa, una risorsa sempre più critica per la popolazione ed una delle radici del conflitto in atto. Secondo l’Autorità Nazionale Palestinese Israele possiede il controllo di quasi tutte le sorgenti ed un terzo degli abitanti della West Bank riceve acqua ad intermittenza.

Conferma questo dato, anche se indirettamente, la parte avversa attraverso il noto quotidiano "Ha’aretz’ che in suo reportage afferma che più di mezzo milione di palestinesi nella West Bank non ha ricevuto più acqua da oltre due mesi.

Non migliorano lo scenario i dati di consumo dell’acqua. Per i palestinesi, infatti, sono disponibili tra i 35 ed i 50 litri al giorno, mentre per i coloni ebrei, che vivono nelle stesse zone il consumo pro capite oscilla tra i 280 ed i 350 litri al giorno. Perfettamente in linea con gli standard nord americani.

 

Le ragioni

Entrambe le parti attingono acqua dal bacino idrico delle montagne della West Bank che è, per questo motivo, uno dei punti critici nella demarcazione della frontiera tra i due stati.

Questa risorsa, infatti, provvede al rifornimento idrico per il trenta per cento della popolazione israeliana e per l’ottanta per cento di quella palestinese.

Anche le altre due risorse della zona, il Mare di Galilea ed il bacino idrico costiero, sono condivise da entrambe le popolazioni, e gli esperti israeliani temono che tutte e tre queste fondamentali ed uniche risorse siano in pericolo a causa dell’aumento dei depositi salini.

Tutti i bacini idrici potrebbero, nel caso si costituisse un vero stato palestinese essere controllate da quest’ultimo, ed e chiaro che per Israele non è nemmeno lontanamente ipotizzabile uno scenario nel quale lo stato ebraico sia dipendente dagli arabi sulla gestione di una risorsa vitale come l’acqua.

Naturalmente da entrambe le parti piovono accuse reciproche sulla scarsità d’acqua che per la verità affligge, anche se in maniera minore, anche la popolazione ebraica.

La commissione israeliana per l’acqua, attraverso un suo portavoce afferma che il problema idrico affligge entrambe le popolazioni e che anche se i numeri denotano una disparità evidente, le ragioni di tale disparità non sono chiare.

Di tutt’altro parere il gruppo israeliano per i diritti umani B’Tselem. In un recente rapporto, il gruppo, dichiara che oltre 215,000 palestinesi in più di 150 villaggi non sono connessi ad alcuna rete idrica e che lo stato d’Israele alloca le risorse idriche in maniera discriminatoria.

L’esistenza di una doppia rete idrica nei territori occupati, una efficiente per gli insediamenti dei coloni, ed una priva della necessaria manutenzione, da oltre 40 anni e con una perdita di circa l’11 per cento dell’acqua, sembrerebbe confermare l’ipotesi del gruppo israeliano.

Altri incrementi della crisi idrica della regione provengono dalla sovrapopolazione dei palestinesi, dall’alto standard di vita dei coloni degli insediamenti e dall’utilizzo illegale dell’acqua potabile per gli usi agricoli.

Tashir Nasir Eldin, direttore generale dell’Autorità Palestinese per l’Acqua in Cisgiordania, ha dichiarato ad "Ha’aretz" che nei mesi estivi la Macarot Israeli Water Company riduce i rifornimenti d’acqua alle aree Palestinesi ed agli insediamenti in maniera considerevole.

Queste riduzioni, secondo Tashir Nasir Eldin non sono uguali e gli insediamenti ottengono pertanto l’acqua di cui necessitano dagli acquedotti comuni.

Anche gli esperti israeliani sono divisi.

Secondo uno di questi esperti spesso le linee degli acquedotti verso le zone palestinesi vengono chiuse, mentre secondo altri esperti l’acqua potabile sarebbe sufficiente per tutta la popolazione, e di conseguenza non c’è nessun piano per la riduzione delle riserve idriche destinate ai palestinesi per favorire gli insediamenti dei coloni israeliani.

Il problema dei palestinesi, sempre secondo gli esperti israeliani sarebbe nell’alto consumo e negli sprechi d’acqua che questi compiono.

L’acqua nella regione è comunque una risorsa ad alto rischio.

A Hebron, per esempio, i 300.000 abitanti hanno un fabbisogno idrico di circa 25.000 metri cubi d’acqua al giorno ma dalla Macarot arrivano solamente 5.500 metri cubi.

Discorso analogo a Betlemme, dove i metri cubi necessari sarebbero 18.000, ma ne arrivano solamente 8.000. I cittadini di Betlemme di conseguenza devono comprare l’acqua dagli abitanti che sono connessi alle linee israeliane, conservando l’acqua nei serbatoi.

 

I tre principali bacini idrici della regione-

 Le mediazioni politiche

Neanche la politica è riuscita a trovare un’ipotesi di accordo.

Gli accordi di Oslo del 1993, infatti, anche se davano il controllo dell’acqua al governo israeliano permettevano all’autorità palestinese di utilizzare riserve separate da quelle condivise con gli insediamenti ebraici, ma sono di difficile applicazione a causa della mancanza di fondi per la creazione di queste strutture.

Il gruppo multilaterale per le risorse idriche creato nel 1992 come parte dei negoziati di pace, ha da tempo fallito nell’obiettivo di trovare un accordo sulla condivisione delle risorse idriche comuni.

Anche se uno dei progetti per il miglioramento della qualità e della distribuzione dell’acqua è partito nel 1996, consentendo il miglioramento della qualità della vita di oltre 300.000 palestinesi, la situazione è al di là dall’essere risolta.

Lo scorso anno, infatti, i residenti di Jenin hanno ricevuto in dono dai pacifisti israeliani 150.000 litri d’acqua per superare la crisi idrica della scorsa estate.

Il problema appare in tutta la sua gravità nelle parole di Nabir Sharif, capo dell’autorità Palestinese per l’acqua che afferma: " è necessario che gli stati Uniti convincano Israele che alla fine non ci può essere una pace duratura senza l’acqua. E senza l’acqua non credo che qualsiasi accordo di pace possa durare più a lungo di due o tre anni".

Ora che in tutta la zona la parola è passata ai cannoni dei carri armati israeliani e alle bombe dei kamikaze palestinesi, il problema dell’acqua sembra essere scomparso, ma la bomba idrica, se non disinnescata da entrambe le parti, minerà la base di qualsiasi accordo di pace futuro.

 

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Brasile: riscatto e futuro sul fiume Surui

 

Agua Doce-Surui 2050: una visione

di Waldemar Boff - dal sito www.rrrquarrata.it 

Waldemar Boff, brasiliano, pedagogo ed educatore ha fondato insieme al fratello Leonardo Boff il SEOP (servizio di educazione e organizzazione popolare di Petropolis - nella baixada di Rio de Janeiro) che ha diretto per 11 anni. Oggi ha fondato "Agua Doce" al Rio Surui."

Il luogo – È una delle fasce di colline e pianure che compongono la Serra do Mar della Mata Atlantica. La fascia comincia dalla zona alta di Petropolis, continuando per l’antica strada dell’Imperatore, la Estrata da Estrela. Si arriva così a Vila Inhomirim, Raiz da Serra, dove si trovava, al tempo dell’impero, la Fazenda da Mandioca, la fazenda del visionario naturalista tedesco Von Langsdorf. Si continua a sinistra per la valle di Cachoeira Grande, Vale Preta, Rio do Ouro e Coceiçao de Surui, per arrivare finalmente in fondo alla Baia di Guanabara.

Le sfide – Partendo dalla zona alta di Petropolis (Alto da Serra) fino a piedi della montagna (Raiz da Serra), circa 1.000 famiglie senza tetto occupano la foresta in modo disordinato. Alberi, fiumi e fonti di acqua sono minacciate. Nella zona rurale, le famiglie producono individualmente, con poca organizzazione, usando concimi e difensivi chimici, e senza informazione. La maggioranza dei lotti sono aree di occupazione regolarizzate dal Governo. Senza prospettive per sè stessi e per i proprio figli, gli adulti spesso decidono di vendere i lotti ai villeggianti che abitano a Rio de Janeiro. Le sponde dei fiumi sono occupate da famiglie povere che gettano i rifiuti direttamente nell’acqua. Il terreno vicino alla Baia è pantanoso; qui le famiglie vivono della pesca di gamberi e delle colture domestiche. I rifiuti industriali e l’abbandono di sostanze oleose minacciano gli ecosistemi.

Gli obiettivi – Surui 2050 vuole considerare il bacino del fiume Surui e i dintorni come un’unità sociale, economica ed ambientale. Il fiume Surui nasce a Rio do Ouro e scorre placidamente per circa 30 chilometri, ostruito e inquinato, passando dalla cittadina di Surui, fino a sfociare nella Baia di Guanabara. È un lavoro di sensibilizzazione, informazione e coscientizzazione che invita le generazioni di questo territorio ad un altro stile di vita, economicamente praticabile, socialmente giusto e ambientalmente sostenibile.

Gli strumenti – Prima di tutto assistendo e preservando ogni forma di vita, a cominciare dai bambini, dalle donne, dalla terra sfruttata e violata, dalle fonti di acqua e dai fiumi. Asili, centri comunitari, programmi di formazione professionale, attività culturali e pubblicazione di bollettini ad uso delle comunità e delle scuole sono gli strumenti per conseguire questi obiettivi. L’autoproduzione alimentare sarà promossa tramite corsi di nutrizione e salute, orti domestici e agricoltura familiare sostenibile, riscoperta delle erbe medicinali e tramite la ricerca della propria autonomia, aperta e liberatrice. La diplomazia popolare sarà favorita attraverso l’interscambio culturale con persone di tutti i paesi. L’educazione spirituale sarà stimolata attraverso incontri liberi di riflessione e preghiera.

L’orizzonte – Mantenere viva nel cuore delle generazioni presenti e future la memoria e l’amore per la preservazione della comunità vitale del pianeta; e risvegliare i sentimenti di venerazione e lode per l’Anello ultimo che anima e unisce con incessante movimento amoroso tutta la creazione, in un unico destino.

 

Le azioni

San Gonzalo - Niteroi: Asilo con 40 bambini (prima scolarizzazione, pasti e attività ludiche varie); Centro Comunitario della Comunità con: attività sociali, alfabetizzazione e organizzazione delle donne. Il centro è gestito dalle donne (50).

Parque Sao Bento - Belford Rocho: Centro Comunitario della Comunità con attività per ragazzi e ragazze (200) con attività sociali e laboratori: alfabetizzazione, capoeira, teatro, taglio e cucito, cucina, capelli afro (trecce), nutrizione e salute. Vi partecipano 200 giovani.

Consolador Prometida - Parada Angelica: Centro Comunitario della Comunità con attività per giovani: aiuto scolastico, merenda, corsi di computer, danza, teatro e sport. È frequentato da 80-100 giovani.

Caminho do Incontro - Belford Rocho: Asilo con 40 bambini (prima scolarizzazione, pasti e attività ludiche varie); Centro Comunitario della Comunità con: attività sociali, alfabetizzazione e organizzazione delle donne. Il centro è gestito dalle donne (40).

Casa della Diplomazia popolare - Surui: Sede amministrativa e dell’organizzazione dei piccoli produttori agricoli e della cooperativa dei pescatori di granchi, varie attività comunitarie, accoglienza, casa del custode.

Biblioteca della Scuola elementare rurale - Surui: Biblioteca e videoteca per il recupero della memoria storica del bacino abitato dagli indigeni Surui.

 

Perché "Agua Doce"

Quante stanchezze e quante perdite! Stanco per l’amarezza, la bruttura, la violenza; ma anche di mantenere l’onestà. E tante perdite: della battaglia contro la miseria, di antichi amori e di sogni intimi. Água Doce è nata da queste stanchezze e da queste perdite. Quando tutto sembrava finito, mi sono sentito chiamato ad iniziare tutto daccapo. Questa iniziativa  è nata dalla sorgente della mia stessa vita che vuole rinnovarsi e andare avanti, come un fiume che desidera il mare.

Cinque anni fa ho perso le elezioni comunali, e quasi tre anni fa la mia cara moglie Valeria se n’è andata. Sono passati solo alcuni mesi da quando ho lasciato il Seop, dove ho sognato e lavorato per dieci anni. Non posso accettare che la povertà venga considerata principalmente una questione economica e di mercato. Tutte queste esperienze di tanti anni mi hanno fatto sentire la provvisorietà della vita, ma anche l’insufficienza della vecchia politica per cambiare l’ingiustizia globale. Il confronto con le classi sociali, i partiti, i sindacati, le organizzazioni sono necessarie, ma non bastano. Bisogna andare più a fondo, e allargare lo spazio affinchè nasca una nuova coscienza come energia planetaria e trasformatrice.

Il Signore mi ha inviato una compagna molto cara, Maria Regina. Insieme a lei ho approfondito un altro stile di intervento, più dolce, più flessibile, più umile, più inclusivo. E credo che arriverà presto il tempo in cui la trasformazione sarà possibile con la dolcezza, con la bontà, con l’abbraccio del diverso, col calore della pelle, col pensiero amoroso.

Água Doce è nata per espandere la coscienza umana a un livello tale in cui la fame diventa scandalo, la violenza eresia, l’etnocentrismo anacronismo e la cura per la natura una evidenza.

Per risvegliare pedagogicamente questa coscienza superiore, ci proponiamo alcuni progetti di lavoro. Vogliamo essere presenti nelle varie comunità umane – tra ricchi e poveri – ma soprattutto vogliamo stare insieme ai più deboli. Vogliamo recuperare e preservare la comunità della vita tutta, cominciando dalle sorgenti d’acqua e dai fiumi. Pensiamo alla diplomazia popolare, all’interscambio culturale, al concetto di "famiglia umana" e all’autoproduzione alimentare (perchè siamo molto lontani da quello che mangiamo, ed è per questo che siamo lontani da noi stessi).

Al Seop avevo iniziato un programma di sostenibilità nel bacino del Rio Suruí, uno dei tanti fiumi che formano la grande Baia di Guanabara. Água Doce vuole lavorare in profondità in questo piccolo bacino di soli 50 kmq, abitato da umili contadini, da famiglie urbane povere e da pescatori di gamberi, affinchè possa servire da ispirazione alle altre comunità. In questa porzione territoriale, abitata da circa 2.000 famiglie, ci chiediamo: cosa vuol dire "sviluppo sostenibile"? Come creare, in modo integrato, qui e in altri luoghi, la giustizia sociale, il rispetto per l’ambiente e un’economia praticabile?

Abbiamo già comprato un terreno di 1.500 mq per l’avviamento di un centro socio-culturale, iniziando con la costruzione di un asilo per i bambini minacciati dalla fame. Pensiamo alla pubblicazione di una rivista mensile per formare ad una nuova visione del futuro, soprattutto tra gli studenti delle scuole di Suruí. Vogliamo applicare l’Agenda 21 locale con le circa 400 famiglie di piccoli contadini di questa valle. Infine sogniamo la formazione di una vera comunità umana, sostenibile, aperta, sensibile e amica di tutte le forme di vita.

Per portare avanti questa piccola utopia possibile, è necessaria la collaborazione di molte persone, soprattutto di quelle in cui è ormai spuntata la nuova coscienza planetaria. Abbiamo bisogno di sostegno, di energia buona, di poesia, di preghiere e di presenza amorosa. Se avremo tutto questo, il successo sarà garantito. Allora la vita riuscirà a trionfare sulla morte e la speranza sulla disperazione. Che lo Spirito Creatore rinnovi i nostri cuori e la faccia della Terra!

 

La storia, il futuro e il SOGNO

Siamo arrivati nella regione di Surui passando prima da molte altre zone. Abbiamo accumulato una larga esperienza di lavoro nel sociale. Non siamo venuti qui per conquistare spazi di potere politico o simbolico. Siamo venuti qui per servire e per collaborare con tutti, poveri e ricchi. È con questa premessa che vorremmo essere accolti. Nel ‘97 percorsi con la barca gli ultimi chilometri del fiume Surui e rimasi incantato di fronte alle porzioni di Pantanal Fluminense (cioè di acquitrini e zone paludose) ancora preservate. Dopo quella visita pensai di fare qualcosa di concreto a favore della preservazione e dello sviluppo di questa ricca regione, oggi ignorata dalla maggioranza. Ebbi l’ispirazione per questo lavoro nel ‘99 quando andai a Sao Goncalo del Rio das Pedras, nella valle del fiume Jequitinhonha, nello stato del Minas Gerais. La incontrai il Dott. Apolo Heringer Lisboa, che all’università Federale dei Minas Gerais coordina il progetto Manuelzao, un tentativo grandioso di far tornare i pesci nel Rio das Velhas, il fiume che collega decine di municipi dello stato mineiro. Pensai: perché non fare lo stesso tentativo con il fiume Surui e poi con gli altri fiumi che sfociano nella Baia di Guanabara? La vita mi ha fatto dono di una meravigliosa equipe di lavoro. Che cosa vogliamo fare? Oltre a continuare il lavoro di educazione spirituale e consolazione degli afflitti, soprattutto gli ultimi sociali, vogliamo riscattare, preservare e potenziare le risorse naturali e culturali nel bacino della Baia di Guanabara, a cominciare dalla valle del fiume Surui; favorire la piccola produzione rurale, la pesca artigianale e la microimprenditoria locale, affinché diano la priorità alla propria sussistenza e si organizzino per commercializzare le eccedenze; appoggiare il movimento delle donne della Baixada, nella loro lotta per garantire la qualità della vita per tutti e per preservare tutta la comunità di vita; creare una cultura del dialogo locale e globale, della cura dei deboli e della responsabilità verso le generazioni future. Senza partito, credo o razza, il notiziario mensile Jornal Agua Doce vuole stimolare forme migliori di relazioni con se stessi, con gli altri e con la natura, ed offrire elementi di riflessione ed approfondimento delle varie forme conosciute di democrazia partecipativa, soprattutto tra i giovani e le donne, che sono le migliori promesse di un futuro più rispettoso. Vogliamo collaborare, qui e altrove, con tutte le forme etiche di organizzazione sociale, ma soprattutto con le scuole, le chiese e i movimenti culturali dove si forma la visione del futuro. E tutti riceveranno da noi collaborazione effettiva ed amicizia sincera.