Centro di Studi e di Promozione Culturale

«Alessandro Milano»

A proposito di Pace, Giustizia Libertà, Dignità e Memoria

gennaio - marzo  2003  

La vetrina della Pace

Da Dolonne a Roma
nel segno della pace

29 maggio 2003  

in collaborazione con la IIIA 

delle Scuole Medie di Courmayeur

GIORNATA DEI POPOLI

Water for Peace

pace, libertà, mondialità

un impegno per il 2003 

Anno Internazionale 
dell'Acqua Dolce

9 ottobre 2003  

Solo Acqua

memoria e coscienza 
di "tragedie" d'acqua

iniziativa proposta il 
 in occasione del
40° anniversario della
Tragedia del Vajont

  24 aprile - 7 maggio 2004 

Scuole Medie di Courmayeur

mostra

Antifascismo 

Resistenza 
in 
Valle d'Aosta

inverno 2005 

Angelus Novus

ovvero: bisogno di memoria 

Una realizzazione del gruppo teatrale “Aulici Conversari”

prodotta nell’ambito delle iniziative della “Scuola di Dolonne” per il

2005, anno dei 60i anniversari 
legati alla fine della 
Seconda Guerra Mondiale
:

ottobre 2005 

Il silenzio infranto

Il dramma dei desaparecidos italiani in Argentina

presentazione del volume di testimonianze, curato da Vera Vigevani Jarach e Carla Tallone

21 aprile 2006

Champdepraz

Caro nonno ti racconto la Resistenza

a cura del gruppo teatrale

"Aulici Conversari"

5 giugno 2006

Institut Agricole Régional

AOSTA

… uomini …

… stelle senza nome, nessuno se ne cura

Ma proprio grazie a loro la notte è meno scura

Testi...consigliati

parole universali

"Il Lamento della Pace"

atto unico teatrale tratto dall'omonimo brano di Erasmo da Rotterdam  
di Eligio Milano

"Giulaj divorato dai cani"

da "Uomini e No"

 di Elio Vittorini

"Iraq"

2001...2003

 due poesie
di
Eligio Milano

Iraq:
non c'è libertà senza rispetto della dignità

di Luisa Aureli Bergomi

 

 

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gennaio - marzo  2003  
La vetrina della Pace
Da Dolonne a Roma
nel segno della pace

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29 maggio 2003  
in collaborazione con la IIIA 
delle Scuole Medie di Courmayeur

UNA GIORNATA DEI POPOLI
"Water for Peace"
pace, libertà, mondialità

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9 ottobre 2003  
Solo Acqua
memoria e coscienza 
di "tragedie" d'acqua

iniziativa proposta il  in occasione del 
40° anniversario della Tragedia del Vajont

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24 aprile - 7 maggio 2004 
Scuole Medie di Courmayeur
                      mostra                 
   

Antifascismo  e  Resistenza  

            in  Valle d'Aosta          

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Testi...consigliati

 

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parole universali

"Il Lamento della Pace"

atto unico teatrale tratto 
dall'omonimo brano di
 
Erasmo da Rotterdam  
di Eligio Milano

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"Giulaj divorato dai cani"

da "Uomini e No"

 di Elio Vittorini

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"Iraq"

2001...2003

 due poesie di Eligio Milano

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Iraq:
non c'è libertà 
senza rispetto della dignità

di Luisa Aureli Bergomi

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PAROLE UNIVERSALI:    

"Il Lamento della Pace"

atto unico teatrale tratto dall'omonimo brano di Erasmo da Rotterdam

di Eligio Milano

 

 

dialogo in atto unico

Scena: studio di Erasmo ingombro di libri e manoscritti. Erasmo  è in atteggiamento cordiale e rilassato. Leggermente appartata ed in posizione piuttosto elevata in rapporto ad Erasmo, la dea della pace, abbigliata alla greca, sempre in piedi. (Importanti possono divenire le introduzioni e gli intermezzi musicali.)

 

Erasmo: Ho avuto modo di ospitare altri eterni, mia cara, nel mio modesto studio ed ho compreso la ragione della loro venuta sulla terra, perché la loro esistenza é inestricabilmente legata al destino dell’uomo. La pazzia pallida e sfuggente, ancora aleggia nell’atmosfera dei miei studi, così la tolleranza che mi conforta nel proseguire a difendere la libertà di ciascun uomo, il rispetto del valore della vita, la dignità dell’esistenza schietta e semplice degli umili. Ma tu, per quale ragione hai voluto scendere tra i mortali, dea inafferrabile e sempre lontana dagli uomini? non ti contenti forse più di essere soltanto un sogno?

PACE:       Chiedo ospitalità sulle tue pagine per rendere pubblico il mio lamento. Se i mortali mi respingessero per ottenere dei vantaggi, potrei piangere solo l’ingiustizia fatta a me. Ma essi, nello scacciarmi, allontanano da sé la fonte di tutte le felicità della vita terrena e si attirano nel contempo un oceano di sciagure d’ogni sorta. Mi dolgo ed ho pietà della loro sorte; sembra che vi sia negli uomini una specie di pazzia furiosa che li costringe a privarsi con le loro stesse mani di tutti i benefici che porto con me e che li spinge a procurarsi in cambio una enorme quantità di ogni male. Che altro posso fare, se non compiangere gli uomini, invasati dalla cieca violenza?

Erasmo: Vedo che il tuo aspetto é molto giovanile ed é certamente la tua adolescenza che ti porta a rendere in un certo senso eccessivo il tuo lamento, visto che ti ho trovata citata in tutti i discorsi dei potenti, dicono loro, perseguita con tutte le forze materiali e morali dei popoli civili. Non ti é sufficiente nutrirti del dolce aroma delle parole che ti considerano un fine per tutti gli uomini e un mito dolcissimo, che serve a far sorridere i bimbi e a schiudere casti pensieri e consolazioni per coloro che sono giunti al termine della vita terrena?

PACE:      Oh si! sono io quella pace vantata in coro dagli uomini e dagli dei come fonte di ogni cosa buona posseduta da cielo e terra! Nulla fiorisce senza di me, nulla ci é di sicuro, nulla di puro e santo, nulla di piacevole agli uomini, di gradito agli dei! In contrasto a tutto ciò, la guerra é una specie di mare in cui si mescolano tutti i mali del mondo. Immediatamente fa imputridire ciò che fiorisce, dissipa ciò che era cresciuto, rovina ogni cosa costruita con fatica, tramuta il dolce in amaro. La guerra é cosa tanto crudele che é come una peste improvvisa per ogni forma di pietà, di comprensione, di religione. Io mi domando: «chi potrà mai credere che siano esseri umani coloro che si danno da fare con tanta spesa, impegno, ingegnosità, a cacciarmi via per acquistare in cambio tante sventure?»  Se fossero bestie feroci a disprezzarmi, lo sopporterei con rassegnazione e incolperei di questa ingiustizia la natura che ha dato ad esse un istinto violento. Ma é vergognoso, che avendo la natura generato un solo animale dotato di ragione, uno solo destinato al reciproco amore, alla concordia tra le genti, mi sia più facile trovare asilo tra le belve, fra gli animali più bruti, che in mezzo agli uomini. Gli esseri irragionevoli serbano, ciascuno entro la propria specie, il buon ordine e la concordia. Gli elefanti vivono in branchi, a mandrie pascolano porci e pecore, a stormi volano le gru e le cornacchie, le cicogne hanno i loro raduni, i delfini si proteggono a vicenda ed é ben nota la bene organizzata solidarietà delle formiche e delle api. Segni di simpatia si possono addirittura scoprire tra le piante e le erbe. Certune se non le unisci al maschio sono sterili: la vite abbraccia l’olmo, il pesco ama la vite. Ma cosa c’é di più inerte dei minerali? Eppure diresti che anch’essi hanno predisposizione alla pace e alla concordia. Così la calamita attira a sè il ferro e lo trattiene. E non vi é forse accordo anche tra le belve più crudeli? La ferocia dei leoni non li spinge a lottare tra di loro, il cinghiale non vibra la fulminea zanna contro un altro cinghiale, la lince vive in pace con la lince, la concordia dei lupi é stata esaltata addirittura nei proverbi. Soltanto gli uomini ai quali più di ogni altro essere si addiceva l’umana concordia e che più di tutti ne hanno bisogno non accettano di essere conciliati dalla natura; l’educazione non li unisce, i tanti benefici che nascerebbero dalla concordia non li inducono a stringersi assieme, la vista e l’esperienza di tanti mali non li conduce infine all’amore scambievole.

Erasmo: (porgendole da bere)  Ma come potremmo mai fare capire queste cose che paiono, di per sé evidenti ad ogni osservazione attenta della realtà ed ad uno studio anche sommario della storia? All’uomo, solo tra i viventi, é stata concessa la parola che ha una funzione primaria nel promuovere le relazioni amichevoli. In tutti gli uomini sono innati i desideri di conoscere , di essere benevoli, di amare e di farsi amare; per natura piace a tutti l’amicizia ed é gradevole fare del bene al prossimo anche senza compenso. Ecco perché la gente dà il nome di umano a tutto ciò che riguarda la benevolenza. La parola umanità non indica tanto la natura dell’uomo, ma i comportamenti propri a quella natura.

PACE:      In più io penso che l’uomo ha le lacrime come strumento. Esse sono la prova di un’indole aperta alla commozione, in modo che possa trovare la riconciliazione, se per caso sorgesse l’inciampo di un’offesa o una nuvola oscurasse la serenità dell’amicizia. Ecco con quanti argomenti evidenti la natura ci persuade alla concordia!

Erasmo: L’amicizia, la commozione, la benevolenza e la compassione! sono altre divinità tue pari, a cui noi dedichiamo molti templi con le parole e con gli scritti, i quali restano sempre pressoché privi di fedeli e di accoliti. Quante volte le si confonde con il bisogno e con l’utilitarismo, legato d'una particolare necessità; spariscono quindi come neve al sole, nello stesso istante in cui cessa l’emergenza che ci rende docili e malleabili, umili e tolleranti della presenza altrui. E’ mirabile davvero la tua logica stringente e, ti assicuro, é condivisibile lo sdegno che traspare dal tuo scoramento. Tuttavia sono gli eterni tuoi pari che ci hanno creato così dissimili e sostanzialmente inconciliabili.

PACE:      La società civile é nata dal bisogno e fu il bisogno a suggerire la consociazione dei vari gruppi, per respingere con forza congiunta gli assalti delle belve e dei predoni. Se tu ragioni per un attimo, non vi é cosa in cui l’uomo basti a se stesso, nella quale possa fare tutto da solo. Fu l’unione coniugale a propagare il genere umano: non nascerebbe infatti uomo alcuno, o morirebbe appena nato, se la mano amica della levatrice, la dedizione affettuosa della nutrice non venissero in soccorso al neonato. I genitori amano già colui che non hanno ancora veduto, ed i figli hanno poi una dedizione scambievole con i genitori, in modo da essere di loro sostegno quando l’età li indebolisce. Questo é solo un esempio di quanto numerosi possono essere gli argomenti con i quali la natura ci costringe alla concordia. Non gli dei, Erasmo, ma l’uomo soltanto é responsabile della propria sorte! Gli dei stentano a credere dotati di mente umana coloro che litigano, si azzuffano, mettono ogni cosa in sconquasso con contese e guerre perpetue. Pensa che neppure la dottrina di Cristo li dissuade da questa follia bellicosa, tanto empia e crudele.

Erasmo: Vorrei consolarti, mia dolce dea, ma temo di non potervi riuscire se proseguiremo a ragionare della natura delle cose e dei massimi sistemi dell’universo. Alla fin fine, e spero che tu ne convenga, l’uomo non é da considerarsi un’ entità astratta, bensì come il prodotto della propria storia e del suo tempo: Hic et nunc, qui ed oggi e dunque non possiamo illuderci, ma nei limiti della sua natura oggi, forse, qualcuno é giusto; forse é in pace con se stesso e gli altri; forse lavora con impegno per porre le basi di un concreto futuro, disponibile ad accogliere la tua presenza e ad onorare nel giusto modo il tuo amore per l’umanità.

PACE:       L’uomo é stato creato per me, per la pace. Quando poi l’uomo ha qualifica di cristiano mi precipito, perché sono sicura di poter regnare incontrastata. Ma devo dirlo con pena e rossore, anche qui villaggi e città e palazzi e tuguri, umili chiese e cattedrali, sono tutti un clamore di litigi, cosa non mai vista neppure tra i pagani.

Erasmo: Volgiti alle città libere allora! Fra coloro che sono cinti dalle stesse mura l’accordo deve regnare, altrimenti viene meno la ragione che ha unito i cittadini di fronte ad un comune pericolo.

PACE:       Meschina me! Ho scoperto che qui soprattutto ogni cosa é avvelenata dalle discordie al punto che a stento mi riesce di trovare una casa in cui sostare per qualche giorno.

Erasmo: Lascia allora la plebe, che non ha ancora i modi esatti per una convivenza civile, ed entra nel palazzo dei signori e dei potenti. Vedo saluti cortesi, abbracci amichevoli, brindisi lieti e tutte le altre manifestazioni di cordialità.

PACE:      Non sono riuscita neppure qui a scorgere l’ombra dell’autentica concordia. Tutto é menzogna e falsità, non vi é cosa che non sia corrotta da dissensi e dalle rivalità sotterranee. A tal punto fra quella gente non vi é posto per la pace da pensare che siano proprio loro la fonte e il semenzaio di tutte le guerre.

Erasmo: Forse farai bene a rifugiarti tra i sapienti : le buone lettere formano degli uomini, la filosofia e la scienza dei superuomini, fra costoro certo potrai trovare un po’ di quiete.

PACE:      E invece che pena, amico mio! Anche qui un altro genere di guerre, certo meno cruente, ma non meno dissennate. Una scuola dissente dall’altra e applica i risultati addirittura contro l’uomo, quasi che la verità muti da luogo a luogo.

Erasmo: Me ne sono accorto e ho pagato personalmente le conseguenze. Certi concetti non varcano il mare, altri non valicano le alpi, altri non traghettano nemmeno il Reno. E il più delle volte questi signori si battono con accanimento per questioni di lana caprina, si trafiggono con penne intinte nel veleno, si sbranano a vicenda con pagine che pare abbiano i denti.

PACE:       Qualche speranza mi sorrideva di trovare un posto purchessia presso una delle tante coppie di coniugi. Cosa non ci si aspetterebbe là, dove comune é la casa, comune il patrimonio, comune il letto, comuni i figli, dove il reciproco diritto dell’uno sul corpo dell’altro ti fa pensare ad una persona unica composta da due, piuttosto che a due persone distinte. Ma anche lì si é insinuata quella scelleratissima discordia a separare con i dissensi quelli che erano congiunti da così fitti legami.

Erasmo: Io mi chiedo ... Cosa c’é di più fragile di più breve della vita umana? A quante malattie, a quanti incidenti va soggetta? Eppure benché la vita ci costringa a subire più guai di quanti non si riesca a sopportarne, tuttavia, quei pazzi che si definiscono uomini, che credono di essere simili agli dei, si procurano di loro iniziativa la maggior parte delle disgrazie. Gli umani sono così ciechi che non riescono ad evitarne neppure una; Sono così sconsiderati nell’agire che rompono, troncano, fanno a pezzi ogni obbligo naturale, ogni precetto cristiano, ogni patto. Combattono sempre ed ovunque e le baruffe non rispettano né regole né termini. Si azzuffano nazioni contro nazioni, città contro città, partiti contro partiti, sovrani contro sovrani, e per la stupidità e l’ambizione di pochi omiciattoli destinati a chiudere da un momento all’altro la loro effimera esistenza, l’umano consorzio si va sconquassando.

PACE:       Eterno Iddio! quali armi non pone il furore in mano agli uomini, ch’erano nati inermi? sono macchine infernali quelle con cui gli uomini, che sono cristiani, si aggrediscono a vicenda. Chi crederebbe che il cannone sia invenzione umana? quante volte migliaia e migliaia di uomini sguainano il ferro contro altrettanti di loro? E’ immensa la bramosia di colpire e di bere il sangue fraterno. Le fiere non combattono se non di rado, quando la fame e la sollecitudine per i piccoli le fanno inferocire.  Invece per gli uomini cristiani non c’é offesa, sia pure insignificante, che non sia assunta quale valido pretesto di guerra. Se fossero i giovani a comportarsi così, si chiederebbe di indulgere all’inesperienza dell’età, se fossero delinquenti, la qualità delle persone attenuerebbe in parte l’atrocità del fatto. Ora vediamo spuntare la semenza della guerra proprio da quelli cui sarebbe toccato tenere a freno, con saggezza e moderazione, ogni sorta di intemperanza. Il popolo troppe volte disprezzato dai potenti, innalza città insigni e riesce a renderle prospere. Ma in esse si insinuano subdoli i despoti e sottraggono i frutti dell’operosità dei cittadini, così che quanto era stato accumulato da molti viene malamente sperperato da pochi. Anche chi si é scordato delle guerre antiche, provi a riandare col pensiero a quelle di questi ultimi anni, ne analizzi le cause, e scoprirà che tutte furono intraprese e furono condotte con enormi rovine per i popoli, benché non li riguardassero per nulla.

Erasmo: Già mi pare di sentire le scuse che i potenti della terra accamperanno, escogitando sottigliezze. Si lamentano di essere costretti e trascinati contro voglia alla guerra. Ma se hanno il coraggio di leggere dentro al loro cuore, troveranno che a trascinarli furono la collera, l’ambizione, la follia del denaro, non già la necessità. Nel frattempo si organizzano preghiere solenni, si invoca la pace a gran voce, si grida a gran voce: «Concedici la pace! esaudiscici!» A costoro Iddio potrebbe rispondere a buon diritto: «Perché vi fate gioco di me? Mi pregate di allontanare quello che voi stessi avete intenzionalmente attirato, deprecate ciò che vi siete procurati con le vostre mani.» Se qualsiasi offesa é pretesto di guerra, ad un certo punto non vi sarà più un solo principe che non abbia di che risentirsi.

PACE:       Eppure esistono leggi e perfette garanzie internazionali ed esistono uomini sapienti. Perché non ricorrere piuttosto al loro arbitrato? Anche la più ingiusta delle paci sarebbe mille volte migliore della più giusta delle guerre.

Erasmo: Hai ragione, siamo stanchi della guerra, stanchi di urlare odio nei confronti dei nostri simili che neppure conosciamo e che, ne sono sicuro, hanno le nostre stesse paure, le nostre angosce, le nostre speranze.

PACE:      Se davvero voi tutti siete stanchi di guerre, vi darò un consiglio utile a mantenere la concordia. Una pace durevole non si fonda mai sui trattati, perché, al contrario, vediamo che proprio da questi prendono avvio nuove e spaventose guerre. Bisogna purificare le fonti stesse; sono i desideri malvagi che provocano questi disastri. I potenti devono esercitare il potere in modo da non scordare mai che essi comandano da uomini ad altri uomini e da liberi a dei liberi. Siano resi i massimi onori a quanti con abilità e saggezza seppero evitare una guerra o ristabilire una concordia oppure si affaticarono in tutti i modi, non già per adunare la massima potenza in fatto di soldati e di macchine guerresche, ma per far sì che non ce ne fosse bisogno. Quando due o più stati entrano in conflitto, i generali fanno carriera ed i guai si rovesciano in massima parte sui contadini e sul popolino, che non hanno interesse alcuno alla guerra e nulla hanno fatto per provocarla.

Erasmo: Belle parole! e che altro avresti potuto dirmi? Eppure ammetti a volte che vi sia la necessità della violenza! Hai affermato e te lo leggo per citare esattamente il tuo concetto: «D’altro avviso sono, se si tratta di guerre in cui lo zelo candido e devoto respinge le violenze dei barbari aggressori!» Ed in altre occasioni hai detto, analizzando la natura dello spirito guerresco in ogni uomo: «... e se poi questa é una malattia incurabile della mente umana, perché allora non rovesciamo sui Turchi questo malanno?»

PACE:      Oh ingrato! non hai voluto capire a fondo il mio pensiero; ho anche detto: «Sarebbe stato meglio attirare anche costoro con l’insegnamento, la generosità, l’esempio di una società irreprensibile, piuttosto che assalirli con le armi.» Gran parte della pace consiste nel desiderarla sinceramente. Quanti hanno a cuore per davvero la Pace colgono al volo ogni occasione per instaurarla; se ci sono ostacoli li aggirano e li smussano; sopportano dure prove purché un bene così grande rimanga intatto. Oggi invece costoro vanno in cerca di pretesti di guerra, tolgono di mezzo o fingono di ignorare ciò che indurrebbe alla concordia, amplificano ed esagerano quanto spinge alla guerra, sicché giureresti che vogliono la guerra ad ogni costo. E spesso é un privato interesse dei potenti, quello che trascina il mondo a prendere le armi.

Erasmo: Ma quale riflessione mai potremo indurre a fare in popoli così diversi tra di loro per storia, religione, costumi e cultura, affinché perseguano la pace? Cosa potrà mai fare un cristiano, come tu dici, per accoglierti in questo mondo, costruendoti una dimora solida e stabile? Io ho pensato che il nome di Patria giova alla concordia; ebbene questo pianeta é per tutti una Patria comune; se la parentela di sangue promuove l’amicizia, tutti discendono dagli stessi progenitori; se l’appartenere ad uno stesso casato instaura dei vincoli indissolubili, la stirpe umana é un’unica famiglia anch’essa comune a tutti.

PACE:      E’ esatto ciò che dici! ricorda comunque anche agli uomini che la guerra, cominciata che sia, da piccola che era diventa immane, da una che era si sdoppia in molte, da poco cruenta che era, diventa crudele e sanguinosa.

Erasmo: Se vi é un paese in piena floridezza, uno stato traboccante di ogni bene, con città di bella architettura, campagne coltivate a dovere, ottime leggi, studi onorati, costumi irreprensibili, la guerra turberà ogni prosperità. Ogni potente della terra, se fa consistere la propria ricchezza nella prosperità dei concittadini, eviti con ogni mezzo la guerra, perché questa, per bene che vada a finire, certo consuma le sostanze di tutti e fa spendere, a beneficio di carnefici inumani, quanto era stato guadagnato con oneste fatiche.

PACE:      I guadagni avvengono anche da parte di coloro che studiano per rendere la guerra sempre più terribile e distruttiva. Chi ha inventato il cannone? Non sono forse stati i cristiani? E per maggior vituperio, alle bocche da fuoco danno nomi di apostoli o vi sbalzano a rilievo immagini di santi.! Oh! Crudele ironia! Quel Paolo che altro non fece che esortare alla pace, punterà sugli uomini un ordigno infernale? Se vogliamo convertire  i Turchi alla civiltà di Cristo, cerchiamo prima di essere noi stessi cristiani. Orsù, uomini di questo pianeta, si é versato ormai anche troppo sangue.

Erasmo: Basta con questo imperversare in mutue carneficine! Basta ormai con questo immolare vittime alle Furie Infernali! Basta con questa eterna tragedia che recitiamo!

PACE:       Rinsavite una buona volta, dopo aver sopportato troppo a lungo la calamità della guerra! Si dia pure al destino la colpa di tutte le pazzie perpetrate sino ad oggi.

Erasmo: D’ora innanzi dedicatevi in comunanza d’intenti a promuovere la pace, e fatelo in modo che essa vi leghi non già con canapi di stoppa, ma con legami così saldi e incorruttibili che non li si possa spezzare mai più.

PACE:      La gran maggioranza del popolo detesta la guerra e invoca la pace. Pochissimi ormai sono quelli che preferiscono la guerra; é gente che fa dipendere la propria  empia felicità dall’infelicità delle moltitudini.

 

 

 

 

 

 

 

Azioni recenti

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gennaio - marzo  2003  
La vetrina della Pace
Da Dolonne a Roma
nel segno della pace

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29 maggio 2003  
in collaborazione con la IIIA 
delle Scuole Medie di Courmayeur

UNA GIORNATA DEI POPOLI
"Water for Peace"
pace, libertà, mondialità

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9 ottobre 2003  
Solo Acqua
memoria e coscienza 
di "tragedie" d'acqua

iniziativa proposta il  in occasione del 
40° anniversario della Tragedia del Vajont

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24 aprile - 7 maggio 2004 
Scuole Medie di Courmayeur
                      mostra                 
   

Antifascismo  e  Resistenza  

            in  Valle d'Aosta          

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Testi...consigliati

 

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parole universali

"Il Lamento della Pace"

atto unico teatrale tratto 
dall'omonimo brano di
 
Erasmo da Rotterdam  
di Eligio Milano

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"Giulaj divorato dai cani"

da "Uomini e No"

 di Elio Vittorini

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"Iraq"

2001...2003

 due poesie di Eligio Milano

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Iraq:
non c'è libertà 
senza rispetto della dignità

di Luisa Aureli Bergomi

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GIULAJ DIVORATO DAI CANI

da "Uomini e no" di Elio Vittorini

 

[...] Il capitano diede ai cani la giacca di Giulaj. - Spogliati - poi gli disse.

- Come capitano? - Giulaj disse. - Devo spogliarmi?

Egli era, forse, arrossito; ma non si vedeva, in quell’aria scura.

- Debbo spogliarmi? - disse.

Cominciò a spogliarsi e pensava che il capitano volesse vedere come l’avessero pestato in caserma. Era la sua grande serietà che lo vinceva.

- Ma perché? Fa un po’ freddo - disse.

- Già - disse il capitano.

Lentamente, Giulaj si spogliava, e il capitano prendeva i suoi stracci, li gettava ai cani.

- Strano - Manera disse. - Ma che gli vuol fare?

- Dicono - disse il Terzo - che sia un burlone.

- E che burla vuol fargli? - Manera disse.

I cani annusavano gli indumenti; Gudrun si mise a lacerare la giacca.

- Perché - disse Giulaj - date la mia roba ai cani?

Si chinò per togliere a Gudrun la sua giacca. - Me la strappano - disse.

Ma Gudrun saltò, ringhiando, contro di lui; lo fece indietreggiare...

- Ja - gridò il capitano. - Fange ihn!

- Che dice? Manera disse.

Ringhiando, Gudrun, le zampe sulla giacca, ricominciò a lacerare la vecchia stoffa impregnata dell’uomo. Essa si accontentava di questo, ora...

- Fange ihn! - ordinò di nuovo il capitano.

Ma la cagna Gudrun non eseguì. Lacerava rabbiosa la vecchia giacca, e anche portò via la camicia a Blut che l’annusava.

- Non ti preoccupare - disse Manera a Giulaj. - Ti darà il, capitano altri vestiti.

Tutti e cinque i militi si erano avvicinati per vedere; facevano ormai cerchio. Guardavano Giulaj, ormai seminudo, e avevano già voglia di riderne; guardavano i cani, Blut come annusava, Gudrun come lacerava, e già ridevano.

- Oh! - disse il Primo.

- Oh! Oh! - disse il Terzo.

A grandi passi, alla luce d’una porta, tornò nel cortile l’uomo dal grande cappello e dallo scudiscio nero. Guardò un momento quello che accadeva, poi andò al suo posto; si avvicinò al capitano

- Telefonano se non si può rimandare a domattina egli disse

- E perché?

- Troppo buio.

- Troppo che cosa?

- Buio. Non possono eseguire.

- Buio? - il capitano disse. - Accendano un paio di riflettori. Non hanno riflettori all’Arena?

Si mosse per andare a telefonare lui.

Però tornò indietro dai due passi che aveva fatto, e rimise il guinzaglio ai cani, li diede di nuovo al ragazzo delle S.S..

- Non temere - disse a Giulaj il Manera.

Giulaj era solo in mutandine, con le pantofole ai piedi.

- Ma io ho freddo - rispose.

Stava dove il capitano lo aveva lasciato, e continuamente si passava le mani sul petto, sull’addome, sulle spalle, e l’un piede o l’altro sull’opposta gamba, fin dove poteva arrivare. Faceva ridere, i militi ridevano. Non troppo, ma ridevano.

- Oh! Oh! - ridevano.

E, al guinzaglio, i due cani, l’uno lacerava pur sempre giacca e camicia, accovacciato in terra. Blut si alzava e si sedeva, girava intorno a se stesso, annusava l’aria, guaiva.

L’altro, dal grande cappello e dallo scudiscio, guardava perplesso tutto questo, come per rendersi conto.

Che novità era questa?

Guardava.

- Ma quanto vuol tenermi così? - Giulaj disse. - Io ho freddo.

- Non temere - Manera gli disse.

- Ma che cosa vuol farmi?

- Niente, Giulaj. Ormai è passata

- Ma io ho freddo. Morirò dal freddo.

- Vuol farti solo paura - Manera disse.

Il capitano ritornò.

 

Egli guardò i militi che facevano cerchio, Giulaj in mutandine, e si chinò a liberare i cani, di nuovo, dal guinzaglio. Restò, tra i due cani, chino, grattando loro nel pelo della nuca.

- Perchè non ti sei spogliato? - chiese a Giulaj.

- Capitano! - Giulaj rispose. - Sono nudo!

Col frustino dall’orecchia di cuoio Clemm indicò le mutande.

- Hai ancora questo!

- Debbo togliermi - disse Giulaj - anche le mutande?

Quando l’uomo fu nudo del tutto, con solo le calze e le pantofole ai pedi, il capitano gli chiese: - Quanti anni hai?

- Ventisette - Giulaj rispose.

- Ah! - il capitano disse. - Lo interrogava da chino, tra i due cani fermi sotto le sue dita. - Ventisette? - e andò avanti a interrogare. - Abiti a Milano?

- Abito a Milano.

- Ma sei di Milano?

- Sono di Monza.

- Ah ! Di Monza ! Sei nato a Monza?

- Sono nato a Monza.

- Monza! Monza! E hai il padre? Hai la madre?

- Ho la madre. A Monza.

- Una vecchia madre?

- Una vecchia madre.

- Non abiti con lei?

- No, capitano. La mia vecchia madre abita a Monza. Io invece abito qui a Milano.

- Dove abiti qui a Milano?

- Fuori Porta Garibaldi.

- Capisco - il capitano disse. - In una vecchia casa?

- In una vecchia casa.

- In una sola vecchia stanza?

- In una sola vecchia stanza.

- E come vi abiti? Vi abiti solo?

- Mi sono sposato l’anno scorso, capitano.

- Ah! Sei sposato?

Egli voleva conoscere che cos’era quello che stava distruggendo; il vecchio e il vivo, e dal basso, tra i cani, guardava l’uomo davanti. a sé.

- È una giovane moglie che hai?

- È giovane. Due anni meno di me.

- Ah! così? Carina anche?

- Per me è carina, capitano.

- E un figlio non l’hai già?

- Non l’ho, capitano.

- Non lo aspetti nemmeno?

- Nemmeno.

Sembrava che volesse tutto di quell’uomo sotto i suoi colpi. Non che per lui fosse uno sconosciuto. Che fosse davvero una vita. Voleva soltanto una ripresa, e riscaldar l’aria di nuovo.

- E il mestiere che fai? Qual è il mestiere che fai?

- Venditore ambulante.

- Come? Venditore ambulante? Giri e vendi?

- Giro e vendo.

- Ma guadagni poco o niente.

Qui il capitano parlò ai cani. - Zu! - disse loro. - Zu!

Li lasciò e i due cani si avvicinarono a Giulaj.

- Fange ihn! - egli gridò.

I cani si fermarono ai piedi dell’uomo, gli annusavano le pantofole, ma Gudrun ringhiava anche.

- Vuol farti paura - Manera disse. - Non aver paura.

Giulaj indietreggiava, e si trovò contro il muro. Gudrun gli addentò una pantofola.

- Lasciale la pantofola - Manera disse.

Gudrun si accovacciò con la pantofola tra le zanne, lacerandola nel suo ringhiare.

- Fange ihn! - ordinò a Blut il capitano.

Ma Blut tornò al mucchio di stracci in terra.

- Zu! Zú! - ripeté il capitano. - Fange ihn!

 

Quello dal grande cappello e dallo scudiscio scosse allora il capo. Egli aveva capito. Fece indietreggiare i militi fino a metà del cortile, e raccolse uno straccio dal mucchio, lo gettò su Giulaj.

- Zu! Zu! Piglialo! - disse al cane. E al capitano chiese:

- Non devono pigliarlo?

Il cane Blut si era lanciato dietro lo straccio, e ai piedi di Giulaj lo prese da terra dov’era caduto, lo riportò nel mucchio.

- Mica vorranno farglielo mangiare - Manera disse.

I militi ora non ridevano, da qualche minuto.

- Ti pare? - disse il Primo.

- Se volevano toglierlo di mezzo - il Quarto disse - lo mandavano con gli altri all’Arena.

- Perché dovrebbero farlo mangiare dai cani? - disse il Quinto.

- Vogliono solo fargli paura - disse il Primo.

Il capitano aveva strappato a Gudrun la pantofola, e la mise sulla testa dell’uomo.

- Zu! Zu! - disse a Gudrun.

Gudrun si gettò sull’uomo, ma la pantofola cadde, l’uomo gridò, e Gudrun riprese in bocca, ringhiando, la pantofola.

 - Oh ! - risero i militi.

Risero tutti, e quello dal grande cappello disse: - Non sentono il sangue. - Parlò al capitano più da vicino. - No? gli disse.

Gli stracci, allora, furono portati via dai ragazzi biondi per un ordine del capitano, e quello dal grande cappello agitò nel buio il suo scudiscio, lo fece due o tre volte fischiare.

«Fscì» fischiò lo scudiscio.

Fischiò sull’uomo nudo, sulle sue braccia intrecciate intorno al capo e tutto lui che si abbassava, poi colpì dentro a lui. L’uomo nudo si tolse le braccia dal capo. Era caduto e guardava. Guardò chi lo colpiva, sangue gli scorreva sulla faccia, e la cagna Gudrun sentì il sangue.

- Fange ihn! Beisse ihn! - disse il capitano.

Gudrun addentò l’uomo, strappando dalla spalla.

- An die Gurgel! - disse il capitano.

 

Era buio, i militi si ritirarono dal cortile, e nel corpo di guardia Manera disse: - Credevo che volesse fargli solo paura.

Si sedettero.

- Perché poi? - disse il Primo. Strano !

- Non potevano mandarlo con gli altri all’Arena? - disse il Terzo

- Forse è uno di quelli di stanotte - il Quarto disse.

- E non potevano mandarlo con gli altri all’Arena?

- Oh! Manera disse. - Verrebbe voglia di piantare tutto.

- Ci rimetteresti tremila e tanti al mese.

- Non potrei andare nella Todt? Anche nella Todt pagano

- Mica tremila e tanti.

- E poi è lavorare.

- È lavorare molto?

Sedevano; un po’ in disparte dagli altri militi che erano nel corpo di guardia, riuniti in quattro da quello che avevano veduto, e parlavano senza continuità, con pause lunghe; e pur seguivano il loro filo, lo lasciavano, lo riprendevano.

- Questa - disse il Terzo - è la guerra civile.

- Far mangiare gli uomini dai cani?

- È uno di quelli di stanotte, senza dubbio.

- Deve aver fatto qualcosa di grosso.

Entrò e si unì loro il Quinto, ch’era rimasto fuori.

- Io non so - Manera disse. - Che poteva fare? Era uno che vendeva castagne.

Il Quinto disse: - Ho saputo.

- Che cosa?

- Quello che ha fatto.

- Ha ucciso - disse il Quinto - un cane del capitano.

Tacquero di nuovo, a lungo; poi uno ricominciò.

- Certo disse quei cani poliziotti valgono molto.

Ricominciarono su questo a parlare. Valevano. Non valevano. Altri militi si avvicinarono, si unirono al discorso. L’uomo fu dimenticato.

E venne l’ora che Manera smontava: si alzò in piedi, stirò le sue membra di milite, sbadigliò.