Da Chivasso

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 D’Altro Canto…   (Rubrica pubblicata sul settimanale valdostano "La Gazzetta Matin")     ELENCO ARTICOLI 

 

 

Da Chivasso
una moderna e importante lezione di Glocal

Luisa Aureli Bergomi ed Eligio Milano 

(pubblicato sul settimanale "Rifoma" del 19/12/2003)

Cinque anni or sono, come Centro di Studi Alessandro Milano e rivista Intra montes di Courmayeur (Valle d’Aosta), lanciavamo l’idea di riaprire il dialogo tra Valdesi e Valdostani – o meglio – tra due popoli, proprio a partire da quell’incipit della Carta di Chivasso, «Noi popolazioni delle vallate alpine...», per una nuova stagione di confronto, di elaborazione ... e di speranze.

La nostra esigenza era di ri-proporre “dal basso”, all’interno di un mondo sempre più disattento nei confronti delle “diversità”, un ruolo attivo e propositivo proveniente dalle tante culture delle Alpi, dalle tante dignità delle loro valli, da quell’unica libertà che nei secoli ha saputo preservare relazioni profonde con il territorio e nel contempo ha prodotto aperture capaci di superare le frontiere politiche, le barriere geografiche ed i veti ideologici.

Una riattivazione di possibilità che, dal nostro punto di vista, è avvenuta in modo soddisfacente, sta avvenendo, è in via di evoluzione continua: per usare una definizione ormai comune, è rete.

Lo “Spirito di Chivasso” ci ha fatto capire che l’autonomia amministrativa e politica, concessa ai Valdostani nel 1948, non può essere considerata di certo una conquista, sino a quando essa possa venir percepita come una attribuzione di specialità riconosciuta a pochi o, peggio, a uno solo.

Così concepita, essa forse ha più il significato di riserva indiana che non di volano per un diffuso processo di sviluppo autocentrato.

D’altro canto, cosa si può pretendere da uno strumento? I nostri interlocutori Valdesi ci hanno dimostrato ampiamente che senza questa opportunità (per altro formidabile se ben utilizzata, cosa che in Valle d’Aosta non è sempre avvenuta) sono riusciti comunque a rivendicarsi come autonomi ed ha realizzare una comunità che è indicata universalmente come modello di compattezza ed efficienza.

La parola Glocal ci è stata insegnata da Voi e noi ne abbiamo fatto una sorta di nostra bandiera, perché adesso chiediamo a tutti i nostri diversi interlocutori, di sforzarsi di «...pensare globalmente ed agire localmente...», perché ogni forma di sviluppo deve essere attuata nel rispetto assoluto delle popolazioni e dei loro territori.

La Carta di Chivasso chiedeva (e chiede), appunto, con forza questo rispetto, rivendicando il diritto di non essere costretti ad adeguarsi a parametri imposti dall’esterno: valeva per il fascismo ma può valere anche per tanti processi del modo attuale di presentarsi della globalizzazione.

In questi anni ci siamo resi conto che, forse, la nostra intuizione originaria di riallacciare rapporti stretti tra popoli della montagna sia stata (e sia) l’unica strada possibile per evitare di fare la ... fine del carciofo, sfogliato (e spogliato) progressivamente sino a permettere di aggredirne il cuore.

E così progetto Intra montes ha voluto conoscere, oltre ai Valdesi, il Canavese, le valli di Lanzo, la Val di Susa, la provincia di Cuneo ed anche realtà più lontane come le valli della Alpi lombarde e vvenete.

Tante situazioni diverse; sempre enormi difficoltà a mantenere integra la propria identità – il che significa le proprie dignità e libertà – di fronte ad esigenze poste dall’esterno come irrinunciabili per lo sviluppo complessivo.

In tali circostanze, come si può fare a meno qui, in Valle d’Aosta, delle orazioni civili del Gruppo Teatro Angrogna o delle problematiche etiche e sociali sollevate dal costante dibattito presente sul settimanale Riforma? Così, come è mai possibile ignorare la ventennale lotta della Bassa Val di Susa contro il devastante impatto dell’Alta Velocità? O ancora, come non farsi pienamente carico della tragedia passata e presente delle popolazioni della Valle del Vajont?

E questa nostra piccola-grande rete, che è partita nel 1998, proprio con la volontà di leggere  il 55° anniversario della Carta di Chivasso in modo concreto ed operativo, oggi per noi non ha per fine la sopravvivenza del mondo che abita le valli alpine, cioè la difesa, bensì ha l’obiettivo di proporre, di stimolare, di porsi come interlocutore au pair.

Sogni, illusioni? Se lo sono non svegliateci.

Norberto Bobbio:

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Norberto Bobbio:
La “meglio” saggezza    (Eligio Milano)

(prima pubblicazione su "La Gazzetta Matin" del 9/1/2004)

 

Norberto Bobbio; Alessandro Galante Garrone; “Giustizia e Libertà”.

Non a caso più di sessant’anni or sono, avevano aderito ad un movimento che anteponeva la “Giustizia” alla “Libertà”, ma le coniugava necessariamente insieme: come Platone.

Sono vissuti e sono morti “vicini”, si sono aspettati, come fanno tutti i veri amici.

Hanno coltivato una virtù, la “Coerenza”, con lo stesso amore, la stessa pacata serenità, la stessa quotidiana attenzione, con cui si accudisce ad una persona molto cara che sta per estinguersi.

Hanno interpretato l’esistenza come un costante “Dovere”: quello di “capire”, per aiutare gli altri a capire.

Sono stati citati, definiti “Padri della Patria”, mostrati alle giovani generazioni come esempio: e ne hanno sorriso con sottile ironia e con tolleranza: «Sì - mi diceva Alessandro Galante Garrone nel 1994 a Courmayeur – alla Liberazione ci applaudivano, ci lanciavano i fiori, ci venivano anche a sentire in massa, ma nel ’46 hanno dato il 35% alla DC e a noi l’1,5%».

Dubitare, ricercare, studiare, confrontarsi e discutere, considerare l’opinione di tutti con estrema serietà, raccogliere documenti, essere sempre disponibili con i giovani e non sfuggire al dibattito, come fece il “professor” Bobbio nel ’68 a Giurisprudenza occupata, mentre i “baroni” invocavano a gran voce l’intervento della Celere.

Erano in pochi, veramente pochi a Palazzo Campana, a non applaudire o a non demonizzare a priori: Bobbio a Legge, Italo Lana a Lettere, Luigi Pareyson e il “giovane” Vattimo a Filosofia: litigavano con noi, erano anche molto duri, per nulla comprensivi: pretendevano ragioni, analisi, elaborazioni strutturate: «Studiate la storia della Cina, le opere del presidente Mao ed il suo operato. Poi ci confronteremo sul “Libretto Rosso”».

“Giustizia e Libertà”: non si resuscita neppure dalle pagine della Storia. Ma il loro metodo, o meglio il loro stile di vita, può portare a capire, studiando e agendo, ascoltando e replicando, che cosa possa significare “Giustizia” e quale valenza possa avere “Libertà”, alle soglie di un secolo che promette di essere ancora più infelice del precedente.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

I Coscritti dell’86: 

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I Coscritti dell’86: 
una sfida per i primi che non “partono”

Luisa Aureli Bergomi  

(prima pubblicazione su "La Gazzetta Matin" del 19/1/2004)

Nel 2004 compiranno 18 anni i nati nel 1986. Già da qualche tempo nei vari paesi della Valle i ragazzi si sono messi in moto per organizzare la “loro” Festa dei Coscritti: le cene, le date, i foulards…qualcuno di loro sta anche realizzando un sito; segno dei tempi, nonché della spontanea capacità di coniugare, in assoluta naturalezza, i “massimi” della tradizione con i “massimi” della contemporaneità.

Succede, quando la tradizione non è vissuta alla luce di forzature, ma è sperimentata come “luogo” culturale di vita quotidiana; in questo caso finisce per essere sentita come propria anche da coloro che non necessariamente hanno una storia familiare radicata in quella specifica tradizione.

E se si ha l’occasione di osservare da vicino i ragazzi che si sono messi in movimento in questi mesi, diventa abbastanza evidente che stiamo parlando di “fatti” e non di “teorie”.

In particolare nei paesi, dove, ancora oggi, si “cresce insieme”, festeggiare i 18 anni “ponendosi insieme”, socialmente parlando, con una Festa che sia “rito sociale riconosciuto”, è importante, ha un senso, ma soprattutto ha un innegabile sapore di serena autenticità.

Ma i “diciottenni” di quest’anno hanno un’opportunità che ai loro predecessori non era data; i “Coscritti del 2004” sono, infatti, i primi che non partiranno per la leva obbligatoria; sono i primi che possono cercare di rinnovare il termine “coscritto”, emancipandolo dalla radice militare, per proiettarlo in un’interpretazione prettamente civile della “maggiore età”; se vi par poco!

Come? Beh, questo spetterebbe a loro definirlo, ma ho un’idea che mi permetto di condividere: se quello che abbiamo sperimentato in Valle d’Aosta in occasione dell’adunata degli Alpini, può essere letto, al di là della divisa, come l’orgoglio di uno spirito di servizio quale quello che i gruppi ANA hanno testimoniato negli anni, in termini di capacità di “impegno civile”, nelle situazioni d’emergenza come nel quotidiano; se, al di là della leva militare, essere Alpini significa una concezione della vita sociale che si radica nelle più antiche tradizioni popolari della cultura alpina; se questi aspetti sono quelli che più fortemente sono percepiti dalla comunità, al punto che gli organizzatori dell’adunata hanno conquistato la piazza d’onore tra i personaggi valdostani dell’anno 2003; se si tiene insieme tutto questo, allora fondare il “1° gruppo degli Alpini che non partono”, rigorosamente aperto a ragazze e ragazzi, potrebbe essere una provocazione intelligente e interessante, che potrebbe anche portarli ad immaginare di sfilare alla prossima adunata come nuovi interpreti di antichi valori.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Del significato del lavoro

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Del significato del lavoro

Luisa Aureli Bergomi  

 (prima pubblicazione su "La Gazzetta Matin" del 26/1/2004)

<L’Italia è una Repubblica Democratica fondata sul lavoro>; così recita l’Art. 1 della nostra Costituzione.

Un’affermazione linguisticamente semplice ed essenziale che contiene e riassume in sé tutta una serie d’implicazioni in termini d’identità e valori.

<Nel 1945 - affermava il prof. Giuseppe De Rita, in una conferenza - non vi era una vera e propria identità nazionale e i Costituenti hanno dovuto trovare il modo di dare identità alla sabbia, a milioni di granelli di sabbia, tanti quanti erano gli italiani. Qualcuno pensava che fosse un’impresa impossibile, ma ciò non era vero, perché infatti noi italiani abbiamo alle spalle decenni di crescita e di sviluppo basati sul e su questo modello si è costruita l’identità>.

Il lavoro insomma era posto come <valore in sé> e, nello specifico, come <valore fondante> dell’identità nazionale.

Ma dal 1945 ad oggi sono cambiati il paese e il mondo; attraverso riforme istituzionali nonché trasformazioni di costume, è cambiata la cultura e il senso della vita, e può capitare di proporre in una classe liceale una riflessione sul quesito <Che cos’è il lavoro?>, e di sentirsi rispondere da un quindicenne, con assoluta naturalezza: <Il lavoro? È un male inevitabile per potersi procurare le risorse necessarie per vivere veramente, per godersi veramente la vita>.

Inquietante non trovate? Silentemente, sotto in nostri occhi, ma lontano dalla nostra consapevolezza, “il lavoro” è passato da “valore”, a mero “strumento”.

Così concepito, logicamente, non è certo nel lavoro che si può pensare di trovare definizione culturale, gratificazione personale, identità psicologica e/o sociale; il “lavoro” non è più elemento di definizione del “chi sono” e tantomeno del “da dove vengo” e del “dove vado”.

Certo, possiamo rifiutare di accettare che questo “nuovo sentire del lavoro” sia quello diffusamente praticato nella nostra società; possiamo far finta di non sapere che nella realtà americana (quella dove le cose tendono ad accadere qualche tempo prima, quella che tende a dare l’imprinting alla cultura occidentale) già da tempo la domanda che introduce ogni nuovo incontro è: <Quanto guadagni?>; possiamo anche rigettare suggestioni e “provocazioni” come quelle contenute in queste righe.

Ma non possiamo dimenticare che da tempo i pubblicitari (acuti “recettori” ed interpreti, per necessità professionali, del “sentire comune”) producono spot e slogan quali quelli che promuovevano dei noti elettrodomestici: <Loro lavorano. Tu vivi!>.

Non è ciò che diceva appunto il quindicenne?.

Cosa ne penserebbero i Costituenti?

 

 

 

 

 

 

Storia  e Memoria

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Storia  e Memoria

Luisa Aureli Bergomi  

 (prima pubblicazione su "La Gazzetta Matin" del 2/2/2004)

Storia e Memoria non sono la stessa cosa. La settimana appena conclusa ha registrato, in tutto il paese, e anche nella nostra regione, un intenso calendario di iniziative di adesione alla “Giornata della Memoria”, voluta con legge dello Stato per affermare con forza la necessità di “non dimenticare” i drammi dello sterminio, della deportazione, dell’antisemitismo, del razzismo, della discriminazione.

Abbiamo visto Istituzioni, Scuole, Comuni impegnati nell’organizzazione di incontri, mostre, convegni, conferenze, proiezioni; i media hanno seguito le diverse iniziative e ne hanno dato conto nel complesso con attenzione e sensibilità; sui nostri schermi televisivi sono passate drammatiche sequenze di repertorio e testimonianze appena raccolte, accompagnate alle immagini di platee di giovani chiamati ad ascoltare a capire e a ricordare.

Ma Storia e Memoria non sono la stessa cosa: la memoria è appunto l’attività “del ricordare” qualcosa che si sa, che si conosce, di cui, direttamente o indirettamente, si possiede esperienza; la memoria è più il frutto di una “elaborazione” che di un semplice apprendimento; la Storia può essere insegnata e conosciuta attraverso libri, documenti; la “Memoria” no; la Storia ci rende disponibile il passato, la Memoria è un processo che diventa produttivo solo dopo che si è fatto il passo di “possedere” quel passato.

Chi mi conosce sa che da sempre sono impegnata in questo campo, e per questo credo di potermi considerare al di sopra di ogni sospetto se provo a dire che qualcosa, nella “Giornata della Memoria”, così come è e come è stata, rischia di non funzionare; da un lato guardo con timore al pericolo che, col passare degli anni, questa data finisca per diventare una delle tante ricorrenze che scandiscono il calendario, un rituale che si trasforma poco a poco in mera celebrazione; dall’altro mi domando cosa poter fare perché questo non accada.

I bambini imparano a memoria poesie, canzoni a volte interi film; i ragazzi sono capaci di studiare a memoria intere lezioni pur di superare il compito o l’interrogazione, ma non è questa la Memoria di cui ci parla la legge del luglio 2000. Ci manca, ci è mancata, credo, la capacità di porre al centro delle finalità organizzative, con forza, chiarezza ed evidenza, la necessità di una Memoria che sia Valore di per sé, e che per questo, possa e riesca ad essere riferimento, ed in ciò, necessità di coerenza in ogni comportamento quotidiano; oserei dire “stile di vita”.

Solo così anche il 13 marzo o il 22 luglio, o un qualunque giorno del calendario potranno essere date in cui la consapevolezza della Storia rende la pratica della Memoria un fatto inconfutabile.

Abbiamo 12 mesi davanti prima di confrontarci con il 60° anniversario della liberazione di Auschwitz; può esser un tempo sufficiente per tentare di dare qualche risposta più articolata di quanto non siamo riusciti a fare fino ad oggi, al “Perchè ricordare?”

 

 

 

 

 

 

Nuto Revelli - Valery  Melis 

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Nuto Revelli - Valery  Melis 
"La guerra e la pace dei poveri"

Luisa Aureli Bergomi  

 (prima pubblicazione su "La Gazzetta Matin" del 9/2/2004)

Cuneo, 4 febbraio 2004: nella notte, all’ospedale, se ne va Nuto Revelli, classe 1919.

Cagliari, stessa data: alle 22.30, dopo una decina di giorni di coma, muore Valery Melis, 26 anni, colpito nel 1999 da un linfoma di Hodgkin.

Dice Marco Paolini, in un suo spettacolo: <Ci sono storie in cui sembra che le date le abbia messe un greco antico>, e, parafrasando, vorrei aggiungere, ci sono date che sembrano essere state scelte da un greco antico apposta per suggerirci qualcosa; il 4 febbraio 2004 credo sia una di queste.

Cosa hanno in comune Nuto Revelli e Valery Melis oltre alla data della morte?

Divisi da circa 60 anni d’età, entrambi avevano servito la patria da soldati; come ufficiale dell’Armata italiana in Russia, alla metà del XX secolo, il primo; come caporalmaggiore nelle missioni di pace in Albania, Macedonia e Kosovo, alla fine del XX secolo, il secondo.

Dalla sua esperienza sul fronte di guerra, Revelli aveva riportato il bisogno e la volontà di raccontare, soprattutto attraverso le testimonianze, la tragedia di quell’avventura militare; dalle missioni di pace nei Balcani, Valery aveva riportato … la leucemia. In realtà i vertici militari e le varie inchieste che si stanno occupando della vicenda dell’uranio impoverito, affermano che non vi è certezza di un legame inconfutabile tra le missioni compiute e i “problemi” sorti al ritorno a casa; si tratta di “cose” come la morte di oltre una ventina di reduci, le malattie da cui sono stati colpiti circa 250 ragazzi che hanno servito in determinate zone, o, ancora, le malformazioni dei figli di diversi soldati, nati dopo il ritorno dei padri da quelle aree.

Ecco ciò che forse hanno in comune Nuto Revelli e Valery Melis; sono due testimoni di un qualcosa che, cambiati il tempo, i contesti politico, storico e tecnologico, i protagonisti di vertice, non è però mutato nella sostanza.

Nella sua opera “La guerra dei poveri”, lo storico-scrittore piemontese ci ha raccontato quella che oggi è riconosciuta come la verità storica di un esercito di uomini mandati a combattere con mezzi, preparazione ed informazioni inadeguate, a fianco di alleati che li disprezzavano e che si sono rivelati tutt’altro che tali nel momento della necessità di condividere le scelte strategiche; il giovane sardo, non ha fatto a tempo a scrivere né la sua storia né quella dei suoi amici, così come non saprà mai se la “sua verità” sarà, un giorno, “verità storica”.

Ma quel “Fato” che ha posto per entrambi il 4 febbraio 2004 come data conclusiva della loro vita, forse ci suggerisce che c’è una “verità storica” sulla pace e sulla guerra dei nostri anni, che tutti dobbiamo pretendere perché, vicende come queste, per dirla ancora con Paolini, <non riguardano solo coloro che le hanno vissute e subite; e quindi indagarle, conoscerle, ricordarle, celebrarle, significa lavorare perché non si ripetano più, in nessuna forma e da nessuna parte>.

 

 

 

 

 

 

Pensa ... che ti passa!

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Pensa ... che ti passa!

Luisa Aureli Bergomi  

 (prima pubblicazione su "La Gazzetta Matin" del 16/2/2004)

 

Tempo fa mi è capitato di leggere, un articolo su un libro dal titolo accattivante: “Platone è meglio del Prozac” (ricordate? La pillola della felicità). L’idea era chiara: per molti disagi esistenziali che vengono affrontati attraverso terapie psicologiche o addirittura farmaci, forse è possibile percorrere altre strade oltre a quelle propriamente mediche, prendendo le mosse dai grandi pensatori della Storia dell’Umanità.

Affascinante come ipotesi, e così ho fatto alcune ricerche, scoprendo che questa idea nasce negli anni ‘80 in Germania dal filosofo G. Achenbach, il quale, assumendo Socrate ed il suo dialogo "maieutico" come modelli di riferimento, e criticando l'atteggiamento "medico" di gran parte delle psicoterapie, rivaluta l'approccio umanistico, empatico e "comprensivo" della relazione d'aiuto, ed apre il primo studio al mondo di pratica e consulenza filosofica; lo scopo è offrire un servizio alternativo a quello delle psicoterapie a tutti coloro che, bisognosi di sostegno per problemi esistenziali, morali, decisionali, siano però fondamentalmente "sani"; la Filosofia insomma, non tanto come terapia alternativa, ma piuttosto come alternativa alla terapia. <La pratica filosofica – scrive O. Marquard, uno degli autori di riferimento nel campo - è un libero dialogo, non prescrive alcun modello, non somministra alcuna conoscenza; piuttosto, mette in movimento il pensiero nel senso del filosofare insieme. La pratica filosofica non sa “cosa” serve, ma spesso sa “come” procedere>.

Negli anni ’90 si diffonde negli USA, soprattutto ad opera di L. Marinoff (autore del libro citato), ma, come spesso accade nei passaggi dalla “vecchia Europa” al “nuovo Continente”, subisce alcune mutazioni in senso “pragmatico”: il “consulente filosofico” tende a trasformasi da “attivatore di pensiero” ad “erogatore di risposte”, finendo per somigliare molto (a detta di diversi operatori europei, “troppo”) ad un medico che, fatta una diagnosi, prescrive una terapia o una pillola. “Problemi di insicurezza? Leggi Aristotele!”

Inutile dire che la mia simpatia va tutta per la visione “europea”, che invece pone come finalità primaria il mettere in moto le facoltà di pensiero e di elaborazione autonome di ciascuno, nella convinzione che la maggior parte della gente abbia in sè le risorse per  risolvere da sola molti problemi di natura quotidiana, anche se un esperto in filosofia può fornire un aiuto, quando le questioni diventano troppo complesse, alcuni valori sembrano confliggere, o la vita diviene inaspettatamente “priva di significato”.

Cosa voglio dire con queste “folli” 40 righe? Niente, ho solo voluto condividere una curiosità e magari provare a “filosofare” un po’; non serve a niente, ma vi garantisco che sentire le “rotelle” che girano in modo “autonomo” fa veramente stare meglio; provarci non costa nulla! O no?

 

 

 

 

 

Domande vere e domande false

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Domande vere e domande false

Luisa Aureli Bergomi  

 (prima pubblicazione su "La Gazzetta Matin" del 23/2/2004)

 

Forse non tutti sanno che esistono due tipi di domande: le cosiddette “domande false” e, viceversa, le “domande vere”.

Le prime sono quelle per le quali esiste una sola possibile “risposta giusta”, che l’interrogante conosce già; sono “false”, perché la risposta non produce alcun aumento di conoscenza o di saperi né per chi domanda, né per chi risponde, e neppure per chi ascolta; sono mirate semplicemente ad accertare se il soggetto interpellato rientra o meno in parametri predefiniti. Sono le domande dei “quitz”, dei “test” che consentono solo di certificare se chi risponde è adeguato o meno ad una situazione predefinita e precostituita; non prevedono, per la risposta, né elaborazione, né ricerca, né approfondimento; nessuna discrezionalità, nessun elemento soggettivo né nel domandare, né nel rispondere e neppure nel valutare: sono strumenti funzionali ad emettere dei giudizi, delle sentenze. Le “domande false” sono “chiuse” e consentono solo risposte “chiuse”; con le “domande false” si prendono le patenti.

Altra cosa le “domande vere”; queste non presuppongono “risposte giuste” precostituite; la “correttezza” o meno di una risposta dipende da fattori, quali le finalità della domanda stessa, la metodologia adottata per arrivare ad una risposta, le fonti e gli elementi considerati per formularla. 

Una “domanda vera” mette in moto un processo di analisi e di elaborazione, una ricerca che “naturalmente”, produce un arricchimento di conoscenze, di saperi, o anche “solo” di consapevolezza e di coscienza in tutti i soggetti coinvolti dal ciclo.

Le “domande vere” sono, per ipotesi, “aperte” e chiamano risposte “aperte”,  in cui la soggettività dell’interpellante e dell’interpellato, la reciproca e interattiva creatività e volontà di sapere, diventano elementi essenziali per la formulazione delle stesse; le “domande vere” mettono in crisi (e devono farlo) il sistema che “si” interroga; devono sottoporre a critica il conosciuto, rompere un equilibrio e ridefinirlo.

È con le “domande aperte” che si sono fatte la storia della filosofia, della scienza, dell’arte, dell’evoluzione umana; quelle dell’uomo che ha scoperto il fuoco (e dopo di lui, di Aristotele, Cristo, Buddah, Maometto, Dante, Shakespeare, Leonardo da Vinci, Galileo, Mozart, Einstein, Pirandello …), erano “domande aperte”.

Solo con “domande aperte” si produce e si trasmette “cultura”.

Alla luce di quanto fin qui detto, ha senso continuare a cercare le “giuste risposte”, a proposito di “crisi dell’uomo moderno” e dei suoi modelli sociali, economici, culturali, o piuttosto, utilizzando le elaborazioni di un “pensatore” nostro contemporaneo, bisognerebbe prendere in carico il fatto che <Ancor prima delle “risposte giuste” non si riescono ad individuare le “giuste domande”, mentre appare evidente che, se non si vede ciò che è sbagliato, sarà difficile mettere in campo nuove e forti idee.>.

 

 

 

 

 

 

 

 

La "tripla filiera" per liberare il bilinguismo

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La "tripla filiera" per liberare il bilinguismo

Luisa Aureli Bergomi  

 (prima pubblicazione su "La Gazzetta Matin" del 01/03/2004)

Premessa n.1: difficilmente nelle prossime righe sarò in grado di dire qualcosa che, sul tema, non sia stato già detto.

Premessa n.2: non sono ancora riuscita a decidere se, su questo tema, sia veramente il caso di rispondere alle periodiche “aperture di dibattito”, o anche solo provocazioni, o se invece sarebbe più saggio tacere.

Per il momento, essendo notoriamente una persona “poco saggia”, non riesco a trattenermi dal dire la mia. Il tema è quello del Francese.

 

In sintesi io credo che:

 

a)   In Valle il Francese non è certo la “lingua madre” della stragrande maggioranza dei cittadini ma nel contempo non è certo una lingua “estranea” alla stessa stragrande maggioranza: per dirla con un bambino, che così rispose ad una delle tante indagini conoscitive condotte in questi anni, da noi <Il Francese è una lingua “un po’ straniera”> !!!! genialità dell’ingenuità!!!

 

b)   Con una certa approssimata precisione probabilmente è possibile affermare che, se in Valle non c’è un bilinguismo reale a livello di “trasmissione”, forse si può parlare di bilinguismo in …“ricezione”; come dire che se è vero che “pochi” lo scelgono per dire delle cose, altrettanto “pochi” sono completamente “tagliati fuori” da una cosa detta in Francese. 

 

c)    La base filosofico-politica del nostro Statuto è che in questa terra esiste “una comunità che utilizza due lingue” al contrario di quanto avviene per il Sud-Tirolo in cui è riconosciuta l’esistenza di “un territorio abitato da due popolazioni con due diverse lingue”; e la realtà sociologica della nostra regione, negli anni, ha portato ad una comunità che, se proprio deve essere analizzata con un certo tipo di criteri, può essere descritta come composta da “Valdostani nati in Valle” e “Valdostani nati altrove”; ma sempre e comunque “Valdostani”.

 

d)   Le strumentalizzazioni politico-ideologiche (basate su concetti “dicotomici” quali “popolo valdostano” vs “italiani della Valle d’Aosta”, “italofoni" vs "francofoni”, “valdostani doc” vs “foresti” ecc.) hanno fatto più male al Francese ed ai “confronti intellettuali” in materia, di tutti gli innumerevoli strafalcioni ed errori (grammaticali e non) che vengono messi in campo da coloro che, lontani dal ring, convivono con questa lingua e, quando serve, provano ad usarla.

 

Alla luce di ciò (e di altro che non ho lo spazio per dire) e di fronte all’ipotesi di una scuola a “doppia filiera” contenuta nell’azione dell’on Mussolini, e, per altro, a suo tempo, già lanciata da Etienne Andrione, credo che sia il momento di attivare una forte azione difensiva; diciamo NO alla “doppia filiera” e chiediamo la ”TRIPLA filiera”; italiana per gli “italofili”, francese per i “francofili” e… “bilingue” per tutti gli altri. Chissà che così, finalmente libera da ideologismi, estremismi ed integralismi, la “Comunità Valdostana” non riesca finalmente a fare e ad avere qualcosa di serio e produttivo in materia.

 

 

 

 

 

 

 

Fantascienza...e società reale

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Fantascienza...e società reale

Luisa Aureli Bergomi  

(prima pubblicazione su "La Gazzetta Matin" del 08/03/2004)

Ebbene sì, lo confesso sono un’accanita lettrice di fantascienza.

È rasserenante, la sera, prima di addormentarsi, potersi far cullare da immagini che riescono a staccarti dalla pesantezza dei consueti tormenti quotidiani; è corroborante poter dirigere la propria mente verso scenari immaginari, così tanto distanti dalla realtà in cui viviamo…

Come nelle seguenti righe, estratte da “La rifondazione di Dune”, ultimo capitolo della storica saga di Herbert Frank e che si riferiscono ad un dialogo tra una Reverenda Madre dell’ordine delle Bene Gesserit (una “strega”, come spesso venivano chiamate) e la tremenda “Regina Ragno” delle Matres Onorate, terribili figure che giravano per la Galassia distruggendo e trucidando tutto ciò che trovavano sulla loro strada.

Parole che voglio proporvi senza commenti…proprio per la loro natura di pensieri provenienti da un lontano scenario fantascientifico:

BG: «La politica. L'arte di apparire sinceri e completamente esperti, nascondendo nello stesso tempo quanto è più possibile. E la tua società è amministrata da burocrati che sanno di non poter applicare la minima immaginazione a ciò che fanno. Non hanno spazio di manovra perché é cosi che i loro superiori ingrassano.»

MO: «Ma le leggi sono necessarie!»

BG: «Necessarie? Questo è pericoloso. Le leggi e le norme necessarie t'impediscono di adattarti. Inevitabilmente tutto finisce per crollare. Non è forse strano, Dama, come i ribelli cadano anche troppo presto nei vecchi modelli, se sono vittoriosi? Non è tanto un trabocchetto lungo la strada di tutti i governi, quanto un'illusione che aspetta tutti coloro che conquistano il potere»

MO: «Ah! E io pensavo che tu mi avresti detto qualcosa di nuovo. Questa la conosciamo. Il potere corrompe. Il potere assoluto corrompe in modo assoluto.»

BG: «Sbagliato, Dama. È qualcosa di molto più sottile e assai più diffuso: il potere attrae i corruttibili.»

MO: «Osi accusarmi di essere corrotta?»

BG: «Io? Accusare te? La sola persona che può farlo sei tu stessa. Mi limito a darti l'opinione del Bene Gesserit.»

MO: «Senza dirmi niente!»

BG: «Eppure noi crediamo che esista una moralità al di sopra di ogni legge, la quale deve fare da cane da guardia»

MO: «Il potere funziona sempre, strega. È questa la legge.»

BG: «E i governi che perpetuano abbastanza a lungo se stessi con questa convinzione, finiscono sempre per trovarsi affollati di corruzione.»

MO: «Moralità!»

BG: «Eravate burocrati che si sono ribellati. Conosci il difetto. Una burocrazia greve, che l'elettorato non può toccare, si espande sempre fino ai limiti energetici del sistema. Deruba l'anziano, il pensionato, chiunque altro. Specialmente gli appartenenti a quelle che un tempo venivano definite le classi medie, poiché era là che la maggior parte dell'energia veniva prodotta»

 

Solo fantascienza…!!! La nostra, per fortuna, è una società reale!

 

W La Scuola

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 D’Altro Canto…   (Rubrica pubblicata sul settimanale valdostano "La Gazzetta Matin")     ELENCO ARTICOLI 

 

 

W La Scuola

Luisa Aureli Bergomi  

 (prima pubblicazione su "La Gazzetta Matin" del 15/03/2004)

Immaginate di avere tre-quattro mesi di tempo davanti a voi, per prepararvi fisicamente ad un esame clinico essenziale per il controllo e la certificazione del vostro stato di salute.

Immaginate di andare dal medico con regolarità (due, quattro o anche sei volte a settimana) per avere sostegno per la preparazione, e che questi si limiti a fornirvi una serie di cose da “fare”, aggiungendo semplicemente (senza sostanzialmente visitarvi mai) <Se ritiene che qualcosa non funzioni me lo dica>.

Immaginate di seguire con sufficiente precisione le prescrizioni del dottore (che, per altro, si rinnovano, si evolvono e aumentano nel corso di ogni incontro) senza notare mai qualcosa “che non funziona”; voi, dunque, non segnalate nulla, mentre il dottore continua a non visitarvi.

Immaginate che l’esame per cui vi state preparando si articoli in una o più prove da superare tutte, e che il suddetto dottore decida di farvi la prima visita seria a circa quindici giorni dalla scadenza a voi concessa.

Immaginate ancora che i risultati di questa visita vi siano comunicati circa cinque giorni dopo (cioè, solo dieci giorni prima del termine fissato), e che fortunatamente risultino positivi, ma che il dottore decida di procedere con un secondo esame degli stessi parametri condotto però con metodologia diversa.

Immaginate che ci vogliano altri cinque giorni per avere i risultati della seconda prova (arrivando così a cinque giorni dalla scadenza), e che questi non siano positivi.

<Mi dispiace signore – dice il medico - ma lei è malato>.

<Qual’è il problema? – chiedete – Cosa devo fare?>

Risposta: <Io ho fatto i miei esami e la mia diagnosi. Adesso tutto quello che ho da dire è di tornare dopodomani a rifare l’esame. Vedremo se è guarito.>

Ma come? Come si fa a guarire così? La diagnosi? E la terapia?

E perché lo dice solo adesso? Perché non vi ha visitato prima, quando, magari era possibile fare qualcosa, prima di arrivare a ridosso della scadenza?

Cosa ne pensate di un dottore così? Pensate che sia degno di fare il dottore? Continuereste ad avere stima e fiducia in lui? Lo consigliereste ad un vostro amico? Paghereste volentieri la sua parcella?

Bene; adesso sostituite le parole “scadenza, dottore, prescrizione, visita, parametri, risultato, esito positivo/non-positivo, diagnosi, terapia, guarito, malato” con, rispettivamente, “ quadrimestre (o trimestre), professore, argomenti da studiare, verifica, contenuti, voto, sufficienza/insufficienza, giudizio, recupero, promosso, bocciato”.

Poi riscrivete questa storiella con i nuovi termini…e alla fine fatevi le stesse domande…anzi no, fatele ai ragazzi che vanno a scuola, soprattutto alle superiori.

Vi guarderanno con occhi stupiti e vi chiederanno: <Ma perché non lo sapevi che in un sacco di casi, per noi, le cose funzionano cosi?>

 

Traforo e Memoria

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 D’Altro Canto…   (Rubrica pubblicata sul settimanale valdostano "La Gazzetta Matin")     ELENCO ARTICOLI 

 

 

Traforo e Memoria

Luisa Aureli Bergomi  

 (prima pubblicazione su "La Gazzetta Matin" del 22/03/2004)

Sono morte 39 persone il 24 marzo 1999. Lo sappiamo tutti; il dato viene ripetuto quasi ogni volta che si parla di Tunnel del Bianco, di circolazione dei mezzi pesanti, di sicurezza stradale.

Erano circa le 11.30 del mattino e, nel giro di pochi minuti, sono morte 39 persone.

Chi erano? Chi si ricorda più i loro nomi? Di che nazionalità erano? Uomini? Donne?

Qualcuno ricorda ancora questi particolari?

Ogni anno, da quel 24 marzo 1999, alla ricorrenza del “tragico anniversario”, vengono organizzate iniziative, azioni, celebrazioni, ma l’attenzione generale si concentra sui risvolti politici, economici, giudiziari della vicenda. E quelle 39 persone muoiono di nuovo.

Un “nome”, forse, lo ricordiamo tutti: “Spadino”.

Non solo perché, nell’immaginario collettivo, è l’eroe che salvò tre vite prima di rimanere imprigionato dal rogo. Ma anche perché, da cinque anni, il 24 marzo, a metà mattina i suoi colleghi, dipendenti della società di gestione del Traforo, si fermano dal lavoro per una piccola cerimonia “privata” di memoria; e ancora perché, ogni anno gli amici, i “motards”, ritornano sul piazzale del tunnel a ricordare lui, Pier Lucio Tinazzi, e Stefano Manno.

La memoria: la tragedia del Bianco, in questi cinque anni è diventata di tutto: battaglia politica, vicenda giudiziaria, questione economica, sperimentazione tecnica.

Ma non momento di memoria; umana innanzitutto.

A meno di non esser lì, sul piazzale del Traforo, quando da una qualsiasi di quelle quasi mille “Harley”, scende un omone che sembra uscito direttamente dai fotogrammi di Easy Rider, uno di quei “tipi inquietanti” che paiono essere l’icona stessa del motociclista “maledetto”; apre con discrezione la lampo del suo giubbotto, rigorosamente di pelle nera, e ne tira fuori una piccolissima margherita che depone con impensabile delicatezza sull’aiuola, dove sono raccolte le targhe che ricordano la tragedia, asciugandosi gli occhi pieni di lacrime.

Bisognerebbe esserci. Io ci sono stata. Con discrezione ma sempre, da cinque anni.

Allora diventerebbe più possibile capire perché, quando il movente umano e popolare, il bisogno di giustizia e di rispetto, l’urgenza di una coscienza diffusa delle dinamiche di cui rischiamo ogni giorno di rimanere vittime vengono travolti da visioni meramente politiche, di potere o ideologiche, uno sceglie di farsi da parte, rifiutando la logica del duello di palazzo.

A volte le parole si somigliano, o forse sono addirittura le stesse, ma le finalità, i moventi, appunto, no. La lingua, in questo, non aiuta a cogliere le differenze.

Se l’Uomo, nel suo valore di “unicità” di ogni uomo, di ogni “persona”, fosse veramente al centro delle scelte di ciascuno, allora sarebbe impossibile non sentire la violenza dell’unica verità certa (e forse l’unica veramente importante) che si lega alla tragedia del Tunnel;

erano circa le 11.30 del 24 marzo 1999, e sono morte 39 persone.

 

Epica senza radici

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Epica senza radici

Luisa Aureli Bergomi  

 (prima pubblicazione su "La Gazzetta Matin" del 29/03/2004)

<Cantami, o Diva, del Pelìde Achille / l'ira funesta che infiniti addusse / lutti agli Achei, molte anzi tempo…>; oppure <Musa, quell'uom di multiforme ingegno / dimmi, che molto errò, poich'ebbe a terra / gittate d'Ilïòn le sacre torri…>.

Beh, qualcuno avrà senz’altro riconosciuto questi versi; sono, rispettivamente, gli incipit dell’Iliade e dell’Odissea.

Per chi, tra noi ha circa 40 anni, è facile che la memoria sia corsa ad un libro dell’era delle nostre scuole medie, il “mitico” Risveglio epico.

Ettore, Achille, Elena, Penelope,  e poi Venere, Paride, le Sirene, Calipso, il cane Argo, ma anche Gilgamesh, e gli Indiani d’America.

Venti, trent’anni fa l’Epica si conosceva a scuola: era tra i banchi delle medie che si incontravano gli “eroi”, ma soprattutto che tramite loro si cominciava a “pensare” a valori quali onore, lealtà, coraggio, fedeltà, amicizia, amore, ma anche giustizia, libertà, solidarietà.

In versi o in prosa, quei testi diventavano la porta attraverso la quale acquisivamo importanti strumenti per costruire il nostro percorso verso l’identità di cittadini adulti; ma erano anche un fertile terreno di coltivazione per la capacità di “sognare” in grande, di pensarsi in grande nel futuro.

Oggi, da tempo, a scuola non si fa più Epica: qualche docente propone ancora talvolta brani di quelle opere, ma sempre più spesso il lavoro si concentra sull’analisi testuale, quando non su rigidi esercizi di grammatica, analisi logica o cose del genere.

Niente più dimensione poetica, proiezione creativa, tensione etica; chissà, forse si teme di scivolare su crinali ideologici.

Eppure il fascino dell’Epica sembra essere tutt’altro che sparito, visto che nelle sale cinematografiche, da tempo, i campioni d’incassi sono pellicole quali “Il Gladiatore”, “Guerre Stellari” e “Il signore degli anelli”, e che le case di produzione puntano molto sul genere, investendo su titoli come “L’Ultimo Samurai” o l’atteso “Troy”.

Oggi l’Epica si incontra sullo schermo e non si chiama più Epica, ma “avventura” o “fantasy”, e in questa chiave acquista una nuova “universalità” che, sfumando le motivazioni di fondo, le ambientazioni culturali di base della vicenda narrata, rende Frodo simile ad Ulisse e a Luke Sky Walker,  lasciandoci inoltre molto più liberi di non farci coinvolgere più di tanto dai significati di cui i protagonisti sono portatori.

È per questo che forse in realtà non è più Epica; quella era nata “per durare”, così l’avevano “creata” Virgilio, Omero, Lucrezio; adesso ciò che abbiamo sono dei prodotti eccezionali dal punto di vista della qualità, ma pensati per reggere al massimo qualche stagione, calcolato anche il mercato dell’home video.

Oggi l’Epica, come tutto del resto, può essere semplicemente “consumata”, come un ghiacciolo che spesso si scioglie prima di aver dato l’ultimo boccone.

 

 

 

 

Piccolo è cultura?

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 D’Altro Canto…   (Rubrica pubblicata sul settimanale valdostano "La Gazzetta Matin")     ELENCO ARTICOLI 

 

 

Piccolo è cultura?

Luisa Aureli Bergomi  

 (prima pubblicazione su "La Gazzetta Matin" del 5/04/2004)

Abbiamo seguito tutti, più o meno attentamente, nelle scorse settimane, la vicenda della famiglia di

Donnas;

 in tanti, credo, abbiamo appreso con sollievo la notizia che, molto probabilmente, un progetto

di “rete  sociale” promosso dal sindaco e dal parroco consentirà di dare alla storia una soluzione positiva; per dirla in termini romantici, un “lieto fine” o meglio una possibilità di “lieto re-inizio”.

È rassicurante e rasserenante che questo accada, soprattutto in un mondo in cui sempre più spesso capita che la cronaca ci metta di fronte a realtà quali quelle di anziani che muoiono soli nei loro appartamenti senza che nessuno, per settimane, si accorga dei drammi consumati a pochi metri dalla nostre “tiepide case”.

C’è una disattenzione diffusa di cui tante volte abbiamo sentito parlare nei salotti televisivi, e che lo stesso sindaco di Donnas ha richiamato, come responsabilità collettiva di cui prendere coscienza.

Ma, al di là dei dettagli cronistici e burocratici specifici della vicenda, questa storia mi ha portato a riflettere sul fatto che probabilmente non è un caso che una tale soluzione sia risultata possibile proprio in una piccola realtà.

La storia popolare della cultura rurale e contadina è infatti piena di vicende di questo tipo; nei nostri paesi, la memoria individuale e collettiva è in grado di raccontare tante storie di “adozioni sociali” che hanno consentito a famiglie, bambini e in generale soggetti “deboli” di affrontare stati di “disagio” di diversa natura; magari non hanno una forma istituzionale ma ci sono e sono molto diffuse.

È uno dei risvolti della medaglia delle relazioni umane delle piccole comunità; quel “controllo sociale” che per molti versi rende impossibile e asfissiante la vita di paese;  quelle dimensioni da miniatura che talvolta rendono contorto e complesso addirittura l’esercizio della democrazia sostanziale (pensiamo al tema del “conflitto di interessi” rapportato a realtà di poche migliaia o addirittura centinaia di abitanti); queste stesse cose, riescono, talvolta, di fronte a certe “emergenze”, a porsi come “risorsa umana”, oserei dire fondamentale ed insostituibile, per “inventare” soluzioni altrove o altrimenti impossibili.

È non è, credo, “semplice” solitarietà o “buonismo”; dal mio punto di vista, dal mio canto, a partire dalle esperienze che ho fatto come membro e contemporaneamente osservatore di queste dinamiche sociali, questa è “cultura”.

E quella stessa matrice culturale che fa registrare, per esempio, nella nostra regione, un tasso di volontariato altissimo in rapporto ai numeri della popolazione; o che ha permesso alla comunità valdostana di reagire come ha reagito all’emergenza alluvione nel 2000; è quella stessa cultura che è contemporaneamente “figlia” e “madre” della storia delle consorterie che sono state (e a volte continuano ad essere, in Valle d’Aosta) protagoniste di molte delle dinamiche sociali delle piccole comunità.

Sì, mi ha spinto a pensare la vicenda di Donnas.

 

 

Fonte "La Stampa" pag. Aosta)                                                                                                                               BACK

A UNA SVOLTA IL CASO DEI TRE PICCOLI ALLONTANATI DALLA FAMIGLIA
I bimbi di Donnas affidati al paese

DONNAS - Dopo le parole e le dichiarazioni d'intenti, giungono i fatti concreti. La popolazione di Donnas non si è limitata a porre firme di solidarietà e a elargire parole di conforto alla famiglia che ha subito l'allontanamento temporaneo dei tre figli, ma si è unita intorno a un progetto di rete. Referenti dell'iniziativa il sindaco Mauro Arvat, il parroco don Riccardo Quey e il responsabile dell'Oratorio interparrocchiale Massimo Ratto: conoscono bene la famiglia e si sono da subito attivati per arginare la situazione. Dotare la comunità di strumenti adatti a prevenire episodi analoghi, istituendo dei «gruppi di rete», è l'obiettivo che si prefiggono. «Occorre che, al più presto, - spiega il sindaco - le persone ci comunichino la loro disponibilità a supportare la famiglia. Quello che si richiede è tempo: per i piccoli e per gli adulti. Tutte le adesioni saranno vagliate e ci consentiranno di dotare il progetto di un supporto concreto che, qualora i bambini tornassero in paese, non ci colga impreparati». L'iniziativa, a carattere sociale, prevede il coinvolgimento di singoli, gruppi di persone, associazioni e enti. «Insieme Comune, parrocchia e oratorio, in collaborazione con le assistenti sociali - spiega Ratto - abbiamo intenzione di creare una rete di volontariato per aiuti familiari e educativi da mettere a disposizione dell'équipe socio-sanitaria. Per ora chiediamo disponibilità temporali per la famiglia in questione, tramite la compilazione di un modulo, disponibile nelle tre sedi organizzative. Se il meccanismo di rete funzionerà si potrà pensare a renderlo una risorsa sempre disponibile per la nostra comunità». La decisione, presa in sinergia, da tutte le componenti sociali del territorio, lascia stupita e quasi intimidita la mamma Sabrina Bosonin. «Non ho parole per esternare la gratitudine verso tutti coloro che si alternano al nostro fianco. Mio marito ed io non ci sentiamo più soli. Sapere che il sindaco, il parroco e il responsabile dell'oratorio si sono attivati per aiutarci, sollecitati dalla gente che chiedeva che cosa poter fare per diventare parte attiva di questo paese, che già prima era presente, ma meno visibile, ci riempie di gioia». Anche il marito Giancarlo, pacato, racconta la sua versione dei fatti: «Avevo bisogno di aiuto e forse l'ho chiesto in modo sbagliato perché ero disorientato. Ora sento intorno a me una rete di solidarietà che mi fa guardare al futuro con più serenità». «Mi rallegra essere testimone del fatto che, dinanzi a un episodio che avrebbe potuto coinvolgere solo con l'occhio corto dello sdegno e dell'emozione, lasciando poi tutto come prima, la popolazione abbia reagito con determinazione e positività, chiedendo come agire per aiutare» dice ancora il primo cittadino. In previsione che il sindaco si rechi con la mamma al Tribunale per minori di Torino, il progetto cercherà di far fronte ai bisogni dei genitori, per evitare che si ritrovino a dover risolvere problemi quotidiane soltanto nella stretta cerchia di relazioni familiari. «L'intero paese allargato attende, pronto a mettersi in gioco, per dimostrare che, essere uniti, in un progetto comune, è un valore aggiunto alla quotidianità di tutti» conclude una mamma.                                                                             (d. g.)

La Fallaci non ha Ragione

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 D’Altro Canto…   (Rubrica pubblicata sul settimanale valdostano "La Gazzetta Matin")     ELENCO ARTICOLI 

 

 

 La Fallaci non ha Ragione

Luisa Aureli Bergomi  

 (prima pubblicazione su "La Gazzetta Matin" del 26/04/2004)

C’è un aggettivo che, a mio avviso, descrive efficacemente (seppur in modo sintetico e quindi inevitabilmente impreciso) il libro della Fallaci: è “inquietante”.

È un’opera inquietante perché attraversa senza alcuna remora, l’anima e la radice stessa della nostra civiltà; la “celebra” e la “distrugge”; la evoca e la rifiuta; la usa e, nell’usarla, la nega. Il suo percorso, lo racconta lei stessa, è estremamente semplice, oserei dire “spontaneo”; prima “La Rabbia e l’Orgoglio” e poi la ragione, anzi “La Forza della Ragione”.

Ma che Ragione è quella della Fallaci?

Chiunque abbia un minimo di memoria degli studi liceali, a sentir parlare di Ragione, torna a Cartesio, definibile, anzi definito, “il punto di partenza” del pensiero e (assieme a Galileo) della scienza moderni. Ed in particolare al suo “metodo”, che applicato correttamente, consente all’uomo, mediante l’uso della Ragione, una conoscenza scientifica, e per questo vera. In sintesi il “metodo cartesiano” definisce alcuni passaggi ordinati e indispensabili; data un’intuizione, per deduzione è possibile arrivare a delle verità che conseguono necessariamente l’una dall’altra. Un processo che, però, deve seguire regole precise quali quelle dell’evidenza, dell’analisi, della sintesi e dell’enumerazione.

E fin qui l’opera della Fallaci è ancora formalmente dentro il metodo cartesiano razionale.

Ma, dice Cartesio, tutto ciò (ed in particolare il principio di evidenza) deve essere verificato attraverso l’esercizio del dubbio metodico. Si può, e quindi si deve dubitare delle conoscenze sensibili, anche perché, solo dubitando di tutto, ivi compreso dell’esistenza di se stessi, si arriva alla prima certezza possibile: se dubito vuol dire che penso, e se penso allora sono: <cogito ergo sum>: ovvero l’“io sono”, cioè la possibilità di parlare con certezza dell’identità.

Ed è qui che l’opera della Fallaci si allontana dal metodo della Ragione. Fa a meno del dubbio.

“La Forza della Ragione” ci propone 280 pagine di “verità”, di certezze, presentate secondo una consecutio logica strettissima e incalzante, che, proprio nella velocità con cui conduce i suoi ragionamenti, trova la “forza” che finisce per intrappolare chiunque cerchi di confutare le sue affermazioni. Perché questa velocità è strettamente funzionale alla necessità di mascherare l’assenza del dubbio, che a sua volta è funzionale a porre l’indiscutibilità dell’intuizione di partenza.

Come si fa a dire <Non sono d’accordo con te, col tuo ragionamento e quindi con le tue conclusioni>, se per fare questo, in modo razionale, devo poter mettere in discussione ciò che tu consideri talmente evidente da non poter essere messo in dubbio?

E come posso confrontarmi con te se, per il solo fatto che io provi ad argomentare il mio discorso, ad articolare un dialogo, vengo arruolata d’ufficio nelle file dei membri o dei fiancheggiatori della Moderna Santa Inquisizione?

La Fallaci non lascia spazio a critiche, e lo fa grazie anche alla “irrazionalità” di tante reazioni d’opposizione al suo primo libro, “La Rabbia e l’Orgoglio”; si racconta come una vittima, come un <Mastro Cecco> (autore medievale messo al rogo dai tribunali ecclesiastici) del III millennio, come una <Cassandra> perseguitata <che parla al vento>, e, partendo da qui, pone il suo “dovere” di scrivere questo secondo libro.

Dice la Fallaci: <…la paura. È una malattia mortale, la paura. Una malattia che nutrita di opportunismo, conformismo, voltagabbanismo, carrierismo e naturalmente vigliaccheria, miete più vittime del cancro. Una malattia che al contrario del cancro è contagiosa e colpisce chiunque si trovi sulla sua strada…>; lo dice per dimostrare che le sue analisi, le sue tesi, sono respinte soprattutto per “paura”, come fu per i primi isolati intellettuali antifascisti, antinazisti, antibolscevichi. Ma poche pagine prima scrive anche, parlando delle testimonianze di approvazione ricevute: <Una, non lo dimenticherò mai, dice: “Grazie d’avermi aiutato a capire le cose che pensavo senza rendermi conto che le pensavo”>.

L’ho detto all’inizio: “La forza della Ragione” è un libro “inquietante”, cioè pone “paura”, dà corpo e voce a disagi e paure diffuse ed inespresse, in cui si corre continuamente il rischio di rimanere intrappolati: in altri termini, la Fallaci usa la paura che c’è (e quella che “fa”) per fondare le sue intuizioni e le sue evidenze, e rifiutando ogni critica o anche solo analisi su ciò, pone le sue sintesi e le sue enumerazioni, enunciando delle verità… che come tali, però, non possono essere accettate. Perché sono solo le sue verità; non c’è, non ci può essere universalità nelle sue risposte, perché manca l’esercizio e la possibilità d’esercizio del dubbio. Le sue domande, le problematiche che pone, possono essere accolte come “vere”; ma non le sue risposte, perché non c’è, metodologicamente, Ragione nel pensiero della Fallaci.

E per questo non ha Ragione.

Al terrifico e pericoloso integralismo universale di cui accusa l’Islam (<…esiste un Islam e basta…>), contrappone un’identità dell’Occidente altrettanto integralista e “inquietante”: il “suo” Occidente, quello delle classi dirigenti della nostra società, che non tengono conto nemmeno delle contraddizioni e delle iniquità del nostro mondo (o le considerano delle ineluttabili necessità del progresso): la Fallaci é un “modo” molto preciso del nostro mondo, che guarda con paura e allarme all’Islam, riconoscendo un solo Islam: quello delle classi dirigenti dell’Islam. Per questo sembra riuscire a dimostrare (usando a questo scopo la Storia, la Filosofia ed ogni scienza della nostra cultura) che, dietro tutto ciò che sta accadendo, c’è solo una strategia ed una volontà di “islamizzazione” dell’Occidente. Lei, come “modo” delle classi dirigenti del nostro mondo, non vede la fame, la miseria, l’ingiustizia come moventi; non le vede tra noi e non le vede altrove; non ci sono queste cose nelle sue evidenze, non sono delle evidenze.

No, la Fallaci non ha Ragione, ma dal momento che lo spazio è terminato e che personalmente mi sento pienamente figlia e testimone del meglio della cultura occidentale (che attraverso l’Illuminismo e Kant ha scoperto la critica proprio come uno degli irrinunciabili strumenti del progresso della coscienza, della conoscenza e della scienza), ho solo una cosa da dire, citando Voltaire: <Non condivido nemmeno una parola di ciò che tu dici, ma sono pronta a dare la vita perché tu possa dirlo>.

La "dolce" Euorpa

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La "dolce" Euorpa

Luisa Aureli Bergomi  

 (prima pubblicazione su "La Gazzetta Matin" del 3/05/2004)

Ebbene sì, signore e signori, finalmente possiamo dormire sonni tranquilli.

Anche in Italia è stata ufficialmente recepita la fondamentale direttiva europea che disciplina (e perciò garantisce) l’igene in materia di somministrazione, nei pubblici esercizi, dello zucchero.

Addio alle vecchie zuccheriere, alle ciotoline.

Nei nostri bar valdostani addio alle “grolle” che facevano tanto locale tipico; da ora in poi solo bustine, visto che la direttiva parla esplicitamente di “confezionamento”.

È una filosofia precisa che si fa strada, e che dobbiamo imparare ad accogliere con gratitudine e rispetto.

Si era partiti con l’acqua minerale, qualche tempo, quando era stato messo al bando il “bicchiere”, sostituito dalla più sicura “bottiglietta monodose”; è questa nostra grande Europa che, passo dopo passo, giorno dopo giorno, mostra la volontà e la capacità di saper prendere decisioni fondamentali per garantire la salute ed il benessere dei suoi milioni di cittadini. Che sono tanti, sempre di più, visto che dall’altro ieri (1° maggio 2004) la gloriosa bandiera azzurra vanta diverse nuove stelle in più; siamo arrivati a 25!!!

Verrebbe voglia di gridare ad alta voce <Grazie, se non ci fossi tu….!!!>

Se non fosse che una mente perversa come la mia si è ritrovata con alcune domande pericolose e maliziose, a cui non sono riuscita a dare risposta.

Per ogni porzione d’acqua “monodose”, per ogni porzione di zucchero “confezionato” che vengono serviti, si finisce per produrre un rifiuto in più; plastica o carta, o carta-plastificata, a seconda dei casi.

Non sono in grado di quantificare cosa questo significhi in termini di tonnellate-annue, ma sicuramente consumi semplici e quotidiani che prima implicavano rifiuti pari a 1, adesso significano spazzatura pari a 1+qualcosa; un aumento ci sarà senz’altro.

Come verrà gestito tutto ciò? I costi sociali, economici, ambientali, in termini di smaltimento rifiuti, legati a questo incremento, sono stati valutati? Se no, perché? Se sì, quali sono, come verranno affrontati, come verranno sostenuti?

Lo so, una bustina di zucchero vuota “pesa” poco, ma quante bustine vuote al giorno in più saranno prodotte con l’applicazione delle nuove norme, visto che ora siamo ben 450 milioni di europei?

Lo zucchero confezionato costerà di più al commerciante, che pagherà l’acquisto della bustina, ma anche il suo smaltimento; su chi finiranno per ricadere questi aumenti dei costi? E se pensiamo (lo ripeto) che si tratta di una precisa filosofia in espansione … prima l’acqua, poi lo zucchero, poi…???

E infine un ultimo pensieraccio: come mai su tutti questi dubbi non mi è capitato di sentire nemmeno una voce di quel sempre attento mondo ambientalista … forse perché, per tante sue parti, coincide con lo stesso mondo salutista che tende a plaudire a queste direttive?

Consiglio di rivedere “Mon Oncle” di Jacques Tati.

Non c'è libertà 

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Non c'è libertà 
senza rispetto della dignità

Luisa Aureli Bergomi  

 (prima pubblicazione su "La Gazzetta Matin" del 10/05/2004)

Ho visto, come tutti, le foto delle prigioni irachene, e mi sono ritrovata a pensare.

Mi sono tornate in mente immagini che arrivano dal passato; dai lager nazisti, dai gulag staliniani, dal Cile e dall’Argentina, dai campi bosniaci o dalla Somalia. 

Mi era già successo di fronte alle immagini dei prigionieri di Guantanamo, ma erano distanti e sfocate e il mio pensiero non era andato fino in fondo.

Adesso però mi sono tornate in mente anche le parole; quelle di Primo Levi o di Nirenstajn, quando scrive: <Noi ebrei siamo stati portati da Hitler ad uno stato di abbrutimento tale, che di fronte alla morte non gridavamo neppure, non ci difendevamo>.

E anche le parole di Vittorini, che raccontano come un ufficiale delle SS “giustizi” un venditore ambulante prigioniero, facendolo sbranare da due doberman: <[...] Il capitano diede ai cani la giacca di Giulaj. “ Spogliati” poi gli disse. “Come capitano? Devo spogliarmi?”... Quando l’uomo fu nudo del tutto il capitano gli chiese: “Quanti anni hai?” “Ventisette” “Ventisette? E abiti a Milano?” “Abito a Milano” “Ma sei di Milano?” “Sono di Monza” “Ah ! Di Monza! Sei nato a Monza?” “Sono nato a Monza” “Dove abiti qui a Milano?” “Fuori Porta Garibaldi” “Capisco” il capitano disse. “In una vecchia casa?” “In una vecchia casa” “Sei sposato?”... Egli voleva conoscere che cos’era quello che stava distruggendo; il vecchio e il vivo ... Sembrava che volesse tutto di quell’uomo ...Voleva che fosse davvero una vita …“Fange ihn! Beisse ihn!” disse il capitano. La cagna Gudrun addentò l’uomo, strappando dalla spalla…>

E ancora le parole di Curzio Malaparte, quando parla della liberazione di Napoli: <... Preferivo la guerra, alla “peste” che, dopo la liberazione, ci aveva tutti sporcati, corrotti, umiliati ... Prima della liberazione, avevamo lottato e sofferto per non morire. Ora lottavamo e soffrivamo per vivere. C’è una profonda differenza tra la lotta per non morire, e la lotta per vivere. Gli uomini che lottano per non morire serbano la loro dignità, la difendono gelosamente … si aggrappano con la forza della disperazione a tutto ciò che costituisce la parte viva, eterna, della vita umana, l’essenza, l’elemento più nobile e più puro della vita: la dignità, la fierezza … Lottano per salvare la propria anima. Preferivo la guerra alla “peste”... In pochi giorni, Napoli era diventata un abisso di vergogna e di dolore, un inferno di abiezione. “Dimmi la verità, Jimmy: non vi sentireste vincitori, senza questi spettacoli!”>

Ho pensato che si scrive “libertà”, “democrazia”, e sono parole che si possono declinare in modi diversi, senza che perdano la loro sostanza; ma se non si serbano intatte la radice “umanità” e la desinenza “dignità”, allora, in qualunque lingua, sono parole che non si possono più pronunciare, perché somigliano al loro opposto. Resta un solo suono: “Barbarie”.

W la Scuola 2

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W la Scuola 2

Luisa Aureli Bergomi  

 (prima pubblicazione su "La Gazzetta Matin" del 17/05/2004)

È il 17 maggio, e questa non è una notizia. Mancano poco più di 20 giorni alla fine della scuola e anche questa non è una notizia. Per chi ha percorso con regolarità l’anno scolastico, in teoria, il grosso del lavoro dovrebbe essere fatto; sufficienze ed insufficienze, eccellenze o inevitabili debiti dovrebbero già essere definiti. Il famoso “rush finale” dovrebbe riguardare al massimo una limitata percentuale di studenti, che si ritrovano qualche materia in bilico e ai quali, in occasione dell’ultimo “colloquio parenti”, è stato detto il classico: <Se si impegna può farcela>.

A fare che? A salvarsi da una bocciatura? A tirare su una materia in pericolo?

Questo sarebbe logico, ci siamo passati tutti almeno una volta; ma quel <può farcela>, oggi come oggi, in realtà, riguarda praticamente la totalità degli studenti.

Eh sì, perché, a poco più di 20 giorni dalla fine della scuola, nessuno può dirsi praticamente certo di come andrà a finire; il fatto è che, se per caso tra compiti, interrogazioni, test a risposta multipla validi per l’orale, la tua media si aggira intorno al “x,72”, il professore non può fare a meno di richiederti un’ulteriore prova prima di decidere se darti “x” o “x+1”.

A poco serve che tu sia stato per tutto l’anno regolare nel tuo percorso (positivo o negativo); se l’ultimo test va bene, in pagella arriva “x+1”; se va male “x” o meno.

E questo, sia che si tratti di scegliere fra un 5 ed un 6, che tra un 7 o un 8, o peggio ancora, fra un 8 e un 9… perché <un 9 in pagella è impegnativo, e non si può dare con leggerezza. Se non è più che pieno…>!

Peccato che un 8 o un 9 in pagella possano alzare una media, compensare situazioni meno brillanti, e consentire ad un ragazzo - che, se è arrivato a questi risultati, qualche merito in termini di regolarità, responsabilità e impegno lo deve avere – di garantirsi dei punti preziosi per l’esame di stato o per concorrere a borse di studio …senza tener conto della gratificazione personale!

Macché! La “sacra” media è quella che conta, e al contrario di come avviene nella matematica tradizionale (dove gli arrotondamenti si fanno per difetto se i decimali sono inferiori a 0,5 e per eccesso se superiori), la “matematica del voto” tende a certificare ciò che manca per un giudizio positivo, piuttosto che ciò che si è stati capaci di dimostrare nel percorso annuale.

E così “rush finale” per tutti, con un maggio fatto di 2/3 verifiche al giorno, più, magari, qualche compito di recupero al pomeriggio, <perché non hai il voto sull’unità 7>.

No ragazzi, non vi invidio; “questa” scuola non mi piace proprio per niente, si tratta il sapere come fosse un conto corrente bancario, fatto solo di crediti e debiti, prestiti ed interessi…e come con le banche, il piccolo risparmiatore individuale difficilmente riesce ad avere la meglio…furbi a parte chiaramente.

"Diritto al Territorio"

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 D’Altro Canto…   (Rubrica pubblicata sul settimanale valdostano "La Gazzetta Matin")     ELENCO ARTICOLI 

 

 

"Diritto al Territorio"

"Diritto alla Memoria"

Luisa Aureli Bergomi  

(prima pubblicazione su "La Gazzetta Matin" del 24/05/2004)

“Diritto al Territorio” e “Diritto alla Memoria”: ne ha parlato Giovanni Maria Flick in occasione del suo intervento alle celebrazioni per il 60° della morte di Chanoux, individuando nei due concetti una via da percorrere, per contrastare <uno degli effetti più tipici della globalizzazione; quello di aver provocato, attraverso il progresso tecnologico e le conquiste dell'economia e dell'informazione, la concentrazione dello spazio e del tempo>; cosa che porta con sé <uno degli interrogativi più ricorrenti e drammatici della globalizzazione: il timore di perdere l’identità. Ma - ha affermato - lo spazio e il tempo sono le coordinate essenziali in cui s’iscrive la nostra identità, e la scomparsa o la riduzione di tali coordinate non possono che tradursi in una crisi, esasperata ancor di più dall'altro effetto tipico della globalizzazione; la tendenza all’uniformità culturale di valori, gusti e modi di vivere, imposta dalle leggi del mercato e della comunicazione>.

Una crisi da superare, accettando acriticamente la “nuova” condizione? No, secondo Flick.

Una crisi da affrontare, contrapponendo <alla svalutazione della dimensione spaziale il “diritto al territorio”, ed a quella della dimensione temporale il “diritto alla memoria”>.

E se i due concetti possono apparire solo “principi teorici”, simili a tante altre “buone intenzioni”, di cui sono piene le pagine dei documenti, Flick ha sottolineato come <il “diritto al territorio” cominci a farsi strada, nell'ambito delle riflessioni sui diritti fondamentali, sotto molteplici aspetti; ad esempio, il riconoscimento, da parte di diverse sentenze delle Corti supreme di USA, Canada, Australia, e della Corte interamericana dei diritti umani, di un “diritto al territorio”, come legame specifico e concreto fra l'uomo e la sua terra d'origine e di residenza, che impone di garantire, anche attraverso il risarcimento dei danni per lo sfruttamento e la spoliazione del territorio, il rapporto con la terra>. 

Dopodichè il Territorio, <in quanto realtà che esprime la storia di coloro che lo hanno vissuto, lo vivono e lo vivranno, si collega strettamente al “diritto alla memoria”, la quale ci mette in condizione di guardare al futuro attraverso l'esperienza del passato, dando un senso al presente, e consentendo di trasmettere i valori e le esperienze che a nostra volta abbiamo ricevuto. Non semplicemente un diritto al rimpianto e alla nostalgia, ma una componente essenziale della nostra identità>.

L’intervento di Flick (pubblicato il 18/5 anche sulle pagine di un quotidiano nazionale col titolo “E la montagna partorì l’Europa”) è stato, in realtà, molto più articolato e complesso di quanto sia possibile riassumere in 40 righe, ma un’analisi approfondita farebbe correre il rischio, in queste settimane, di “scivolare fuori” dai limiti posti dalla “par condicio”. Vale, però, sicuramente la pena di riprenderlo (e mi riprometto di farlo dopo il 13 giugno). Intanto mi limito ad un invito: pensiamoci.

 

Treno e "traffico pesante"

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Treno e "traffico pesante"

Luisa Aureli Bergomi  

(prima pubblicazione su "La Gazzetta Matin" del 31/05/2004)

Per anni mi sono sentita rispondere che, per risolvere il problema del traffico pesante (non solo in Valle, ma a livello di sistema-mercato) prima bisognava rendere realmente possibile il passaggio al “treno”, mezzo meno inquinante e più “sostenibile”. In questo senso sembrerebbero voler andare anche i tanti documenti (Libri Bianchi ecc.) delle varie commissioni istituzionali, che si occupano del problema. 

E se da un lato “i palazzi” dicono di volere spingere (e di operare realmente) in questa direzione, dall’altra le “opposizioni” obiettano che alle parole non seguono mai fatti concreti, quali, per esempio, stanziamenti reali per le opere. 

Ma di quali “fatti”  e di quali “opere” stiamo parlando? 

Prendiamo ad esempio la rete dell’Alta Velocità (TAV); in questo concetto in realtà si celano infrastrutturazioni che vanno anche sotto il nome di Alta Capacità (TAC). 

Le due cose non necessariamente coincidono, in quanto la TAV è pensata prevalentemente in funzione del “trasporto persone”, mentre la TAC del “trasporto merci”; diversi i mercati, diverse le caratteristiche tecniche richieste alle linee per garantire i servizi. 

Stiamo parlando di cose come i raggi di curvatura dei binari (dipendenti anche dalle velocità massime previste), di quantità e tipologia delle intersezioni con le reti viarie locali esistenti, d’interventi “accessori” per la gestione, per esempio, degli impatti acustici derivanti dalle previste tipologie e frequenze dei convogli TAV e/o TAC. 

Qui in Valle la risposta “treno” da anni significa soprattutto il “progetto” dell’Aosta-Martigny; ma siamo sicuri che questa ipotesi sia veramente ciò che vogliamo per il nostro territorio? 

Forse ci sarebbero meno TIR sulle nostre strade e meno inquinanti nella nostra aria, ma abbiamo valutato gli impatti della massiccia e inevitabile infrastrutturazione legata questo progetto? 

E poi; possiamo veramente considerare saggia e intelligente la risposta “treno”, se questa significa costruire nuove reti “adeguate” a far viaggiare convogli ferroviari carichi di mezzi pesanti, a loro volta carichi di merci? 

In pratica il “ferroutage” (così si chiama il “TIR su treno”) non significa che, dopo aver, per decenni, costruito “strade asfaltate” per i camion, adesso si pensa di risolvere il problema costruendo “strade ferrate” pensate, in primis, sempre per i camion? 

Qualcuno ritiene realmente che, grazie a scelte di questo tipo, possa realmente diminuire il numero di TIR circolanti? 

Forse in alcuni territori, ma a livello di sistema-mercato?

Io credo che, se parliamo di treno, se auspichiamo il treno, se critichiamo o mettiamo in discussione il treno, dovremmo almeno essere certi di aver capito bene di che cosa stiamo parlando, e cosa veramente si stia pensando di realizzare sui nostri territori (e sulle nostre teste) prima di decidere cosa auspicare o promuovere o cosa (e come) criticare o contestare.

 

Il Valore del Voto

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Il Valore del Voto

Luisa Aureli Bergomi  

(prima pubblicazione su "La Gazzetta Matin" del 7/6/2004)

Sabato e domenica prossimi si vota per le Europee e, in diverse realtà, anche per le Amministrative; un anno fa noi abbiamo votato per le Regionali, l’anno prossimo sarà la volta delle Comunali; poi ci saranno le Politiche, e, altrove, le Provinciali; compresi i referendum, in media almeno una volta l’anno, l’elettore italiano è chiamato alle urne per esprimersi su qualcosa; è l’esercizio della democrazia.

Eppure, ad ogni appuntamento, aumenta il numero di astenuti, e sul fenomeno si sprecano analisi ed indagini, allarmi e richiami, che comunque non mancano di ricondurre il tutto ad una dinamica per così dire, in fondo “naturale” all’interno della “evoluzione” delle democrazie moderne. Non so cosa ci sia realmente di “evolutivo” in tutto ciò, e non posso fare a meno di guardare con profonda preoccupazione alla “perdita di significato” che va assumendo il Valore del Voto.

Lo so, secondo gli esperti, esistono dei “perché” ben indentificabili alla radice della crescente “disaffezione per la politica”; ci sono (recuperando a memoria alcune “citazioni” dai tanti dibattiti proposti sul tema) le responsabilità dei partiti, da un lato <incapaci di rappresentare e di interloquire costruttivamente con la società>, e dall’altro <non credibili alla luce degli scandali che coinvolgono vari esponenti della politica>; cose che si legano, <in un rapporto di causa-effetto, ad una sempre maggiore distanza tra le istituzioni e la gente> la quale, per altro, esprime così <un diffuso disagio che, a tratti, sembra diventare vero e proprio malessere, somigliando quasi ad una depressione “di massa”, in cui tutto tende a perdere valore>; si aggiunga a questo la <fine delle ideologie>, la generale <crisi dei valori> e la diagnosi è bella che “definita”. D’accordo. E la terapia?

Vorrei che ciò che sto per dire non passasse per “consueta” e “solita” retorica, ma, pur comprendendo e, per molti aspetti, condividendo diversi elementi di questa “malattia” della democrazia moderna, continuo a non riuscire a dimenticare che tanti uomini, in tutti i tempi, in tutto il pianeta, sono morti per il diritto di Voto. Continuo a ritenere che il non-scegliere sia sicuramente la peggiore scelta che si possa fare.

Se il Voto è un Valore (ed io credo che lo sia), il fatto che sia sempre più difficile e tormentoso capirne il senso, non significa che non ne abbia. Così come, se è sempre più difficile che siano i partiti o i programmi delle liste a dargliene, credo sia importante che ogni cittadino si impegni per trovarne almeno uno che lo porti a non disertare le urne.

Lo ripeto, si chiama “esercizio della democrazia”, un Valore, forse, nella sostanza, tradito e disatteso da tanti…da troppi; ma che è possibile salvare e tenere vivo, forse, solo se rimane tale almeno nella coscienza di ogni singolo elettore.

Per questo credo che sabato e domenica sia importante andare a votare.

 

Paura di non poter "essere"

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Paura di non poter "essere"

Luisa Aureli Bergomi  

(prima pubblicazione su "La Gazzetta Matin" del 14/6/2004)

<Per vivere serenamente i cittadini devono sentirsi sicuri e protetti nelle loro case, strade, città. Per questo, fra i diritti fondamentali di uno Stato moderno ci deve essere anche il diritto di ogni cittadino a “non avere paura”>. 

È un concetto importante, un bel concetto, si potrebbe dire un “sacrosanto principio di civiltà”. 

È terribile “avere paura”, sentirsi minacciati nelle cose più care, avere continuamente l’impressione che quello che c’è oggi, domani potrebbe non esserci più; che potrebbe essere cancellato o distrutto da qualcosa o qualcuno rispetto ai quali siamo deboli, vulnerabili, impotenti; per questo è importante sapere che un Stato moderno è impegnato a garantirci “sicurezza”, cioè il “diritto di non avere paura”. 

Per questo voglio parlare delle mie paure.

Io ho paura di tante cose: ho paura di svegliarmi un giorno e scoprire che non c’è più il panettiere sotto casa, perché il suo “negozietto” non ce l’ha fatta a reggere la concorrenza del nuovo ipermercato, aperto a pochi chilometri di distanza; ho paura che oltre al panettiere, per la stessa ragione, nel giro di poco tempo chiudano anche il macellaio e l’ortofrutta. 

Ho anche paura di non trovare più dei pantaloni a vita medio-alta, che sono gli unici che riesco a portare senza sentirmi a disagio, perché i negozi sono ormai tutti dei frachising, e a Palermo, a Vienna o a Parigi, trovi solo più capi dei cataloghi di pochi marchi, che prevedono rigorosissime vite basse. 

Mi spaventa anche il fatto che dovunque io viaggi, nelle aree di servizio trovo sempre e solo gli stessi panini con strani nomi universali del tipo “mc-snack” o “fast-nic”, nei quali non manca mai una fetta di formaggio, che io non posso mangiare perché sono allergica; e non è previsto che venga tolta, anche perché l’igienico confezionamento nel sacchetto di plastica, fa sì che il formaggio si attacchi al prosciutto in una simbiosi inscindibile.

Ha affermato l’avv. Flick in un intervento da me già citato: <Un effetto tipico della globalizzazione, è la tendenza all’uniformità culturale, dei valori, dei gusti e dei modi di vivere, imposta dalle leggi del mercato e della comunicazione>; questo, <non può che tradursi in una crisi segnata dal timore di perdere identità>; ed ha utilizzato esattamente il concetto di <insicurezza> per parlare di ciò.

Sì, per me “sicurezza” vorrebbe dire sentirmi garantita e tutelata, non tanto su qualcosa che “ho”, piuttosto su qualcosa che “sono” o che voglio “essere”; io e la società in cui vivo. 

Per questo ho paura di vedere la mia comunità “obbligata”, per esempio, a far pagare il “prestito libri”, perché così ha deciso l’Europa, in nome di chissà quale interpretazione del principio di “libera concorrenza”, e verosimilmente sotto la pressione di qualche potente lobby economica.

È questo il genere di cose di cui “ho paura”; ma su questi timori, gli Stati Moderni del nostro mondo, quali “sicurezze” sono in grado di darmi?

 

La "Romantica " Europa di Mazzini

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La "Romantica " Europa di Mazzini

Luisa Aureli Bergomi  

(prima pubblicazione su "La Gazzetta Matin" del 21/6/2004)

È passata esattamente una settimana dal voto europeo; un appuntamento a cui sono stati attribuiti significati politici diversi, a seconda del punto di vista assunto per analizzarlo, sia in termini di aspettative che di risultati; le espressioni usate per designare vincitori e vinti hanno avuto sfumature differenti a seconda che si parlasse di livello locale, nazionale, europeo o internazionale

Ma ci sono due dati che, a mio avviso, andrebbero presi in carico con maggior attenzione a tutti i livelli: l’elevato astensionismo generale (circa il 55% degli europei non ha votato), e l'avanzata dei gruppi “euroscettici”, che potrebbero costituire fino al 15% del nuovo Europarlamento

Chi mi conosce e magari segue, seppure a distanza, le mie iniziative, sa che da tempo ho assunto, come riferimento per le mie scelte, il concetto di GLOCAL (pensare globalmente ed agire localmente). Non si sorprenderà dunque se, dal mio punto di vista, questi dati sono diventati il principale elemento di riflessione, e di preoccupazione. Non mi consola, infatti, che in Valle d’Aosta l’affluenza si sia stata intorno al 62%, visto che, comunque, non si può non prendere atto di un calo di circa il 2,5% rispetto al 1999; cosa che, evidentemente, colloca anche la nostra regione in linea con quel calo di partecipazione democratica, che da 25 anni segna “l’evoluzione” delle istituzioni europee; piuttosto mi dà da pensare il fatto che Malta (…la “piccola” Malta…) abbia fatto registrare un'affluenza dell'82%

Sarà che in queste settimane sto lavorando con alcuni ragazzi che preparano l’esame di maturità, ma mi sono ritornate in mente le parole di Giuseppe Mazzini, quando, nel 1834, nello statuto della “Giovine Europa”, dalla “piccola” Svizzera, affermava: <L'avvenire europeo armonizzerà le due idee fondamentali dell'epoca nuova: Patria, umanità. L'associazione della Giovine Europa rappresenterà queste due idee ed il legame che le armonizza è una grande associazione di due gradi, dei quali, uno rappresenta la tendenza nazionale di ciascun popolo, ed insegna all'uomo ad amare la patria - l'altro rappresenta la tendenza comune a tutti i popoli ed insegna all'uomo ad amare l'umanità>. 

Lo so, Mazzini era un Romantico, e anch’io, probabilmente, sono un po’ troppo Romantica, cosa che, per qualcuno, 170 anni dopo, potrebbe voler dire “antica” o forse addirittura “superata”, ma in quell’idea d’Europa c’era sicuramente una prospettiva politica e sociale, che la Storia, evidentemente, non ha percorso; così come in quel Risorgimento Italiano (così spesso indicato a riferimento dal Presidente Ciampi), c’erano tensioni, etiche, morali, o anche “solo” culturali ed intellettuali, che hanno perso terreno strada facendo. La stessa “Costituzione Europea”, approvata “in exteremis” quasi più “per non perdere la faccia” che per profonda condivisione diffusa, non può essere considerata un riferimento solido, anche solo come punto di partenza

Credo che sia necessario essere preoccupati dello scenario che si è creato. Io sono preoccupata.

 

Stargate: il "passato possibile"

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Stargate: il "passato possibile"

Luisa Aureli Bergomi  

(prima pubblicazione su "La Gazzetta Matin" del 28/6/2004)

Ho già avuto occasione, da questo spazio, di “confessare” che sono un’appassionata di fantascienza.

Credo che il mio sia un “vizio” che condivido con molte persone e che, talvolta, spinge noi “intossicati” a guardare le cose con occhi un po’ “distorti”; la fantascienza ti racconta un catalogo di “futuri possibili”, e, nel descrivere cosa “potrebbe essere”, ti spinge inevitabilmente ad osservare il presente, ciò che “è”, con uno sguardo più curioso, magari più malizioso, talvolta più acuto.

Da questo punto di vista, ciò che “è stato”, ovvero che “avrebbe potuto essere”, non sarebbe il terreno naturale della fantascienza, a meno di non spingere il pensiero lungo la strada proposta dalla serie televisiva di Stargate, nata a partire dall’omonimo film. 

La “storia” è semplice: negli ani ’20, in Egitto, viene rinvenuto un enorme anello di pietra; decenni dopo l’Aviazione Americana sviluppa un progetto, che porta a comprendere come esso sia il prodotto di una tecnologia “aliena”; connesso con impianti analoghi, distanti anche milioni di anni luce, funziona come “porta delle stelle”, formando un “tunnel di energia” percorribile in pochi secondi, che consente di raggiungere altri pianeti. 

Esplorando lo spazio con questo mezzo, i protagonisti incontrano diverse popolazioni, tutte discendenti da abitanti della terra, “deportati” come schiavi in tempi remoti da una razza aliena. 

E qui sta il punto; le comunità umane, via via incontrate, finiscono per proporre un catalogo di “evoluzioni possibili” per l’umanità, che, evidentemente, la Storia che conosciamo non ha percorso; si tratta di un’infinità di “passati possibili”, pieni di sorprese e di diversi approcci al “significato della vita”; tutti plausibili, perché contenuti nella Storia del pensiero e delle culture umane. Stargate, insomma, è una specie di “fantascienza del passato”, che sembra proporsi come una risposta “leggera” alla provocazione intellettuale lanciata da Paul Klee col suo quadro l’Angelus Novus, interpretato da Walter Benjamin, (filosofo tedesco vissuto a cavallo tra il XIX e il XX sec.) che, nella IX delle sue “Tesi di filosofia della Storia”, dice: <…un angelo colto in volo, mentre si stacca da qualcosa che pure continua a contemplare. Gli occhi son fissi, la bocca dischiusa, le ali spiegate. Così dobbiamo immaginare l’Angelo della Storia. Il suo volto si sofferma verso il passato. Dove noi vediamo una catena d’eventi, Egli vede una singola catastrofe che continua ad accumulare ai suoi piedi macerie su macerie. L’angelo vorrebbe soffermarsi, resuscitare i morti, restaurare le rovine. Ma dal Paradiso soffia la tempesta. Il vento gonfia le ali dell’Angelo con furia. Non riesce più a ripiegarle. La tempesta lo trascina irresistibilmente al futuro, cui pure l’angelo continua a voltare le spalle, mentre le macerie salgono al cielo. Questa tempesta è il progresso>

Beh! Se queste sono le “libere associazioni” che ti apre la fantascienza…credo che continuerò a farmene una “dose” ogni sera!

 

Montecorvino: un conflitto tra "diritti"?

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Montecorvino: un conflitto tra "diritti"?

Luisa Aureli Bergomi  

(prima pubblicazione su "La Gazzetta Matin" del 5/7/2004)

<Non sono accettabili posizioni egoistiche di rigetto pregiudiziale da parte di singole comunità, soprattutto di fronte a problemi generati dalle necessità di vita delle comunità stesse>: con queste parole il Presidente Ciampi, è intervenuto sulla vicenda della discarica di Parapoti in Campania che ha visto una stazione in provincia di Salerno, bloccata per quattro giorni dagli abitanti di Montecorvino Rovella, Montecorvino Pugliano e Bellizzi.

<Problemi del genere – si legge nella nota del Quirinale - non debbono essere trasformati in questioni di ordine pubblico>, sottolineando che le<estreme forme di protesta> attuate, hanno causato <gravi disagi ai cittadini e danni alla vita civile ed economica della regione e del Paese>, e ricordando che <le deliberazioni prese, secondo le procedure di legge, da autorità democraticamente costituite, debbono essere da tutti rispettate, altrimenti si nega l'essenza stessa del convivere civile>.

Al di là della cronaca specifica della vicenda, la presa di posizione del Presidente della Repubblica, credo sollevi alcune questioni di “democrazia sostanziale” sulle quali varrebbe la pena soffermarsi tutti. Il fatto è, a mio avviso, che la “democrazia” che quotidianamente viviamo, ha dei buchi “sostanziali”, che solo in apparenza possono essere considerati sempre risolti dalla legittimità dei “processi formali”; l’equazione per cui <la forma è sostanza>, rischia di non rendere visibile una realtà in cui è sempre più frequente il conflitto fra “diritti”.

Di fronte a questa serie di nomi - Condove, Mompantero, Bussoleno, S. Didero, Villarfocchiardo, Vaie, VillarDora…qualcuno sa di cosa sto parlando? 

Sono sette comuni della bassa Val di Susa, le cui amministrazioni, (Istituzioni Democratiche Locali), sin dagli inizi degli anni ’90 (più di 10 anni fa), si battono, con tutti i mezzi “legali” possibili, per difendersi dagli scempi legati all’Alta Velocità Torino-Lyon; e stanno perdendo.

Io credo che le numerose comunità interessate dalle tante vertenze territoriali aperte attualmente, (pensiamo al tema delle “torri per le telecomunicazioni”) non stiano facendo altro che cercare di affermare, nel quotidiano della loro vita reale, quel “Diritto al territorio” di cui ha parlato Giovanni Maria Flick, Giudice della Corte Costituzionale; un diritto che <comincia a farsi strada, nell'ambito delle riflessioni sui diritti fondamentali … una tutela che trova fondamento nei principi di eguaglianza formale e sostanziale, di pluralismo, di autonomia nell'unità, che sono espressi ad esempio dalla nostra Costituzione… (perché) …il territorio esprime oggi la sede elettiva per la percezione e la condivisione dei diritti fondamentali nella loro concretezza>.

È vero, nel salernitano hanno dovuto “alzare di tanto la voce” per riuscire a farsi sentire, ma cosa facevano le “suffraggette” nell’800, o i contadini, di fronte agli agrari, agli inizi del ‘900?

E da allora la Democrazia è “sostanzialmente” cresciuta o no? E se no, come mai?

 

Ho fatto un sogno

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Ho fatto un sogno

Luisa Aureli Bergomi  

(prima pubblicazione su "La Gazzetta Matin" del 12/7/2004)

Ho fatto un sogno… No! Non come quello di Martin Luther King! Non un sogno importante di quelli che cambiano la Storia, anzi, meglio, che scrivono la Storia!

No! Piuttosto un sogno del tipo di quelli di Paolo Rossi ... ricordate il “comico” da molti designato come l’erede naturale di Dario Fo?

Eh, Sì! Ho fatto un Sogno all’incontrario! Ho sognato un mondo in cui <Chi rompe paga, e i cocci sono suoi> come diceva mio nonno!  E non che, con la scusa che con le sue scelte, o i suoi affari, ha messo nei guai “tutti”, adesso< se vogliamo tirarci fuori, sarà meglio evitare recriminazioni e sterili polemiche>, per cominciare a rimboccarci “tutti” le maniche e a darci da fare per riparare i danni causati.

Un mondo in cui le parole non sono <simboli arbitrari>, come direbbe Marco Paolini, e dove “pace” vuol dire “Pace” e “guerra” vuol dire “Guerra”, senza bisogno di tante versioni interpretative che permettano di coniare allocuzioni del tipo “Guerra preventiva”, in virtù delle quali, alla fine ci ritroviamo a contare più “morti in pace” che “morti in guerra”. Dove “morale” vuol dire “Morale” ed “etica” vuol dire “Etica”, e per nessuno sia possibile appellarsi a concetti come quello di “doppia morale”, grazie ai quali si ritiene di poter e dover pontificare, giudicare e condannare le vicende degli altri, giustificando viceversa come legittime (o anche solo tollerabili), senza troppe spiegazioni, le proprie innegabili e ricorrenti nefandezze.

Un mondo in cui <La legge è uguale per tutti> e non ci sono, come direbbe Orwell, <maiali più uguali degli altri>, che riescono sempre a portare a casa i loro disegni, grazie all’aiuto di abili professionisti, discendenti diretti del dott. Azzeccagarbugli.

Un mondo in cui, sempre pensando ad Orwell, “privacy” vuol veramente dire “privato” (nel senso di cose quali riservatezza, discrezione, reale libertà di movimento), e non diventa, viceversa, una strana cosa che, a forza di dover essere garantita e tutelata da un uso arbitrario, ma possibile, di telecamere, mailing-list, indirizzari, tracciati elettronici di cellulari e di carte di credito, sempre più comincia a somigliare … ad un Panda, ovvero quel simpatico orsetto ormai notoriamente … in via d’estinzione.

Ho sognato un mondo in cui sono tanti quelli che si scandalizzano quando vedono Valori e Principi ridotti a mere parole adatte solo ai “bei” discorsi, e piuttosto che tendere a conformarsi all’ipocrisia e all’opportunismo crescenti, si ribellano … e continuano a cercare di vivere (o di sopravvivere) “correttamente”.

Ho fatto un sogno … magari un sogno qualunquista … poi mi sono svegliata e qualcuno mi ha chiesto: <Come va?>.  <Nel migliore dei modi possibili – ho risposto – anzi, dei “mondi” possibili, mi dicono; e spero proprio che peggio di così non vada!>

P.S. Ogni riferimento a fatti e persone reali è puramente casuale … e se qualcuno, per caso, si è sentito offeso o colpito … si tagli la coda di paglia!

 

Di quale Libertà stiamo parlando?

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Di quale Libertà stiamo parlando?

Luisa Aureli Bergomi  

(prima pubblicazione su "La Gazzetta Matin" del 19/7/2004)

<Tutti gli uomini nascono liberi e uguali in dignità e in diritti>: così recita l’incipit dell’Art. 1 della “Dichiarazione Universale dei Diritti dell’Uomo”, adottata dall’ONU il 10 dicembre 1948; documento che, sostanzialmente, riprende la “Dichiarazione dei diritti dell’uomo e del cittadino”, adottata dall’Assemblea Nazionale Costituente francese il 26 agosto 1789, nella quale si affermava: <Gli uomini nascono e rimangono liberi e uguali nei diritti>; circa tredici anni prima, il 4 luglio 1776, i rappresentanti delle colonie americane avevano sottoscritto la “Dichiarazione d’indipendenza”, collegata alla Dichiarazione dei Diritti dell’Uomo di Thomas Jefferson, nella quale si sostiene, per tutti gli uomini, il diritto alla vita, alla libertà ed alla ricerca della felicità; ed il tempo verbale al presente non è da considerarsi un errore di sintassi, visto che ancora oggi la Costituzione Americana da qui prende le mosse.

Sono, insomma, almeno 200 anni che le grandi “carte” dell’umanità affermano che <l’uomo nasce libero>, ma soprattutto che pongono questo concetto come il principio di base, il valore fondante delle relazioni personali e sociali.

In verità, filosofi e intellettuali di tutti i tempi e tradizioni culturali, avevano elaborato analoghe visioni anche prima della “Epoca dei Lumi”, ma è praticamente solo alla fine del ‘700 che il concetto ha cominciato a diventare, almeno nella “nostra” parte di mondo, patrimonio culturale e politico diffuso.

Noi, insomma, tutti noi, siamo nati liberi, e siamo ancora “più liberi” in quanto esistono gli Stati che sono garanti di questa Libertà, sulla base di un Contratto Sociale, diceva Rousseau, a cui nessuno può essere costretto, che presuppone una abdicazione di parti delle libertà naturali, ma che, una volta accettato, diventa definitivo.

Ma di quale Libertà stiamo parlando?

Di un “principio”, appunto, che non necessariamente significa, per i singoli cittadini, esperienza quotidiana concreta.

A guardare dove siamo arrivati, qualche riflessione nasce spontanea.

È, infatti, in nome di questa Libertà che ai cittadini di Treviso è stato “vietato” di portare a passeggio i cani nel centro cittadino; che in moltissimi parchi pubblici è “vietato” giocare a pallone o andare in bicicletta; che l’Amministrazione Comunale di Aosta ha deciso di “vietare” l’uso dei pattini nelle piazze; che nei pubblici esercizi europei (come ho già avuto modo di commentare) è “vietato” servire “zucchero” non confenzionato.

Così come, passando su un versante apparentemente opposto, ma in realtà solo speculare, è sempre nel nome di questa Libertà che l’esperienza quotidiana di ciascuno di noi ci racconta di tutta una serie di piccoli e grandi “obblighi”, quali quello che “costringe” (o costringerà, a breve) le biblioteche europee a far pagare il prestito libri.

C’è qualcosa che mi lascia molto perplessa in questi scenari di sperimentazione del principio della Libertà